Il futuro della lingua italiana
Tanti anni fa un mio professore di liceo ci raccontò un aneddoto su come gli inglesi, anche prima, oltre che durante, la loro ascesa, fossero riusciti ad imporre la loro lingua un po’ a tutti; infatti, quando arrivarono in Australia chiesero, in inglese, agli aborigeni come si chiamasse uno strano animale con una specie di tasca sulla pancia, loro risposero nella loro lingua, forse senza aver ben capito cosa i sudditi di Sua Maestà avessero chiesto, Kanguru o Kangooroo, (da cui Canguro) che forse significava “non capisco”.
Da sempre e soprattutto negli ultimi decenni ci si è interrogati e ci si interroga sulla diffusione e sul destino della lingua italiana. Linguisti, docenti, osservatori e cultori della nostra lingua, in un mondo sempre più globalizzato e dominato della comunicazione digitale, si preoccupano delle sfide inedite, ma anche delle opportunità sorprendenti che l’italiano si trova a dover affrontare.
In una nazione sempre più “provvisoria e precaria” e dove già si incominciano a vedere e sentire gli effetti, in ogni campo, della apparente inarrestabile decrescita demografica, della sempre più massiccia presenza di individui provenienti da quasi ogni paese del mondo, che portano ricchezza e varietà al nostro lessico ma anche visibili storture e disinteresse, della “dominante” presenza e dell’utilizzo senza vincoli dell’inglese, la conservazione e la difesa della lingua di Dante è un compito sempre più arduo e complicato.
Recentemente il nuovo presidente dell’Accademia della Crusca, Paolo D’Achille, ha dichiarato perentoriamente che la lingua italiana potrebbe scomparire, ossia che l’italiano rischia un progressivo ridimensionamento: “Continuerà a essere usato a scuola ma poi, nel corso degli studi, verrà progressivamente abbandonato” e continua affermando “Altrimenti finirà solo per soppiantare definitivamente i dialetti, almeno in certe zone, perché si ridurrà esso stesso a dialetto, usato nel parlato, nelle scritture informali, o magari (come è infatti avvenuto per alcuni dialetti italiani) nella letteratura; continuerà a essere usato a scuola per la prima alfabetizzazione, ma poi, nel corso degli studi, verrà progressivamente abbandonato, anche perché ormai privato di uno standard di riferimento. Si tratterà quindi, di fatto, di un italiano avviato a quel processo di destandardizzazione che segna inevitabilmente la morte di una lingua, che è già avvenuto per il latino nell’età del basso impero”.
Questo allarme sembra essere addirittura un “de profundis” per la nostra amata lingua, un lamento senza speranza per una lingua che è stata gloriosa e, per molti aspetti singolare, sia nella sua morfosintassi e nel lessico, che nella sua particolare evoluzione e presenza storica.
Bisogna anche dire che il rapporto di noi italiani con la lingua italiana è ed è stato molto complesso e problematico, a tal punto che anche oggi possiamo parlare di una sua difficile e non molto completa acquisizione come lingua madre, anche perché, in realtà, l’italiano non è proprio la nostra lingua madre. La sua evoluzione dal latino volgare fino al cristallizzarsi come lingua letteraria dal basso Medioevo in poi, ha sì permesso la sua conservazione quasi intatta nei secoli, ma non le ha consentito di diventare una vera lingua madre, per la mancanza secolare di uno stato unitario, nato tardi e che impose questa lingua, rilanciata dall’opera manzoniana e da politiche “nazionalistiche” otto-novecentesche, come lingua veicolare comune. L’Italiano ha sofferto molto della cultura libresca, della scarsa dimensione e diffusione della cultura e infine della retorica dominante nel passato, ma presente ancora oggi in molti settori (scuola, media, politica) sebbene in maniera residuale. Ciononostante, lentamente, con grande impegno e lavoro e sulla base dell’entusiasmo per la costruzione dello stato nazionale, la lingua italiana ha raggiunto tutti e si è diffusa in tutti i campi e i settori trasformando un popolo di dialettofoni in cittadini che parlano e comprendono un medesimo idioma. Già, perché, in fondo, anche per le generazioni degli ultimi decenni la lingua madre era ancora il dialetto, i dialetti, e molti di noi ancora oggi per parlare bene, e relativamente “senza errori”, ci riescono soltanto in dialetto. Non a caso il personaggio di Fantozzi, in un episodio dei vari film interpretati dal suo geniale autore nonché protagonista, Paolo Villaggio, definisce l’italiano una “lingua maledetta” proprio perché lingua libresca e letteraria, anche nella sua uniformazione multimediatica, imposta dall’alto, una specie di seconda lingua. Tuttavia, senza la lingua italiana, scritta o parlata, non riusciremmo né a capirci, né a scrivere, leggere, comprendere e quindi come lingua comune è oggi ormai indispensabile e unica, sia nel pensiero che nell’azione linguistica. Insomma, non potremmo più fare a meno di essa, amandola o odiandola. Del resto è stata per molti secoli proprio lei a renderci una nazione quando altri ci definivano solo un’espressione geografica. Quindi le dobbiamo molto sia per il passato che per il presente e forse dovremo fare qualcosa noi, oggi, per il suo, il nostro futuro, perché un popolo è tale se lo è linguisticamente.
