Nessuno invisibile, nessuno senza diritti: a Roma nasce lo Sportello Nazionale per i Diritti dei Fragili, per rimettere la persona al centro
C’è una domanda che una società dovrebbe porsi prima di ogni legge, prima di ogni procedura, prima di ogni decisione amministrativa o giudiziaria: che cosa resta della dignità di una persona quando gli altri cominciano a decidere della sua vita?
È una domanda scomoda, ma necessaria. Perché esiste un’invisibilità che non deriva dall’assenza di attenzione, bensì dalla progressiva cancellazione della volontà individuale. È quella di chi viene definito fragile e, troppo spesso, finisce per essere considerato soltanto attraverso la propria condizione, la propria malattia, i propri limiti o il proprio patrimonio. È contro questa invisibilità che nasce a Roma lo Sportello Nazionale per i Diritti dei Fragili, la cui inaugurazione è prevista per il 21 novembre, alle ore 15:00, in via Vittorio Bachelet 12. Un’iniziativa promossa dalle associazioni Adusbef e Labirinto 14 Luglio, con il supporto di Marco Rizzo.
Lo Sportello, voluto dalle due Associazioni, presiedute rispettivamente dall’avvocato Antonio Tanza e dalla dottoressa Francesca della Valle, intende offrire ascolto, orientamento e strumenti di tutela a chi vive condizioni di vulnerabilità e incontra ostacoli nell’esercizio dei propri diritti, ma il significato di questa iniziativa va ben oltre l’apertura di un nuovo presidio. È una presa di posizione culturale, giuridica e civile: la persona deve tornare a essere il centro di ogni sistema di protezione. Non il suo patrimonio. Non la sua presunta incapacità. Non le convenienze di chi le sta intorno. Non la burocrazia. La persona.

La fragilità non è una categoria: è la condizione dell’essere umano
C’è un equivoco da superare: pensare che i fragili siano sempre gli altri. Non è così. Tutti siamo fragili. Lo siamo quando una malattia interrompe i nostri progetti, quando l’età modifica le nostre autonomie, quando perdiamo il lavoro, quando una crisi economica o familiare ci mette in ginocchio, quando un evento improvviso ci rende dipendenti dall’aiuto altrui. La fragilità non è un’identità, non è una colpa e soprattutto non è una diminuzione del valore umano. È una condizione che può attraversare l’esistenza di chiunque, in forme e momenti diversi. Può riguardare una persona con disabilità, un anziano, un malato cronico, un cittadino sovraindebitato, un lavoratore povero, una madre sola o un giovane privato di opportunità.
Ecco perché la tutela dei fragili non è una battaglia di pochi per conto di una minoranza. È una battaglia che riguarda tutti. Perché difendere oggi la dignità di chi non riesce a far valere i propri diritti significa difendere un principio, che domani potrebbe riguardare ciascuno di noi. La Costituzione italiana è chiara: l’articolo 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo; l’articolo 3 impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza sostanziale; l’articolo 32 riconosce la salute come diritto fondamentale dell’individuo. Non sono formule da celebrare nelle occasioni ufficiali. Sono impegni che devono tradursi nella vita quotidiana, soprattutto quando una persona si trova in una condizione di maggiore esposizione e vulnerabilità.
Amministrazione di sostegno: quando la protezione rischia di trasformarsi in controllo
Uno dei temi centrali dell’attività dello Sportello sarà l’applicazione della legge 9 gennaio 2004, n. 6, che ha introdotto nel nostro ordinamento l’amministrazione di sostegno. Una legge nata con un obiettivo importante e profondamente umano: proteggere le persone che, per effetto di un’infermità o di una menomazione, non siano in grado, anche solo parzialmente o temporaneamente, di provvedere ai propri interessi, limitando nella minore misura possibile la loro capacità di agire. La sua filosofia originaria è quella di una tutela personalizzata, costruita intorno alle necessità concrete dell’individuo. Non un’espropriazione della volontà, ma un sostegno. Non una sostituzione indiscriminata, ma un accompagnamento. Eppure, a distanza di oltre vent’anni dalla sua introduzione, le criticità applicative impongono una riflessione seria.
In troppe situazioni si avverte il rischio che uno strumento concepito per proteggere la persona venga trasformato in un meccanismo di controllo della sua esistenza, delle sue relazioni e delle sue risorse economiche. Il problema diventa particolarmente delicato quando, dietro il linguaggio della protezione, si insinuano interessi patrimoniali e aspettative ereditarie. È un tema che non può essere eluso né attenuato per convenienza. In alcune vicende familiari, l’amministrazione di sostegno rischia di entrare in un meccanismo perverso, alimentato da avidità, rivalità e interessi economici. La cura della persona può finire sullo sfondo, mentre al centro della contesa si collocano i beni, il patrimonio e ciò che un giorno potrebbe essere ereditato.
È qui che si consuma uno dei paradossi più dolorosi: una persona che avrebbe bisogno di essere ascoltata, accompagnata e rispettata rischia di diventare l’oggetto delle aspettative economiche di chi le sta vicino. La sua vita, i suoi desideri e le sue relazioni possono essere subordinati a calcoli patrimoniali. Il suo futuro può diventare terreno di conflitto tra familiari. La sua volontà può perdere peso proprio nel momento in cui avrebbe maggiore bisogno di essere riconosciuta. Naturalmente, non si possono generalizzare queste situazioni né confondere le condotte corrette di tanti familiari e amministratori di sostegno con eventuali comportamenti distorti, ma proprio perché si tratta di diritti fondamentali, ogni possibile abuso, conflitto d’interessi o limitazione ingiustificata dell’autonomia deve essere verificato e contrastato.
