Chi educa gli adulti?
Alla scuola chiediamo di affrontare ogni emergenza sociale, dalla violenza al bullismo, dall'educazione affettiva al rispetto delle differenze. Ma mentre continuiamo a discutere di come educare i ragazzi, dimentichiamo troppo spesso di interrogarci sull'esempio che offriamo loro.
Da una conversazione in classe con alcune studentesse nasce una riflessione sulla responsabilità educativa degli adulti. Tra famiglie sempre più protettive, insegnanti chiamati ad affrontare ogni emergenza sociale e modelli pubblici spesso contraddittori, continuiamo a interrogarci sui comportamenti dei giovani senza prestare sufficiente attenzione all'esempio che offriamo loro.
Ne parlavo oggi in classe con Giulia e le sue compagne. La discussione, partita da alcune considerazioni sul rapporto tra giovani e adulti e sull’eredità che stiamo lasciando alle nuove generazioni, è finita inevitabilmente per toccare la scuola, la famiglia e quella difficoltà di comprendersi che sembra accompagnare ormai quasi ogni confronto tra generazioni. Ascoltandole, mi sono ritrovato a pensare a quanto tempo dedichiamo a discutere dei comportamenti dei ragazzi e quanto poco, invece, siamo disposti a mettere in discussione i nostri. Siamo sempre pronti a spiegare loro che cosa dovrebbero fare, come dovrebbero comportarsi, quali valori dovrebbero coltivare. Più raramente ci domandiamo se quegli stessi valori trovino una qualche corrispondenza nella vita che conduciamo.
È una questione che mi accompagna da tempo, anche perché la scuola è diventata progressivamente il luogo nel quale la società riversa tutte le proprie emergenze. Deve istruire, naturalmente, ma anche educare alla legalità, prevenire il bullismo, contrastare la violenza di genere, insegnare il rispetto delle differenze, promuovere la consapevolezza ambientale, affrontare i rischi della rete, prevenire le dipendenze, educare all’affettività e possibilmente restituire alla società cittadini migliori di quelli che le abbiamo affidato. A ogni nuovo problema corrisponde quasi automaticamente la richiesta di introdurre un progetto, un percorso formativo, qualche ora aggiuntiva di educazione civica. Come se bastasse inserire un argomento nel programma scolastico per rimediare a ciò che, nel frattempo, abbiamo smesso di insegnare attraverso la nostra vita quotidiana.
Non intendo sottrarre alla scuola nessuna delle sue responsabilità. Al contrario, continuo a considerarla uno dei luoghi più importanti nei quali una comunità possa ancora interrogarsi seriamente sul proprio futuro. Ma proprio per questo trovo preoccupante la tendenza a considerarla una sorta di officina nella quale riparare tutto ciò che non funziona nella società. Gli studenti non arrivano in classe privi di una storia, di riferimenti e di convinzioni. Portano con sé il linguaggio ascoltato in famiglia, il modo in cui hanno visto affrontare un conflitto, la considerazione riservata a chi è diverso, il rapporto degli adulti con le regole, con l’autorità e con la verità.
Pretendiamo che imparino a rispettare gli altri, mentre assistono quotidianamente a discussioni tra adulti nelle quali l’insulto ha sostituito l’argomentazione. Chiediamo loro di non utilizzare la violenza, ma continuiamo a rappresentare l’aggressività come una dimostrazione di forza. Li invitiamo a non discriminare, salvo poi lasciar passare senza difficoltà una battuta sprezzante sull’origine, sulla condizione sociale o sull’orientamento sessuale di qualcuno. Raccomandiamo un uso consapevole dei social, mentre siamo i primi a trascorrere intere serate davanti allo smartphone, magari condividendo notizie delle quali non abbiamo neppure verificato l’attendibilità.
