Editoriali LETTERA APERTA

Belpietro, il problema non è il trentenne che non può comprarsi casa, ma chi pensa che sia colpa sua

Caro Maurizio Belpietro, prima di invitare un docente precario di 34 anni a rimboccarsi le maniche, dovrebbe avere almeno il buon gusto di domandarsi quante volte quel ragazzo sia stato costretto a farlo, magari molto più di lei, per ottenere infinitamente meno.

Non tutti hanno avuto la fortuna di costruirsi una carriera ben remunerata, occupare posizioni prestigiose, saltare da una Testata all’altra mantenute da fondi pubblici e poter dispensare lezioni di vita da una poltrona comoda. E soprattutto non tutti possono permettersi il lusso di scambiare la propria fortuna professionale per un merito talmente straordinario da autorizzarli a giudicare quella degli altri.

Un insegnante precario di 34 anni non è un fannullone che aspetta qualcuno disposto a regalargli una casa. È una persona che ha studiato, quanto e più di Lei, conseguito titoli, affrontato concorsi, accettato supplenze, spesso cambiato città e costruito la propria esistenza nell’incertezza di un contratto che scade. E magari, mentre lei pontifica, continua a formare le nuove generazioni per uno stipendio che non gli consente neppure di accedere serenamente a un mutuo.

Ma c’è una questione ancora più seria. La sua generazione, prima di guardare con tanta spocchia chi oggi fatica a costruirsi un futuro, dovrebbe trovare il coraggio di farsi qualche domanda sul Paese che ha consegnato ai propri figli. Un Paese nel quale lavorare non significa necessariamente uscire dalla precarietà, una laurea non garantisce stabilità e persino l’indipendenza abitativa è diventata, per molti, un traguardo difficilmente raggiungibile.

Forse sarebbe il caso di domandarsi quali responsabilità abbia una classe dirigente che ha attraversato decenni di privilegi, opportunità e garanzie progressivamente sottratte alle generazioni successive.

Ecco, Belpietro, prima di suggerire a un trentaquattrenne di lavorare, provi a immaginare che quel ragazzo stia già lavorando. E parecchio. Magari senza avere mai conosciuto le sicurezze di cui lei ha potuto beneficiare.

Il problema non è che i giovani non vogliano rimboccarsi le maniche. Il problema è che c’è ancora qualcuno che, dall’alto di una posizione economica consolidata, pretende di spiegare loro che la precarietà sia una colpa individuale anziché una questione sociale e politica… rischierebbe forse di accorgersi che un giornalista “tifoso” rende un pessimo servizio alla verità…

Il lavoro di un insegnante merita rispetto. La sua precarietà merita risposte. La sua arroganza, invece, non merita alcuna indulgenza.