Se il Fascismo aveva affidato a quello che considerava il suo “padre nobile” letterario, ossia Gabriele D’Annunzio, il compito di trovare dei sostituti per i termini stranieri (autista, velivolo, tramezzino, fusoliera, diporto ecc.), al giorno d’oggi si assiste invece ad una tendenza completamente contraria, ovvero alla progressiva rinuncia, al progressivo abbandono, almeno apparente, della lingua italiana in favore quasi totale dell’inglese, per ovvi motivi di diffusione e “dominio” in tutti i campi dei parlanti anglofoni. Sembra che i nostri giovani pensino, leggano, scrivano, comprendano e parlino in forme anglosassoni prima ancora che in italiano e che sia quasi una forzatura quella di “tradurre” poi nella nostra lingua. I nostri ricercatori o anche inventori, vista la nostra inesauribile vena creativa, sia all’estero che in Italia, studiano, approfondiscono, pubblicano, usando quasi solo esclusivamente l’inglese e chiamano le loro invenzioni e scoperte con termini anglosassoni e solo in maniera fortuita, a volte, in italiano. Per le giovani generazioni è una operazione quasi naturale, esse sono in sostanza bilingui, anche perché i corsi di inglese, ma forse nulla cambierebbe senza, iniziano in alcuni ambienti addirittura in età prescolare, tuttavia quasi tutte le giovanissime generazioni parlano ormai italiano, ma un italiano molto povero, con vocaboli ed espressioni ridotte all’osso, svuotato di significato e spesso storpiato. Il problema è molto evidente in ambito scolastico e non solo in ambito linguistico; i legami col passato sono sempre più labili e ci sono significative aperture verso la modernità, la lingua è un fenomeno evolutivo, sempre in trasformazione e guidato dalla comunità dei parlanti e oggi questa comunità riconosce in modo “quasi naturale” l’inglese come principale lingua veicolare.
Rappresentando ormai l’inglese il 69% dei prestiti integrali, molti termini stranieri vengono spesso utilizzati senza traduzione (computer, meeting, deadline, smart working ecc.), i linguaggi della tecnologia, dell’economia e dei social media, il digitale, i messaggi brevi, le abbreviazioni, l’uso massiccio di emoji in piattaforme come WhatsApp, TikTok e Instagram, lo stretto rapporto contemporaneo tra lo scritto e il parlato stanno rivoluzionando il modo in cui si scrive e si comunica e tendono a semplificare la lingua e a farla diventare più immediata e orale mescolando registri diversi (formale/informale) con appunto ulteriori generalizzazioni e semplificazioni che il Sabatini definisce un tipologia di lingua media. La lingua italiana emerge fredda, seppur corretta, come adattamento italiano del metalinguaggio anglicizzato dell’IA.
Il diffuso provincialismo e la pigrizia intellettuale dei nostri tempi sembrano dunque condurci ad una specie di resa della lingua italiana, anche se essa ha sempre saputo assorbire influenze esterne rielaborandole in modo creativo e se i giovanissimi sono ormai bilingui, attirati e completamente assuefatti alle mode, agli stili, alle tendenze che parlano principalmente anglosassone, essi parlano o “compongono” termini in un inglese che sembra di plastica o un pseudo-inglese con storpiature, errori, italianizzazioni latenti.
