Attualità IL CASO VESPA E LA GENERAZIONE SENZA POLTRONA

Bruno Vespa, con i potenti in ginocchio e con gli studenti in cattedra

A 82 anni impartisce lezioni di preparazione a una ragazza di 24. Intanto, migliaia di giovani qualificati restano fuori dalle redazioni e dalla televisione pubblica. Il problema non è l'età di Vespa, ma un sistema che predica il ricambio generazionale purché non riguardi mai chi occupa le poltrone.

A una generazione si chiede continuamente di prepararsi per il futuro. Peccato che il futuro, in Italia, abbia spesso ottant'anni, un contratto milionario e nessuna intenzione di lasciare il posto.

C’è qualcosa di profondamente indecente nello spettacolo offerto da Bruno Vespa durante il confronto televisivo con Sabrina Brizzola, ventiquattrenne coordinatrice dell’Unione degli Universitari. E non è soltanto il tono paternalistico, l’arroganza delle interruzioni o quella fastidiosa abitudine di trasformare il servizio pubblico nel salotto privato di chi lo conduce da decenni. È la rappresentazione plastica di un Paese nel quale chi ha avuto tutto continua a spiegare a chi fatica ad avere qualcosa come dovrebbe comportarsi per meritarselo.

«Quando parlate voi giovani, per favore, documentatevi prima». Questo il rimprovero rivolto alla studentessa, colpevole di aver provato a discutere del diritto allo studio, delle difficoltà economiche degli universitari e delle responsabilità della politica.

Sarebbe fin troppo facile osservare che il Bruno Vespa così risoluto, così severo, così inflessibile davanti a una ragazza di ventiquattro anni non sembra mostrare altrettanta combattività quando davanti a lui siedono presidenti del Consiglio, ministri e potenti di ogni stagione politica. Con loro il garbo istituzionale diventa spesso un esercizio di straordinaria elasticità, per usare un eufemismo. Con una studentessa, invece, si può alzare la voce, interrompere, impartire lezioni e persino decidere quando il suo ragionamento debba terminare.

Il leone con gli studenti, il cerimoniere con i potenti.

Ma il punto è persino più grave. Bruno Vespa ha 82 anni. Conduce Porta a Porta dal 1996. Trent’anni durante i quali sono cambiati governi, presidenti, maggioranze parlamentari, generazioni di italiani. Lui è rimasto lì. Inamovibile, al centro del palcoscenico del servizio pubblico, titolare di uno spazio televisivo e di un rapporto professionale che appartengono a una dimensione economica irraggiungibile per la stragrande maggioranza dei giovani giornalisti italiani.

E sia chiaro: nessuno sostiene che a 82 anni si debba smettere di lavorare. L’esperienza è una ricchezza, non una colpa. Ma quando un Paese continua a raccontare ai suoi giovani che devono studiare, specializzarsi, accumulare competenze, imparare le lingue, fare esperienza all’estero e possibilmente accontentarsi di compensi indecorosi, sarebbe opportuno che qualcuno cominciasse a interrogarsi anche su chi occupa da una vita le posizioni più prestigiose e remunerative. Costringendo i giovani ad andarsene.

Perché nelle nostre università ci sono ragazzi straordinariamente preparati. Nelle redazioni ci sono giovani giornalisti che lavorano per poche decine di euro a pezzo, quando vengono pagati. Ci sono laureati con master, competenze digitali, conoscenza delle lingue, capacità di analisi e una preparazione che meriterebbe ben altre opportunità. Alcuni aspettano una chiamata. Altri hanno già preparato la valigia. Altri ancora hanno smesso persino di provarci.

E poi devono accendere la televisione, quella che contribuiscono a finanziare attraverso il servizio pubblico, per sentirsi spiegare da chi occupa una delle sue poltrone più prestigiose da trent’anni che devono studiare.

Caro Vespa, forse hanno studiato abbastanza. Forse sarebbe arrivato il momento di lasciarli parlare. E magari, ogni tanto, anche di lasciarli lavorare.

Naturalmente si può contestare una statistica. Anzi, un giornalista serio ha il dovere di farlo. Il dato sull’abbandono scolastico precoce è effettivamente migliorato e nel 2025 ha raggiunto l’8,2 per cento. Ma una statistica favorevole non cancella il problema del diritto allo studio, il costo degli affitti, le difficoltà delle famiglie, le borse insufficienti e le disuguaglianze che continuano a condizionare il futuro di migliaia di studenti. Sono questioni differenti, che un professionista con sessant’anni di esperienza dovrebbe saper distinguere senza bisogno di umiliare il proprio interlocutore.

Sabrina Brizzola ha chiesto di poter rispondere. È riuscita a completare il proprio ragionamento mentre scorrevano i titoli di coda. Una sintesi involontariamente perfetta della condizione giovanile italiana: potete partecipare, purché non disturbiate troppo. Potete esprimere le vostre opinioni, purché qualcuno più importante non abbia ancora qualcosa da dire. Potete parlare del vostro futuro, ma possibilmente quando la trasmissione è finita.

Ecco perché questo episodio supera abbondantemente i confini di una polemica televisiva. Riguarda una concezione del potere, della professione giornalistica e del rapporto tra generazioni. Riguarda una classe dirigente che ha trasformato la propria permanenza nei ruoli di comando in una specie di diritto acquisito e che, contemporaneamente, continua a rimproverare ai giovani di non avere abbastanza esperienza per sostituirla.

L’esperienza, però, bisogna anche permettere agli altri di costruirsela. E il merito non può essere quella bellissima parola che si pronuncia durante i convegni e si dimentica quando arriva il momento di liberare una scrivania, una direzione, una cattedra o uno studio televisivo.

La Rai non è un vitalizio professionale. È un servizio pubblico. E il servizio pubblico dovrebbe essere il primo luogo nel quale competenze, pluralismo, opportunità e ricambio generazionale trovano una concreta applicazione. Non un sistema nel quale la continuità di alcuni protagonisti sembra rappresentare un principio intoccabile, mentre ai giovani si chiede continuamente di dimostrare di essere all’altezza.

Vespa ha attraversato tutte le stagioni della Repubblica. Ha intervistato i potenti, raccontato le loro vittorie, accompagnato le loro sconfitte. Una carriera lunghissima che nessuno può cancellare. Ma proprio una simile esperienza – e non è l’unica – dovrebbe insegnare che l’autorevolezza non si misura dalla capacità di zittire una ragazza. Si misura anche dal coraggio di porre ai potenti le domande che preferirebbero non ascoltare. E da lui ancora le stiamo aspettando!

E soprattutto dalla capacità di capire quando il proprio ruolo non è più quello di impartire lezioni, ma di aprire una porta. Quella porta che, ironia della sorte, dà il nome alla sua trasmissione.