Editoriali

L’illusionista e il vuoto della piazza

Tra slogan e parole senza criterio, l'ex generale naviga a vista nel non senso

La politica ha imparato a fare il gioco delle tre carte. Ti mostra il bersaglio, agita la mano, e intanto sposta l’attenzione dal tavolo dove si decidono le sorti vere della gente. L’ultimo arrivato nel carosello di Strasburgo ha capito subito come funziona: basta un linguaggio da caserma, qualche slogan che stuzzica gli istinti bassi e la promessa di una soluzione miracolosa. La “remigrazione”. Una parola che ha il sapore amaro dell’utopia venduta come ordine, perfetta per chi vuole sentirsi dire che il mare si può svuotare col cucchiaino, basta avere abbastanza determinazione.

Ma scendiamo dal palcoscenico e guardiamo la realtà, quella che non fa notizia nei talk show. Mentre lui parla di nemici ideologici e di diritti che diventano problemi, il Paese vero vive di tutt’altro. Vive dell’angoscia di chi non arriva a fine mese, dell’umiliazione di una sanità che sta diventando un privilegio per pochi, di una scuola che, anziché essere ascensore sociale, sta diventando il parcheggio dei sogni. La gente urla il proprio disagio, chiede risposte sul lavoro, sugli investimenti, sulla dignità. E lui che fa? Si guarda bene dal rispondere. Preferisce il campo neutro delle battaglie di costume, dove il confronto non si gioca mai sul terreno scivoloso dei fatti, ma su quello confortevole dell’opinione.

Il segreto del suo consenso è tutto qui: la verginità del potere. Non avendo mai governato, non ha mai dovuto sporcarsi le mani con i trattati internazionali, con i vincoli della Costituzione, con la fredda aritmetica dei bilanci. È facile fare i rivoluzionari quando non devi rispondere a nessuno. È un lusso che si può permettere finché resta a guardare dalla tribuna. Ma la politica, quella seria, è un’altra cosa: è il lunedì mattina, è la mediazione, è il naufragio sistematico delle ricette “miracolose” quando si scontrano con il muro dell’impossibile.

Abbiamo già visto questo film. Abbiamo visto politici di ogni schieramento promettere blocchi navali, porti chiusi e trasferimenti in terre lontane. Risultato? Un pugno di mosche e tanta polvere negli occhi dei cittadini. Eppure, la platea resta lì, in attesa, convinta che il fallimento dei predecessori sia dovuto solo a una mancanza di “cattiveria” o di volontà, e non alla natura stessa del problema. È la ricerca disperata dell’uomo solo al comando, il desiderio infantile di un salvatore che metta ordine nel caos senza dover passare per la complessità.

Lui cavalca quest’onda. È il fortunato beneficiario di un malessere che non sa più dove sbattere la testa. Per ora, finché gli è concesso il lusso di parlare senza dover decidere, continuerà a riempire le cronache con i suoi proclami. Ma il tempo delle chiacchiere è sempre a scadenza. E il vero rischio, per chi oggi applaude, non è che lui tradisca le aspettative, ma che – in un triste gioco di specchi – ci si accorga, troppo tardi, che sotto la maschera del “nuovo” non c’è che il solito vuoto di chi sa descrivere il problema, ma non ha la più pallida idea di come si costruisca una soluzione.