Sanità molisana, il paradosso dei numeri: più risorse per abitante, ma gli ospedali restano ultimi in Italia
Il Molise riceve 2.319 euro pro capite dal Fondo sanitario nazionale, ma è penultimo nella graduatoria dei Livelli essenziali di assistenza. Bonamico e Di Giacomo rivendicano i progressi compiuti. Il sindaco Di Ianni: «La sufficienza amministrativa non può essere scambiata per un successo sanitario». E chiede trasparenza sull'impiego delle risorse e sul futuro dei presidi nelle aree interne.
Dopo diciassette anni di commissariamento, il confronto non può fermarsi alla lettura dei bilanci. Il vero banco di prova resta la capacità di garantire cure tempestive, personale disponibile e servizi accessibili anche nei piccoli comuni delle aree interne.
Il Molise è la regione italiana che riceve il finanziamento sanitario più elevato per abitante, ma è anche quella che registra il punteggio più basso nell’assistenza ospedaliera. Due dati che, letti insieme, raccontano una contraddizione sulla quale sarebbe necessario aprire una discussione pubblica approfondita, soprattutto mentre il futuro di alcuni presidi sanitari regionali continua a essere oggetto di controversie amministrative, mobilitazioni e preoccupazioni da parte delle comunità locali.
A riportare l’attenzione sulla questione è Remo Di Ianni, sindaco di Cerro al Volturno, che interviene con una dura presa di posizione sulle dichiarazioni diffuse dal commissario ad acta Marco Bonamico e dal subcommissario Ulisse Di Giacomo a seguito della pubblicazione del nono Rapporto della Fondazione GIMBE sul Servizio sanitario nazionale.
La Struttura commissariale, nella nota del 20 ottobre, ha evidenziato alcuni progressi registrati dalla sanità molisana, a cominciare dall’incremento del personale medico e dal raggiungimento della soglia di adempienza in tutte e tre le macroaree dei Livelli essenziali di assistenza. Risultati che, secondo i commissari, devono essere valutati tenendo conto delle particolari condizioni demografiche e territoriali della regione.
Una lettura che Di Ianni non condivide, o quantomeno ritiene insufficiente a descrivere le condizioni effettive dell’assistenza sanitaria. «Ho letto le dichiarazioni dei Commissari Bonamico e Di Giacomo sul 9° Rapporto GIMBE e, francamente, faccio fatica a comprendere cosa ci sia da festeggiare», esordisce il primo cittadino, richiamando l’attenzione sulla necessità di esaminare integralmente i risultati dell’indagine.
I numeri, in effetti, meritano attenzione. Nel monitoraggio LEA relativo al 2024, il Molise si colloca al penultimo posto nazionale, con un punteggio complessivo di 192 su 300. L’assistenza ospedaliera raggiunge appena 60 punti, il valore più basso d’Italia e coincidente con la soglia minima di adempienza, mentre quella territoriale si ferma a 62. Rispetto all’anno precedente, il punteggio complessivo registra inoltre una flessione di un punto.
Il raggiungimento della soglia minima nelle tre macroaree rappresenta certamente un risultato amministrativo positivo, che la stessa Struttura commissariale considera particolarmente significativo anche ai fini dell’accesso ai meccanismi premiali del finanziamento nazionale. Ma è sufficiente per parlare di un sistema sanitario che sta recuperando efficienza e capacità assistenziale?
È proprio su questa distinzione che insiste Di Ianni. La conformità ai parametri di valutazione, osserva il sindaco, non può essere considerata automaticamente una garanzia di cure adeguate e accessibili. Una considerazione che assume ulteriore peso alla luce del dato sulla rinuncia alle prestazioni sanitarie: secondo quanto richiamato nel suo intervento, nel 2024 circa un molisano su dieci ha rinunciato ad almeno una visita o a un esame.
Il confronto si sposta quindi sul personale sanitario. Bonamico e Di Giacomo hanno precisato che il numero dei medici dipendenti è passato dalle 389 unità del 2024 alle 457 del 2025, con un incremento del rapporto per mille abitanti da 1,35 a 1,58. Una crescita che sarebbe proseguita anche nel 2026, raggiungendo quota 1,61 nel mese di giugno.