Naturalmente non riguarda soltanto i genitori. Riguarda anche noi insegnanti, riguarda chi ricopre incarichi pubblici, chi lavora nell’informazione e, più in generale, chiunque abbia una responsabilità nei confronti degli altri. L’autorevolezza non deriva automaticamente dall’età, dal ruolo ricoperto o dal titolo professionale. Si costruisce attraverso una credibilità che richiede coerenza, disponibilità al confronto e capacità di riconoscere i propri errori. Non significa essere impeccabili, ma evitare di pretendere dagli altri ciò che non siamo minimamente disposti a chiedere a noi stessi.
C’è poi un aspetto che, nella mia esperienza quotidiana, trovo particolarmente significativo: la crescente difficoltà degli adulti ad accettare che i ragazzi possano incontrare una contrarietà. Sembra quasi che amare un figlio significhi preservarlo da qualsiasi esperienza spiacevole, proteggerlo da ogni giudizio negativo, intervenire immediatamente quando incontra un ostacolo. Un brutto voto diventa un’ingiustizia da contestare, un rimprovero un’offesa da chiarire, una regola non condivisa un’imposizione da mettere in discussione.
So bene che esistono valutazioni sbagliate, insegnanti che possono commettere errori e situazioni nelle quali l’intervento della famiglia è non soltanto legittimo, ma necessario. Sarebbe preoccupante sostenere il contrario. Tuttavia, quando la prima reazione di un genitore consiste sistematicamente nel prendere le difese del figlio, prima ancora di aver ascoltato e compreso quanto accaduto, finisce per trasmettergli un’idea piuttosto singolare della responsabilità personale: quella secondo cui, qualunque cosa succeda, la ragione deve necessariamente stare dalla sua parte.
A forza di voler risparmiare ai nostri figli ogni esperienza spiacevole, rischiamo di privarli degli strumenti necessari per affrontare la vita. Crescere significa anche scoprire che non tutto ciò che desideriamo ci è dovuto, che le nostre azioni producono conseguenze, che possiamo avere torto e che incontrare qualcuno che non condivide le nostre opinioni non costituisce necessariamente un’aggressione alla nostra persona.
La scuola, in questo scenario, finisce spesso per trovarsi in una posizione paradossale. Le viene chiesto di formare cittadini autonomi, responsabili e capaci di pensiero critico, ma la sua funzione educativa viene contestata ogni volta che rischia di mettere in discussione convinzioni o comportamenti maturati altrove. Si pretende che insegni il rispetto, purché non intervenga su determinate parole; che educhi alla convivenza, purché non affronti questioni considerate scomode; che sviluppi lo spirito critico, purché questo non finisca per interrogare anche le certezze degli adulti.
Eppure educare non può significare confermare continuamente ciò che qualcuno già pensa. Una scuola ridotta a semplice prolungamento delle convinzioni familiari rinuncerebbe a una parte essenziale della propria funzione pubblica. La famiglia conserva un ruolo insostituibile, ma la classe è anche il luogo nel quale si impara che esistono altri modi di interpretare la realtà, altre storie, altre sensibilità e che la dignità delle persone non può dipendere dall’approvazione individuale. È uno spazio di incontro nel quale il confronto deve essere possibile, senza che il rispetto dei diritti fondamentali diventi materia di contrattazione.
Non vorrei, però, che queste considerazioni fossero interpretate come una difesa corporativa degli insegnanti o, peggio ancora, come la nostalgia di un tempo nel quale l’autorità dell’adulto non poteva essere discussa. Anche la scuola deve imparare a mettersi in discussione. Talvolta fatichiamo ad ascoltare, confondiamo la disciplina con l’obbedienza, pretendiamo rispetto senza preoccuparci sufficientemente di offrirlo. E non sempre siamo capaci di comprendere quanto sia cambiato il mondo nel quale i nostri studenti stanno crescendo.
Proprio per questo credo sia necessario recuperare il valore di un’alleanza educativa che oggi appare troppo spesso compromessa dalla reciproca diffidenza. Genitori e docenti non sono due parti contrapposte di una controversia nella quale lo studente debba necessariamente scegliere da che parte stare. Hanno responsabilità differenti, ma condividono un compito che richiede fiducia, chiarezza dei ruoli e disponibilità a non trasformare ogni difficoltà in uno scontro.