La lingua italiana viene ancora abbastanza studiata all’estero, anche se di fatto rimane un fenomeno d’elite, sia per l’indubbio fascino della nostra storia, dell’arte, della cultura e della bellezza del nostro paese, sia per la diffusione del melodramma e del contributo delle comunità italiane all’estero, facendo dell’italiano un ponte culturale globale. Ciononostante, di fronte a corsi universitari quasi interamente in inglese, contraddicendo addirittura una sentenza della Corte Costituzionale che prevede l’uso predominante dell’italiano, il ruolo delle istituzioni culturali, pubbliche o private, Accademia della Crusca, Società Dante Alighieri, editori e librai, rimane cruciale, come sono da sollecitare politiche di difesa della nostra lingua (esiste tra l’altro un disegno di legge mai approvato e depositato in Senato per istituire un Consiglio Superiore di difesa e salvaguardia della lingua), sulla scorta delle altre nazioni europee. Purtroppo sulla stessa linea si assiste progressivamente a docenti, alunni e istituzioni scolastiche che incominciano a considerare l’inglese la materia più importante se non la principale, relegando l’italiano in un angolo come già capitato al latino, per non parlare del mondo delle aziende, di cui la scuola, secondo le visioni dominanti, dovrebbe essere una specie di ancella parlante inglese e che invece resta comunque centrale nel preservare e valorizzare la ricchezza della lingua, adattandosi ai nuovi contesti comunicativi, integrando strumenti digitali e sviluppando competenze linguistiche più flessibili per mantenere viva la tradizione senza rinunciare all’innovazione.
Bisogna quindi continuare ad essere ottimisti sulla possibilità di salvare l’italiano come lingua viva e d’uso e non come un cimelio culturale o addirittura una lingua “morta”; in fondo noi italiani siamo nati prima come nazione linguistica e poi politica e questo “patrimonio immateriale che ci siamo conquistati”, come lo definisce D’Achille, potrebbe essere arricchito nel suo vocabolario da contaminazioni linguistiche provenienti da contesti diversi ampliandone le prospettive.
La morte di una lingua è la morte di un mondo, ma quel mondo e quelle lingue morte in realtà non sono morte, cioè non del tutto; ad esempio il latino sopravvive in vari modi, non solo nelle lingue neolatine, ma anche nell’alfabeto, quasi universale.
La lingua italiana rappresenta uno degli elementi fondamentali dell’identità culturale nazionale. Nata dal volgare fiorentino e sviluppatasi nel corso dei secoli grazie a figure come Dante, Petrarca e Boccaccio, essa ha attraversato profonde trasformazioni fino a diventare la lingua ufficiale della Repubblica Italiana e di fronte alle nuove prove della globalizzazione, della digitalizzazione, dell’influenza dell’inglese, dei cambiamenti sociali e tecnologici è necessario che la nostra comunità nazionale di parlanti non si arrenda e non si addormenti e persegua forme di difesa linguistica che non tengano solo viva una lingua “morta”, ossia un suo peggioramento, poiché le lingue non “peggiorano”, cambiano, infatti quello che oggi può sembrare un errore linguistico, domani potrebbe diventare norma. Paesi come Francia e Spagna hanno reagito alle influenze straniere con politiche di difesa linguistica trovando parole, termini simili o adattabili e neologismi. In realtà gli aborigeni forse risposero bene a quanto chiesto dagli esploratori britannici, ma quest’ultimi imposero di fatto l’uso esclusivo della loro lingua senza curarsi di eventuali problemi; forse dovremmo fare così anche noi.
Per salvaguardare la nostra lingua, sarà sicuramente indispensabile trovare un equilibrio tra innovazione e tradizione, tra apertura internazionale e conservazione dell’identità linguistica; la scuola, le istituzioni, i cittadini avranno un ruolo fondamentale per garantire che l’italiano continui a essere una lingua viva, ricca e significativa. Lingua di cultura e tradizione studiata all’estero, anche se meno diffusa rispetto a lingue globali come l’inglese o lo spagnolo, il “futuro internazionale” della lingua italiana dipenderà molto dalla capacità dell’Italia di esportare cultura e innovazione, non segnato da un declino inevitabile, ma da una trasformazione continua e, come già accaduto nei secoli passati, l’italiano saprà probabilmente reinventarsi, mantenendo un equilibrio tra radici storiche e nuove esigenze comunicative. La sfida è aperta e l’italiano dovrà cogliere il cambiamento senza perdere l’anima che rende questa nostra lingua unica nel panorama mondiale e la conservazione del “tesoro” di Dante passa inevitabilmente per la capacità dell’Italia di tornare a essere protagonista del presente, con le proprie parole e le proprie idee.