Attualità LETTERA APERTA | POLITICA E TERRITORIO

Caro senatore Lotito, il Molise non ha bisogno del suo amore. Ha bisogno di rispetto.

Le dichiarazioni del parlamentare eletto in Molise riaprono una questione che va ben oltre una battuta infelice: il rapporto tra rappresentanza, responsabilità politica e dignità di una comunità troppo spesso considerata terra di conquista elettorale.

Lotito poteva non sapere che il Molise esistesse. I cortigiani che quattro anni fa lo accompagnarono di bar in bar lo sapevano benissimo. E oggi dovrebbero spiegare ai molisani le ragioni di tanto entusiasmo.

Gentile senatore Lotito,

ci permetta innanzitutto di darle una buona notizia: il Molise esiste. Esisteva anche prima che lei vi fosse «catapultato», per utilizzare la sua felice espressione, ed esisterà anche quando le segreterie nazionali dei partiti avranno deciso dove collocare la sua prossima candidatura. Alla faccia delle tanto sbandierate preferenze e della restituzione ai cittadini del diritto di scegliere i propri rappresentanti: in una regione come il Molise, con i pochissimi seggi parlamentari disponibili, il peso delle liste bloccate e delle posizioni di testa rischia di consegnare ancora una volta la scelta degli eletti alle segreterie di partito. Insomma, ai molisani il compito di votare; a qualcun altro, quello di decidere preventivamente chi dovranno eleggere.

Abbiamo appreso con piacere che, dopo l’iniziale sorpresa geografica, lei si è perdutamente innamorato di questa terra, dei suoi abitanti, della loro dignità e della loro accoglienza. Una conversione sentimentale che non intendiamo mettere in discussione. Ci permetta soltanto di osservare che, in politica, tra una dichiarazione d’amore e una prova d’amore dovrebbe esserci una qualche corrispondenza.

Il Molise, peraltro, ha una certa esperienza di corteggiatori. Soprattutto di quelli che arrivano in prossimità delle elezioni, promettono attenzioni eterne e poi lasciano agli abitanti il compito di fare i conti con la quotidianità. La foto parla da sola.

Lei sostiene di aver fatto «3.000 cose». Un numero ragguardevole, che meriterebbe un altrettanto ragguardevole rendiconto. Ci piacerebbe conoscere nel dettaglio i risultati raggiunti, gli impegni mantenuti e le risorse effettivamente arrivate. A cominciare dal Decreto Molise, annunciato durante la campagna elettorale, e dalla vicenda dei finanziamenti alla sanità regionale, sulla quale sarebbe utile chiarire definitivamente la distanza tra gli importi annunciati, quelli stanziati e quelli concretamente trasferiti. Ma forse di quello potranno parlarci i suoi colleghi “molisani”.

Non dubitiamo che lei abbia svolto attività parlamentare, peraltro ha percentuali altissime. Chiediamo semplicemente di poter misurare quanto quell’attività abbia inciso sulle condizioni di vita dei cittadini che rappresenta. Perché un emendamento presentato non è necessariamente un problema risolto, così come una conferenza stampa non equivale a un ospedale che funziona.

Ma, vede senatore, questa lettera non è rivolta soltanto a lei.

Anzi, forse la parte più importante è destinata a coloro che quattro anni fa la accolsero in Molise con un entusiasmo che sarebbe stato bello vedere riservato anche a qualche giovane molisano desideroso di impegnarsi in politica.

Parliamo di quella corte di accompagnatori, sostenitori e dispensatori di elogi che la scortò di paese in paese, di piazza in piazza, di bar in bar (la rete è piena di testimonianze). Di quanti si prodigarono per presentarla come una straordinaria opportunità per il territorio, quasi che il futuro del Molise dipendesse dall’arrivo di un candidato scelto altrove.

Chissà se oggi provano un minimo di imbarazzo nell’apprendere che l’uomo del quale magnificavano le qualità politiche ha raccontato pubblicamente di non sapere nemmeno che questa regione esistesse.

Ma soprattutto vorremmo rivolgere loro una domanda: che cosa videro, allora, in quella candidatura? Quale progetto per il Molise li convinse a sostenerla con tanto trasporto? Quali impegni concreti furono assunti davanti ai cittadini?

