Attualità OCCHIELLO | IL PREMIO DAPHNE CARUANA GALIZIA 2026

Il modello Albania sotto accusa: l’Europa premia l’inchiesta che il Governo dovrebbe leggere

Un milione di euro per ogni migrante trattenuto, secondo le stime dei giornalisti premiati. Il prestigioso riconoscimento del Parlamento europeo va all'indagine di Giacomo Zandonini e Maite Vermeulen sui centri italiani in Albania. Tra costi, diritti fondamentali e scarsa trasparenza, emergono interrogativi ai quali la politica non può sottrarsi.

Il riconoscimento europeo riporta al centro una questione essenziale: chi governa deve rendere conto delle proprie scelte, soprattutto quando riguardano denaro pubblico, libertà personali e diritti fondamentali. E chi fa giornalismo deve poter verificare, senza ostacoli, ciò che il potere racconta.

C’è una notizia arrivata in queste ore da Strasburgo che meriterebbe ben più di qualche minuto nei telegiornali italiani. Il Premio Daphne Caruana Galizia 2026, uno dei più significativi riconoscimenti europei dedicati al giornalismo d’inchiesta, è stato assegnato a un lavoro che mette sotto esame uno dei progetti più rappresentativi della politica migratoria del Governo Meloni: l’accordo tra Italia e Albania per la gestione dei migranti.

A vincere sono stati Giacomo Zandonini, giornalista italiano, e Maite Vermeulen, giornalista olandese, autori di un’inchiesta pubblicata nel gennaio scorso sulla piattaforma indipendente De Correspondent. Un lavoro che ha ricostruito il funzionamento delle strutture di Shëngjin e Gjadër, analizzandone i costi, le conseguenze sulle persone trattenute, le criticità giuridiche e, soprattutto, la difficoltà di ottenere dalle istituzioni informazioni su un progetto finanziato con denaro pubblico.

Il riconoscimento è stato conferito da una giuria indipendente, nell’ambito di un’iniziativa del Parlamento europeo. Tra 344 candidature provenienti dai Paesi dell’Unione, soltanto dieci erano approdate alla selezione finale. A prevalere è stata proprio l’indagine sull’esperimento italiano che il Governo ha più volte presentato come un modello innovativo, capace di coniugare controllo delle frontiere, contrasto all’immigrazione irregolare ed efficacia amministrativa.

Ma è entrando nei contenuti dell’inchiesta che la notizia assume una dimensione politica difficilmente trascurabile.

Secondo le stime elaborate dai due giornalisti, nei primi due anni sarebbero stati spesi circa 259 milioni di euro per le strutture albanesi, a fronte di 256 persone trattenute nel periodo preso in esame. Il rapporto aritmetico restituisce una cifra impressionante: poco più di un milione di euro per ciascuna persona.

Naturalmente, non si tratta del costo materiale sostenuto individualmente per ogni migrante, ma del rapporto tra la spesa complessiva stimata e il numero delle persone transitate attraverso il sistema. La precisazione è necessaria, ma non attenua la questione di fondo: quale risultato concreto è stato ottenuto attraverso un investimento di questa portata?

L’accordo, inizialmente concepito per trasferire in Albania richiedenti asilo soccorsi in mare, ha incontrato ripetuti ostacoli giudiziari. Nel marzo 2025 il Governo ne ha modificato la funzione, destinando le strutture anche al trattenimento di persone già presenti irregolarmente in Italia e in attesa di rimpatrio. Un cambiamento significativo rispetto all’impostazione originaria, che rende ancora più necessario valutare il progetto sulla base dei risultati effettivamente conseguiti, anziché delle aspettative annunciate.

La questione, tuttavia, non riguarda soltanto i soldi. L’inchiesta premiata denuncia criticità nel rispetto dei diritti fondamentali delle persone trasferite, interrogandosi sulla compatibilità delle procedure adottate con i principi dello Stato di diritto europeo. È un tema che supera le contrapposizioni tradizionali tra favorevoli e contrari all’immigrazione. Uno Stato ha certamente il diritto e il dovere di governare i flussi migratori, stabilire regole, contrastare gli ingressi irregolari e organizzare i rimpatri previsti dalla legge. Ma proprio perché esercita un potere tanto rilevante sulla libertà delle persone, deve garantire che ogni procedura sia verificabile, proporzionata e rispettosa delle garanzie giuridiche.

Non è un dettaglio ideologico. È la differenza tra amministrare un fenomeno complesso e considerare le persone coinvolte semplici numeri da trasferire altrove.

C’è poi un altro aspetto dell’indagine che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la qualità della nostra democrazia, indipendentemente dalle proprie convinzioni politiche: la trasparenza.

