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Ribellismo contadino. La storia del Sud oltre l’etichetta del brigantaggio

Valentino Romano e Mario Garofalo tornano alle carte d’archivio per ricostruire le ragioni sociali delle rivolte meridionali. Dalle campagne borboniche all’Italia unita, la questione della terra attraversò due regni. E oggi chiede parole più precise per essere raccontata.

Nelle campagne meridionali la terra decideva quasi tutto. Stabiliva la ricchezza delle famiglie, il prestigio degli uomini, il potere dei proprietari. Per chi la lavorava, invece, rappresentava spesso una fatica quotidiana dalla quale ricavare appena il necessario per vivere. I contadini conoscevano bene quella distanza. La misuravano nei raccolti, nei canoni da pagare, nei diritti di pascolo contesi, nei boschi ai quali diventava sempre più difficile accedere. E quando le tensioni diventavano insopportabili, arrivavano le proteste, le occupazioni, qualche volta le rivolte.

Accadeva già sotto i Borbone, molto prima che Garibaldi attraversasse il Mezzogiorno e che Vittorio Emanuele II diventasse re d’Italia. Le campagne del Regno delle Due Sicilie erano attraversate da conflitti agrari che affondavano le radici nella distribuzione della proprietà e nei rapporti tra i possidenti e le popolazioni rurali. Le controversie sugli usi civici, le usurpazioni delle terre comuni, le richieste di accesso ai terreni raccontavano una società nella quale il problema della terra era anche quello della sopravvivenza.

L’unificazione nazionale arrivò in un mondo già attraversato da queste tensioni. Portò nuove istituzioni, nuove leggi, un altro sovrano. Nei paesi, intanto, una parte considerevole dei vecchi equilibri sopravvisse. La borghesia agraria conservò il proprio peso economico e molti notabili, che avevano esercitato la loro influenza durante il periodo borbonico, seppero adattarsi al nuovo ordinamento. Il potere locale continuò spesso a ruotare attorno alle medesime famiglie e agli stessi interessi.

Per i contadini la questione rimaneva aperta. Avevano visto cadere un regno, senza assistere a una trasformazione altrettanto profonda delle proprie condizioni. La redistribuzione delle terre, attesa o rivendicata in forme differenti dalle popolazioni rurali, rimase fuori da una riforma generale. A pesare sulle campagne arrivarono anche nuove imposte, la leva militare e l’inasprimento dei rapporti con le autorità.

La ribellione esplose in questo contesto. Assunse forme diverse, si intrecciò con il legittimismo borbonico, con le rivalità locali, con la criminalità e con le aspirazioni di quanti vedevano nel nuovo Stato la prosecuzione di un potere dal quale erano sempre rimasti esclusi. Fu una stagione violenta, segnata da aggressioni, sequestri, uccisioni e da una repressione militare altrettanto dura.

Nei rapporti delle autorità quella stagione prese largamente il nome di brigantaggio. La parola è rimasta, fino a diventare quasi una spiegazione. Eppure un nome attribuito a uomini e fatti da chi aveva il compito di sorvegliarli e reprimerli racconta anzitutto lo sguardo di chi lo scrive. È da questa distanza tra le carte e le vite che prende forza la proposta di parlare di ribellismo contadino.

Valentino Romano lavora da anni proprio su questa distanza. Negli archivi cerca ciò che precede l’accusa: la condizione di chi lavorava la terra, le famiglie, i contrasti per i beni comuni, i legami di paese. Segue le persone attraverso documenti diversi, confronta le testimonianze e ricompone il contesto che il linguaggio repressivo tendeva a comprimere in una qualifica. Quando si ricostruisce la vita di un uomo prima del suo incontro con la giustizia, la ribellione comincia a parlare anche della società che l’ha generata.

In questo modo la vicenda del brigante torna a essere anche quella del contadino. L’uomo armato, inseguito dai soldati e registrato negli atti dei tribunali, riacquista una storia precedente. Appartiene a una famiglia, a un paese, a un mondo nel quale il possesso della terra stabiliva le distanze sociali e spesso condizionava l’intera esistenza.

Mario Garofalo percorre un tratto affine di questa ricerca nelle carte del Molise postunitario. Al centro delle sue indagini c’è anche il modo in cui si formavano le accuse: una notizia raccolta in paese, un rapporto dei carabinieri, una comunicazione tra uffici, una testimonianza ripresa da un’autorità all’altra. La lettura ravvicinata consente di distinguere ciò che il documento prova da ciò che il funzionario suppone, e di osservare come la classificazione di un individuo potesse consolidarsi nel passaggio da una carta alla successiva.

La lettura di quelle carte richiede una cautela particolare. I funzionari, i militari e i magistrati scrivevano per finalità precise: sorvegliare, indagare, accertare responsabilità, mantenere l’ordine. Le loro relazioni costituiscono una fonte indispensabile per ricostruire gli avvenimenti, e insieme conservano il punto di vista delle istituzioni che le produssero. Una voce raccolta in un paese, un sospetto ripetuto in più comunicazioni, un giudizio formulato da un’autorità potevano contribuire a definire la reputazione di una persona e a orientare le indagini successive.

Il lavoro dei due ricercatori mostra perché la scelta delle parole sia una questione di metodo. Ribellismo contadino serve a nominare la componente sociale delle insorgenze, a ricostruirne le origini nella questione agraria e a seguirne la continuità dal periodo borbonico ai primi decenni unitari. Brigantaggio rimane una parola indispensabile quando si leggono le fonti e quando si descrivono le diverse forme di violenza dell’epoca; assumerla come spiegazione complessiva, invece, rischia di nascondere proprio ciò che la ricerca vuole riportare alla luce.

