Ambiente PFAS in 75 campioni di vino su 76 prodotti nell'area contaminata

Diossina ieri, PFAS oggi: quando l’allarme cambia peso

Dalla mozzarella al vino veneto: due crisi ambientali raccontate con reazioni molto diverse. La domanda resta aperta: il principio di precauzione vale sempre allo stesso modo?

La memoria, in questo Paese, sembra durare sempre meno.

C’è stato un tempo in cui bastava accostare le parole “diossina” e “mozzarella” per scatenare una tempesta mediatica. Titoli d’apertura, dibattiti televisivi, consumatori preoccupati, mercati in agitazione. Un’intera filiera finì sotto pressione, spesso senza distinguere tra chi aveva responsabilità e chi invece subiva le conseguenze di una situazione più grande.

Oggi una ricerca scientifica accende i riflettori su un’altra vicenda ambientale. Lo studio segnala la presenza di PFAS nel vino prodotto in aree del Veneto interessate da anni da fenomeni di contaminazione delle falde. Il percorso è noto: dall’acqua utilizzata per l’irrigazione ai terreni, dai terreni alle coltivazioni, fino al prodotto finale.

Si tratta di un elemento che merita attenzione e ulteriori verifiche.

Eppure il clima attorno alla notizia appare molto diverso da quello visto in passato.

Nessuno chiede di mettere sotto accusa i viticoltori. Nessuno propone campagne contro il vino veneto. E sarebbe sbagliato farlo. Chi lavora nei campi e nelle aziende agricole è spesso tra i primi a pagare il prezzo di problemi ambientali che non ha contribuito a creare.

Proprio per questo il confronto con altre vicende resta inevitabile.

Quando al centro delle cronache c’era la mozzarella, il dibattito assunse rapidamente una dimensione nazionale. Oggi, di fronte a uno studio che documenta la presenza di sostanze perfluoroalchiliche lungo una filiera simbolo del territorio, il tono generale appare più prudente e meno acceso.

La questione non riguarda il vino in quanto tale. Riguarda il modo in cui vengono affrontate situazioni simili.

Per quale motivo alcune emergenze conquistano immediatamente le prime pagine mentre altre rimangono confinate a un dibattito più limitato? Perché il principio di precauzione sembra suscitare reazioni diverse a seconda del settore coinvolto?

I PFAS pongono interrogativi che vanno oltre il singolo prodotto. Parlano di falde contaminate per anni, di controlli arrivati quando il problema era già noto, di comunità che convivono da tempo con una delle più estese contaminazioni ambientali registrate nel Paese.

Sono questioni che riguardano l’acqua, il territorio e la sicurezza delle produzioni agricole. E ricordano che l’inquinamento raramente resta fermo nel luogo in cui nasce.

Al di là delle valutazioni sul rischio legato a uno specifico alimento, colpisce la capacità di queste sostanze di diffondersi nell’ambiente e di comparire, nel tempo, lungo diverse fasi della catena alimentare.

Ogni volta che emerge una criticità ambientale riappare anche un argomento ben conosciuto: parlarne troppo potrebbe creare danni economici e mettere in difficoltà interi comparti produttivi.

È una preoccupazione comprensibile. Ma la storia insegna che ignorare o ridimensionare i problemi raramente li risolve.

La fiducia dei cittadini non nasce dall’assenza di cattive notizie. Nasce dalla certezza che le informazioni vengano rese pubbliche, che i controlli vengano effettuati e che eventuali criticità siano affrontate senza reticenze.

Resta comunque una differenza difficile da ignorare.

Anni fa bastò la parola diossina per trasformare la mozzarella in un caso nazionale. Oggi i PFAS entrano nel dibattito attraverso uno dei prodotti simbolo del Made in Italy e la reazione appare decisamente più contenuta.

Forse è proprio questa diversa sensibilità a meritare una riflessione.