Il caporalato non ha una geografia. Lo sfruttamento ha un mercato
Quattro inchieste in Trentino riportano alla luce un sistema che attraversa l'intero Paese. Dalle campagne del Sud alle vallate alpine, lo sfruttamento prospera dove il bisogno di lavorare diventa occasione di profitto e la dignità delle persone viene subordinata agli interessi economici.
Dietro il reclutamento illegale della manodopera si nasconde una rete di interessi e convenienze economiche che va ben oltre la figura del caporale. Combattere lo sfruttamento significa interrogarsi sulle responsabilità dell'intera filiera e restituire al lavoro la dignità che la Costituzione gli riconosce.
Quattro inchieste sul caporalato nel giro di poche settimane, centinaia di lavoratori coinvolti e un sistema di reclutamento che avrebbe trasformato la speranza di trovare un’occupazione in Italia in una condizione di sfruttamento. Le notizie che arrivano dal Trentino raccontano una realtà che conosciamo da tempo, ma che continuiamo a considerare legata soprattutto ad alcune aree del Mezzogiorno. E invece il caporalato attraversa il Paese, si adatta ai territori, alle produzioni e alle esigenze delle imprese, trovando terreno fertile ovunque il lavoro possa essere acquistato al prezzo più basso.
Nell’ultima indagine, condotta in Val di Non, oltre cento braccianti sarebbero stati coinvolti in un meccanismo che prevedeva il pagamento di somme fino a dodicimila euro per raggiungere l’Italia, alle quali si sarebbero aggiunte ulteriori richieste di denaro per la regolarizzazione. Una volta arrivati, secondo gli investigatori, i lavoratori si sarebbero trovati a percepire salari inferiori a quelli dovuti, a lavorare per molte più ore di quelle dichiarate e a vivere in condizioni abitative degradanti. Accuse sulle quali dovrà pronunciarsi la magistratura, ma che riportano al centro una questione troppo spesso affrontata soltanto quando un’inchiesta giudiziaria riesce a squarciare il silenzio.
Per anni abbiamo associato il caporalato ai campi del Foggiano, alle campagne pontine, ai ghetti agricoli del Sud. Una rappresentazione fondata su vicende reali, ma che ha contribuito a costruire l’idea rassicurante di un fenomeno circoscritto, quasi fosse il prodotto di un’arretratezza territoriale. Le indagini trentine smentiscono questa lettura. Il problema non è la latitudine, ma un’organizzazione del lavoro nella quale la vulnerabilità delle persone può diventare un vantaggio economico.
Il caporale, del resto, non opera in un mondo separato. Recluta manodopera perché qualcuno ne ha bisogno, organizza il lavoro perché esiste una produzione da garantire, impone condizioni perché sa di poter contare sulla debolezza di chi non ha alternative. Fermarsi alla sua figura significa rischiare di lasciare nell’ombra le responsabilità di chi beneficia dello sfruttamento. Occorre guardare all’intera filiera, ai rapporti tra intermediari e imprese, ai controlli, alla formazione dei prezzi e alle condizioni nelle quali si trovano a operare anche gli imprenditori agricoli che rispettano le regole.
Sarebbe ingiusto, infatti, criminalizzare un settore nel quale tante aziende affrontano difficoltà concrete, tra costi crescenti e margini di guadagno sempre più ridotti. Sono proprio queste imprese a subire la concorrenza sleale di chi risparmia illegalmente sul lavoro. Ma nessuna difficoltà economica può giustificare la compressione dei diritti fondamentali. La sostenibilità di un’attività produttiva non può essere costruita sulla precarietà e sulla paura di chi lavora.
C’è poi il nodo delle politiche migratorie. Continuiamo a discutere di ingressi, quote e controlli alle frontiere, dedicando molta meno attenzione a ciò che accade dopo l’arrivo. Il sistema dei decreti flussi, pensato per regolare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, può prestarsi ad abusi quando il lavoratore dipende da intermediari che controllano le possibilità di ingresso e di occupazione. Nelle vicende trentine, secondo le contestazioni degli investigatori, proprio questa dipendenza sarebbe stata utilizzata per ottenere denaro e imporre condizioni di lavoro inaccettabili.
Chi arriva dopo aver contratto debiti per migliaia di euro, non conosce la lingua e teme di perdere il permesso di soggiorno dispone di una libertà di scelta soltanto apparente. Denunciare può significare perdere il lavoro, l’alloggio e ogni possibilità di restituire quanto dovuto. Lo sfruttamento si alimenta di questa condizione, trasformando il bisogno in uno strumento di ricatto.
Per questo la risposta non può limitarsi agli arresti e ai sequestri, per quanto necessari. Occorrono controlli sistematici, canali di reclutamento trasparenti, strumenti di tutela effettivamente accessibili ai lavoratori e una maggiore responsabilità delle imprese lungo tutta la filiera. Bisogna soprattutto impedire che chi denuncia si ritrovi ancora più esposto di chi lo sfrutta. Senza questa garanzia, chiedere alle vittime di ribellarsi rischia di diventare un esercizio retorico.
Anche il mercato e la distribuzione commerciale devono entrare in questa riflessione. Siamo abituati a valutare la qualità di un prodotto agricolo dalla provenienza, dall’aspetto, dalle certificazioni e dal prezzo. Raramente ci domandiamo quali condizioni di lavoro abbiano accompagnato la sua produzione. Eppure un’agricoltura che rivendica l’eccellenza dei propri prodotti non può considerare estranea la dignità delle persone che contribuiscono a realizzarli.
Le responsabilità penali emerse dalle inchieste trentine dovranno essere accertate nelle sedi competenti. Rimane però una questione che riguarda l’intero Paese e che nessuna sentenza, da sola, potrà risolvere. Abbiamo costruito una Repubblica che riconosce nel lavoro il proprio fondamento, ma continuiamo a tollerare condizioni nelle quali lavorare significa rinunciare alla libertà, alla sicurezza e talvolta persino alla propria dignità.
Il caporalato continuerà a trovare spazio finché qualcuno potrà ricavarne un vantaggio economico. Per contrastarlo davvero non basta individuare chi recluta e sfrutta i lavoratori. Bisogna intervenire anche sulle condizioni che rendono quello sfruttamento possibile e conveniente. Altrimenti continueremo a raccontare nuove inchieste, a indignarci davanti agli stessi abusi e a scoprire, ogni volta, che il problema non era dove pensavamo di averlo lasciato.