Il cambio di prospettiva è sostanziale. Le rivolte nelle campagne erano cominciate prima dell’Unità, quando i contadini si scontravano con i proprietari e rivendicavano terre e diritti d’uso. Dopo il 1861 quelle tensioni trovarono un nuovo Stato e, spesso, gli stessi equilibri locali. Seguire questo filo permette di riconoscere una continuità sociale che l’etichetta di brigantaggio, da sola, lascia indistinta.

La distinzione è importante. La parola brigantaggio ha finito per raccogliere esperienze molto diverse. Comprendeva bande dedite alla criminalità, uomini impegnati nella restaurazione borbonica, individui mossi da vendette personali e contadini la cui ribellione maturava dentro conflitti agrari e sociali. Queste componenti potevano incontrarsi, sovrapporsi, perfino convivere all’interno delle stesse bande. La loro presenza rende il fenomeno più complesso di quanto suggeriscano molte ricostruzioni ancora diffuse.

Il ribellismo contadino offre una prospettiva utile proprio per comprendere quella parte delle insorgenze che affondava le radici nelle condizioni del mondo rurale. La protesta contro i proprietari, le tensioni per l’accesso alle terre, il rifiuto di un ordine sociale percepito come immutabile attraversarono la fine della monarchia borbonica e continuarono a manifestarsi durante i primi anni del Regno d’Italia.

Il collegamento con la riflessione di Antonio Gramsci sulla questione meridionale emerge quasi naturalmente. Nei rapporti tra i grandi proprietari, i gruppi dirigenti locali e le masse contadine, Gramsci individuava una struttura di potere capace di condizionare profondamente la vita politica e sociale del Mezzogiorno. La frammentazione delle comunità rurali e la mancanza di una rappresentanza politica autonoma rendevano difficile trasformare il malcontento in un movimento organizzato.

Anche le rivolte ottocentesche possono essere osservate attraverso questa chiave. La protesta contadina nasceva da contraddizioni reali, prendeva forme spesso spontanee e frammentarie, incontrava forze politiche interessate a orientarla verso altri obiettivi. Il legittimismo borbonico seppe utilizzare una parte di quel malcontento. Le bande armate accolsero uomini dalle motivazioni più disparate. La violenza divenne uno degli strumenti attraverso i quali si consumò il conflitto tra il nuovo Stato e una parte della società meridionale.

La dimensione sociale del brigantaggio è da tempo oggetto di studio. Le ricerche di Franco Molfese e di altri storici hanno contribuito a ricostruire il rapporto tra le insorgenze, la questione agraria e la formazione dello Stato nazionale. Il contributo di Romano e Garofalo si inserisce in questa tradizione, approfondendo il rapporto tra le vicende individuali, le comunità contadine e la documentazione delle autorità.

Rimane tuttavia una distanza tra i risultati della ricerca e la memoria pubblica di quegli avvenimenti. Il brigante continua spesso a essere rappresentato attraverso la figura dell’uomo armato, del fuorilegge nascosto sulle montagne, del nemico contro il quale il nuovo Stato dovette mobilitare l’esercito. Le ragioni sociali che contribuirono ad alimentare le rivolte trovano uno spazio assai minore. Eppure, senza quelle ragioni, una parte della storia del Mezzogiorno rimane difficile da comprendere.

Le autorità del Regno d’Italia affrontarono il brigantaggio come una grave minaccia alla sicurezza e alla stabilità delle istituzioni. La repressione contribuì progressivamente a ridurre la presenza delle bande. La questione agraria continuò invece a segnare la società meridionale, lasciando aperti problemi che sarebbero riemersi nei decenni successivi, attraverso nuove mobilitazioni contadine e altre forme di conflitto sociale.

È in questa continuità che il ribellismo contadino trova il proprio significato. Le proteste precedettero l’Unità e continuarono dopo di essa, perché i rapporti di proprietà e le gerarchie sociali sopravvissero in larga misura al cambiamento politico. Per una parte della popolazione rurale, il nuovo Regno rappresentò un’altra autorità con la quale confrontarsi, mentre la terra rimaneva nelle mani di chi già la possedeva.

Le carte d’archivio, lette con pazienza, consentono dunque di formulare domande nuove a testimonianze conosciute da tempo. Chi parla? Che cosa sa direttamente? Da chi ha ricevuto l’informazione? Quale conflitto attraversa il paese di cui scrive? E quale posizione occupa il contadino dentro quel conflitto? Sono domande semplici soltanto in apparenza. Da esse dipende la possibilità di distinguere un fatto accertato da una reputazione, un’adesione politica da una protesta agraria, una scelta dalla costrizione.

Nei paesi del Mezzogiorno il passaggio da un regno all’altro aveva cambiato molte cose. Il potere aveva assunto nomi nuovi, le istituzioni si erano trasformate, i soldati indossavano altre uniformi. Nei campi, invece, i contadini continuavano a misurare la propria esistenza con la terra, con i proprietari e con la fatica di vivere.

Per alcuni di loro arrivò la ribellione. Lo Stato li chiamò briganti.

Per comprendere quella storia, oggi, occorre tornare a chiedersi chi fossero prima di diventarlo.