Come hanno raccontato gli stessi autori, ricostruire il funzionamento dei centri è stato estremamente difficile. Le richieste di accesso agli atti rivolte alle autorità italiane hanno prodotto riscontri limitati; numerose informazioni finanziarie e operative sono risultate difficili da ottenere e ai giornalisti non è stato consentito di entrare nelle strutture durante oltre un anno di lavoro.

Paradossalmente, proprio dai Paesi Bassi sono arrivati circa settanta documenti utili alla ricostruzione dell’accordo, tra comunicazioni istituzionali, valutazioni e scambi relativi al progetto.

È un elemento sul quale sarebbe opportuno soffermarsi. Se un’iniziativa viene realizzata con risorse pubbliche, sotto la responsabilità delle autorità italiane e presentata come un successo politico, perché dovrebbe risultare tanto complicato conoscerne nel dettaglio il funzionamento?

La trasparenza non è una concessione che un Governo può accordare ai giornalisti quando lo ritiene opportuno. È uno degli strumenti attraverso i quali i cittadini possono verificare l’impiego delle risorse collettive e valutare l’operato di chi li rappresenta.

Il premio assume inoltre un significato particolare per il momento storico nel quale viene assegnato. Il modello Albania non è rimasto un esperimento isolato: è diventato un riferimento nel dibattito europeo sull’esternalizzazione delle procedure migratorie, mentre altri Paesi valutano accordi con Stati terzi per realizzare strutture analoghe.

Per questo il lavoro di Zandonini e Vermeulen riguarda l’intera Unione europea. Il problema non è soltanto stabilire se il progetto italiano abbia funzionato, ma comprendere quali conseguenze potrebbe produrre la sua eventuale replicazione su scala continentale.

A rendere ancora più significativo il riconoscimento è il nome che porta. Daphne Caruana Galizia era una giornalista investigativa maltese. Fu assassinata il 16 ottobre 2017 con un’autobomba, dopo anni di inchieste sulla corruzione e sui rapporti tra potere politico ed economico. Il premio istituito in sua memoria rappresenta un impegno concreto a difendere il diritto di indagare, porre domande e rendere pubbliche informazioni che qualcuno preferirebbe sottrarre all’attenzione dei cittadini.

Alla cerimonia di Strasburgo hanno partecipato la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola e la vicepresidente Pina Picierno. Metsola ha richiamato proprio la necessità di proteggere i giornalisti che chiedono conto delle decisioni assunte dal potere. Ed è forse questo il punto più importante dell’intera vicenda.

Il giornalismo non esiste per certificare la bontà delle decisioni di un Governo, né per demolirle pregiudizialmente. Esiste per verificarle. Per andare oltre le conferenze stampa, confrontare le dichiarazioni con i documenti, cercare le persone coinvolte e restituire ai cittadini gli elementi necessari a formarsi un’opinione consapevole.

Il Governo italiano conserva naturalmente il diritto di difendere l’accordo con l’Albania, contestare le conclusioni dell’inchiesta e sostenere la propria impostazione politica. Ma dovrebbe farlo entrando nel merito, rendendo disponibili i dati e spiegando quali benefici concreti giustifichino l’investimento economico e le scelte compiute.

Sarebbe auspicabile, per esempio, conoscere attraverso una rendicontazione pubblica completa quanto sia stato effettivamente speso, quante persone siano state trasferite, quanti rimpatri siano stati realizzati grazie al nuovo sistema e quale sia il costo complessivo della sua gestione rispetto alle procedure ordinarie. Sono domande legittime. Anzi, doverose.

Perché quando un progetto viene presentato come un successo nazionale, la sua efficacia deve poter essere misurata anche da chi non appartiene alla maggioranza che lo sostiene.

Il Premio Daphne Caruana Galizia assegnato oggi non costituisce una sentenza contro il Governo Meloni, né pretende di sostituirsi alle autorità giudiziarie. Riconosce il valore di un’inchiesta giornalistica che ha portato alla luce questioni di evidente interesse pubblico. Sarebbe un errore trasformarlo nell’ennesimo pretesto per una schermaglia tra maggioranza e opposizione, perdendo di vista ciò che il lavoro dei due giornalisti ha effettivamente documentato.

Resta però un dato politico difficilmente ignorabile: mentre in Italia il modello Albania continua a essere difeso come un’intuizione da esportare, a Strasburgo viene premiato chi ne ha indagato costi, contraddizioni e conseguenze.

E forse il modo migliore per onorare Daphne Caruana Galizia è proprio questo: continuare a fare domande, soprattutto quando le risposte tardano ad arrivare.