D’altra parte, sarebbe ingeneroso attribuire esclusivamente alle famiglie o alla scuola le contraddizioni di una società che continua a proporre modelli di comportamento assai discutibili. Celebriamo il successo individuale, la competizione, la capacità di imporsi, la visibilità a qualsiasi costo. Abbiamo costruito un immaginario nel quale chiedere scusa viene spesso interpretato come un’ammissione di debolezza, cambiare idea come un segno di incoerenza e ascoltare chi la pensa diversamente come una perdita di tempo. Poi ci sorprendiamo quando questi stessi atteggiamenti vengono riprodotti dai più giovani, magari con quella radicalità che appartiene alla loro età.
Non possiamo lamentare la fragilità dei ragazzi senza domandarci quanto abbia contribuito a determinarla una cultura che li vuole continuamente performanti, felici, vincenti e incapaci di sopportare il fallimento. Né possiamo pretendere che imparino a gestire pacificamente i conflitti se il mondo adulto continua a offrire lo spettacolo di una conflittualità permanente.
Penso anche alla responsabilità che abbiamo noi che lavoriamo nell’informazione. Ogni volta che scegliamo un titolo, raccontiamo una vicenda di cronaca o decidiamo quale spazio concedere a una dichiarazione pubblica, contribuiamo a costruire un modo di leggere la realtà. Lo stesso accade quando un rappresentante delle istituzioni utilizza il proprio ruolo per alimentare ostilità o quando un personaggio pubblico trasforma la prepotenza in uno strumento di consenso. Non possiamo considerare l’educazione una faccenda riservata a genitori e insegnanti, come se tutto ciò che accade fuori dalle mura domestiche e scolastiche non avesse alcuna influenza sulla formazione delle nuove generazioni.
Ripensando alla conversazione con Giulia e le sue compagne, mi sono chiesto se noi adulti siamo ancora sufficientemente disponibili ad ascoltare ciò che i ragazzi hanno da dirci, soprattutto quando le loro osservazioni ci mettono a disagio. Forse siamo così impegnati a prepararli al futuro da dimenticare che quel futuro appartiene innanzitutto a loro e che avrebbero tutto il diritto di partecipare alla discussione sul mondo che stiamo consegnando nelle loro mani.
Non credo abbiano bisogno di adulti perfetti. Sarebbe una pretesa assurda, oltre che un modello educativo profondamente sbagliato. Hanno bisogno, semmai, di incontrare persone sufficientemente mature da assumersi le proprie responsabilità, riconoscere un errore, mantenere una promessa, rispettare una regola anche quando sarebbe conveniente aggirarla. Persone capaci di accompagnarli senza pretendere di decidere ogni cosa al loro posto e di accettare che, crescendo, possano maturare convinzioni differenti dalle nostre.
Forse, prima di chiedere alla scuola un nuovo progetto, una nuova disciplina o l’ennesimo intervento destinato a risolvere un’emergenza sociale, dovremmo recuperare il significato di una responsabilità che non si esaurisce nel mettere al mondo dei figli, nell’affidarli a un’istituzione scolastica o nel pretendere che qualcun altro insegni loro a vivere.
Oggi, uscendo da quella classe, ho continuato a ripensare alla nostra conversazione. Mi sono domandato quante volte, nel tentativo di insegnare qualcosa ai miei studenti, abbia trascurato ciò che avrei potuto imparare ascoltandoli. E mi sono convinto ancora di più che il rapporto educativo abbia bisogno di adulti disposti a lasciarsi interrogare, anche quando le domande non sono quelle che avrebbero voluto sentirsi rivolgere.
Perché i ragazzi stanno già imparando da noi, ogni giorno, anche quando non abbiamo alcuna intenzione di insegnare loro qualcosa. Sarebbe interessante, qualche volta, avere il coraggio di chiedere loro che cosa hanno imparato.