Quando il patrimonio diventa più importante della persona, la tutela rischia di tradire la propria stessa ragione di esistere. Il patrimonio di un individuo non può diventare il fine della protezione, né la sua vulnerabilità può trasformarsi in un’opportunità per altri. La legge, del resto, indica una direzione precisa. L’articolo 410 del Codice civile impone all’amministratore di sostegno di tenere conto dei bisogni e delle aspirazioni del beneficiario. Un principio che non può essere considerato una formalità, perché riconosce che anche chi necessita di assistenza conserva una propria identità, una propria storia e una propria volontà. La persona non scompare perché qualcuno è chiamato ad aiutarla.
Anche la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con la legge n. 18 del 2009, richiama il rispetto dell’autonomia individuale, della capacità giuridica e della libertà di compiere le proprie scelte. La domanda, allora, è inevitabile: quale protezione può dirsi autentica se finisce per non ascoltare proprio la persona che dovrebbe proteggere?
La burocrazia non può diventare una nuova forma di esclusione
La questione non riguarda soltanto l’amministrazione di sostegno. Attraversa il rapporto tra cittadini e istituzioni. Accade quando un diritto formalmente riconosciuto diventa irraggiungibile nella pratica; quando una persona deve affrontare percorsi amministrativi interminabili; quando il linguaggio degli uffici diventa incomprensibile; quando chi ha meno risorse economiche e culturali incontra maggiori difficoltà proprio nell’ottenere ciò che gli spetta. La burocrazia dovrebbe essere uno strumento al servizio della persona. Quando diventa una barriera, produce una seconda forma di vulnerabilità: quella di chi, oltre a dover affrontare una malattia, una difficoltà economica o una condizione familiare complessa, deve anche combattere per essere ascoltato.
Il diritto non può limitarsi alla correttezza formale delle procedure. Deve garantire che le persone possano esercitare concretamente i propri diritti. È il passaggio dalla legalità formale alla giustizia sostanziale. Ed è proprio qui che si misura la credibilità di uno Stato di diritto.
La persona prima di tutto: il senso dello Sportello Nazionale
Lo Sportello Nazionale per i Diritti dei Fragili intende inserirsi in questo spazio, offrendo ascolto, orientamento e supporto nella tutela dei diritti. L’obiettivo è contribuire a far emergere le criticità, accompagnare i cittadini nella comprensione degli strumenti giuridici disponibili, contrastare gli abusi e promuovere una cultura della protezione che non confonda mai l’assistenza con il dominio. Non una contrapposizione pregiudiziale alle istituzioni, ma un richiamo alla loro responsabilità più alta: essere al servizio dell’essere umano.
Il punto di partenza deve essere sempre lo stesso: la persona. Una persona non è soltanto la sua diagnosi, il suo conto corrente, la sua casa, la sua pensione o il suo grado di autonomia. È una storia, una coscienza, un insieme di relazioni, desideri, ricordi e aspirazioni. Anche quando ha bisogno di aiuto, conserva il diritto di essere ascoltata. Anche quando non riesce a gestire autonomamente ogni aspetto della propria vita, non perde la propria dignità. Anche quando dipende dagli altri, non diventa proprietà di nessuno. È questo il confine che una società civile non può permettere che venga superato.
Una battaglia di civiltà che riguarda tutti
L’inaugurazione del 21 novembre a Roma vuole segnare l’inizio di una mobilitazione nazionale, non soltanto giuridica e assistenziale, ma soprattutto culturale. Perché la fragilità non può diventare una colpa, la richiesta di aiuto non può trasformarsi in un calvario e la protezione non può essere il nome rassicurante dato alla perdita ingiustificata della libertà. Una società si dimostra civile, non quando decide al posto di chi è più vulnerabile, ma quando crea le condizioni affinché anche quella persona possa continuare a partecipare alle decisioni che riguardano la propria esistenza. La vera tutela non consiste nel prendere il posto di qualcuno, ma nel consentirgli, per quanto possibile, di conservare il proprio.
Il vero progresso non si misura soltanto nella ricchezza prodotta, nell’efficienza delle istituzioni o nella velocità delle procedure. Si misura nella capacità di riconoscere che nessun essere umano può essere considerato meno importante perché malato, anziano, povero o non autosufficiente. Il 21 novembre Roma ospiterà, dunque, qualcosa che va oltre una semplice inaugurazione. Sarà l’affermazione di un principio che dovrebbe appartenere alla coscienza di ogni comunità: la persona viene prima di tutto. Prima della burocrazia, prima degli interessi economici, prima delle contese familiari, prima di qualsiasi procedura.
Perché una tutela che dimentica la persona smette di essere tutela. E una società che non ascolta i più vulnerabili finisce per tradire i diritti di tutti. È tempo di riscrivere i confini di questa tutela, per evitare che il diritto si trasformi in sopraffazione. Dobbiamo pretendere un principio assoluto: nessuno rimanga invisibile, nessuno resti senza diritti, nessuno sia più privato della propria dignità e della propria voce.
Francesca della Valle è Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile – Presidente di Labirinto 14 Luglio – Labirinto14luglio@libero.it – www.francescadellavalle.com