Era soltanto una questione di convinzione politica? Di disciplina di partito? Oppure, come troppo spesso accade nelle piccole e grandi liturgie del potere, qualcuno immaginava che tanta sollecitudine potesse un giorno essere ricordata e magari ricambiata?

Non abbiamo elementi per attribuire a nessuno interessi personali, né intendiamo farlo. Ma una domanda politica resta legittima: quando un candidato viene calato dall’alto, chi si affanna a sorreggerlo sta servendo il proprio territorio oppure sta cercando di accreditarsi presso chi conta?

Sarebbe interessante ascoltare oggi quegli stessi entusiasti sostenitori. Sapere se ritengano soddisfatte le aspettative di allora, se siano contenti dei risultati ottenuti e se siano pronti a ripetere l’operazione con il medesimo entusiasmo.

Perché la responsabilità politica non termina con lo scrutinio delle schede. E chi si è assunto il compito di convincere i molisani a votare un candidato dovrebbe poi avere almeno il buon gusto di spiegare ai medesimi elettori quale beneficio sia derivato da quella scelta.

C’è qualcosa di profondamente mortificante nell’idea che una piccola regione debba periodicamente attendere che qualcuno, da Roma, decida chi sia più opportuno mandarle come rappresentante. Come se qui mancassero intelligenze, competenze, sensibilità politiche e persone capaci di interpretare i bisogni delle proprie comunità.

Non è una questione di campanilismo. Si può rappresentare magnificamente una terra nella quale non si è nati. Ma bisognerebbe almeno conoscerla, frequentarla, ascoltarla. E possibilmente evitare di trattare come un «polverone ridicolo» la reazione dei suoi abitanti quando si sentono offesi.

Lei, senatore, ha già dichiarato che sarebbe assolutamente disponibile a chiedere nuovamente la fiducia dei molisani.

Ne prendiamo atto.

Ci auguriamo, qualora questa eventualità dovesse concretizzarsi, che gli elettori abbiano buona memoria. Che ricordino le promesse, le dichiarazioni, gli impegni e i risultati. Che pretendano risposte precise, senza lasciarsi impressionare dai titoli, dalle fotografie, dalle strette di mano o dall’immancabile dichiarazione d’amore per questa terra.

E ci auguriamo che abbiano altrettanta memoria nei confronti di chi, quattro anni fa, contribuì a confezionare e promuovere quella candidatura.

Perché sarebbe davvero singolare assistere nuovamente alla processione dei cortigiani, magari con lo stesso entusiasmo, gli stessi sorrisi e la medesima disponibilità ad accompagnare il candidato di turno alla scoperta delle bellezze locali. Cambiano le stagioni politiche, cambiano i candidati, talvolta cambiano persino i partiti. Certe forme di devozione, invece, sembrano godere di una salute invidiabile.

Il Molise non ha bisogno di essere scoperto, senatore. E non ha bisogno di essere adottato da nessuno.

Ha bisogno di una classe dirigente che smetta di considerarlo una casella da riempire negli accordi elettorali, di rappresentanti che rispondano del proprio mandato e di cittadini che ritrovino fino in fondo la consapevolezza del valore del proprio voto.

Lei dice di essersi innamorato dei molisani. Ci fa piacere. Ma sappia che l’amore non si misura dal numero delle dichiarazioni, bensì dalla qualità delle attenzioni. E che la dignità di una comunità non può essere utilizzata come argomento elettorale quando fa comodo e liquidata come un polverone quando quella stessa comunità manifesta il proprio disappunto.

Un’ultima considerazione, rivolta soprattutto ai suoi accompagnatori di ieri e, chissà, di domani.

Il senatore Lotito poteva anche non sapere che il Molise esistesse. Voi lo sapevate benissimo. Ed è proprio questo che rende politicamente più difficile giustificare il vostro entusiasmo di allora.

Con il rispetto dovuto alla carica che ricopre e con quello, assai più profondo, che dobbiamo alla nostra terra.

Paolo Scarabeo, direttore QuintaPagina.eu