Si tratta di un miglioramento che merita di essere riconosciuto, soprattutto in una regione che incontra difficoltà strutturali nel reclutamento dei professionisti. Resta tuttavia aperta una questione sostanziale: come si traduce questo incremento nell’organizzazione quotidiana dei servizi?
Il sindaco chiede di conoscere la distribuzione effettiva del personale, quanti medici siano stati assegnati ai singoli presidi e quale sia la loro capacità di assicurare la copertura dei turni nei reparti e nei Pronto Soccorso, con particolare riferimento agli ospedali di Isernia e Agnone.
Una richiesta che sposta il confronto dal numero complessivo degli addetti alla concreta disponibilità delle prestazioni. Perché un organico numericamente più consistente non risolve necessariamente le criticità se permangono squilibri nella distribuzione del personale o difficoltà nel garantire la continuità assistenziale.
Ma il passaggio più significativo dell’intervento riguarda il finanziamento pubblico. Nel 2025 il Molise ha ricevuto dal Fondo sanitario nazionale una quota pari a 2.319 euro per abitante, a fronte di una media italiana di 2.218 euro. È il valore pro capite più elevato del Paese.
La Struttura commissariale ha spiegato che tale dato deve essere interpretato considerando le peculiarità di una regione con circa 285mila abitanti distribuiti in 136 Comuni, una densità demografica contenuta, una popolazione anziana e costi organizzativi che non possono essere ridotti proporzionalmente al numero dei residenti.
Argomentazioni fondate su caratteristiche oggettive del territorio. Il finanziamento pro capite, del resto, non coincide con una disponibilità illimitata di risorse: una piccola regione deve comunque sostenere costi fissi elevati per mantenere strutture, personale, servizi di emergenza e assistenza diffusa. È però proprio da questa considerazione che nasce l’obiezione del sindaco di Cerro al Volturno.
Se le caratteristiche geografiche e demografiche del Molise giustificano un finanziamento più elevato per abitante, quelle stesse caratteristiche dovrebbero rappresentare un elemento centrale nella programmazione sanitaria, soprattutto quando si interviene sui servizi destinati alle comunità più isolate. Di Ianni chiede quindi di conoscere nel dettaglio l’impiego delle risorse, la loro destinazione e i risultati concretamente prodotti in termini di assistenza. Non una contestazione generica della spesa pubblica, ma una richiesta di trasparenza sul rapporto tra finanziamenti, organizzazione e qualità delle prestazioni.
La questione assume una rilevanza particolare alla luce del Programma Operativo Sanitario 2026-2028, che ha previsto una profonda riorganizzazione della rete regionale. Dal Punto Nascita di Isernia all’Emodinamica di Termoli, fino al futuro dell’ospedale di Agnone, le scelte contenute nella programmazione commissariale hanno alimentato un confronto che ha coinvolto amministratori locali, cittadini e tribunali amministrativi.
Anche la riorganizzazione del servizio di continuità assistenziale, comunemente identificato con le guardie mediche, è stata contestata da numerosi Comuni, preoccupati per le possibili conseguenze sulle popolazioni delle aree interne.
Il ricorso alla giustizia amministrativa, naturalmente, non costituisce di per sé una valutazione definitiva sulla validità dell’intero progetto di riorganizzazione. Testimonia però l’esistenza di un conflitto istituzionale che non può essere liquidato come una semplice resistenza al cambiamento.
Del resto, per chi vive in un piccolo centro montano, la distanza da una struttura sanitaria non è soltanto una questione chilometrica. Contano le condizioni della viabilità, i tempi di percorrenza, la disponibilità dei mezzi di soccorso, l’età della popolazione e la possibilità concreta di raggiungere tempestivamente un medico.
Un servizio che sulla carta risulta disponibile a trenta o quaranta chilometri di distanza può essere molto meno accessibile per una persona anziana che vive sola, per una famiglia senza automobile o durante un’emergenza invernale.
La riorganizzazione della rete sanitaria, pertanto, non può essere valutata esclusivamente attraverso gli obiettivi di contenimento della spesa o il rispetto dei parametri ministeriali. Deve essere accompagnata da una dimostrazione altrettanto rigorosa della capacità di garantire prestazioni sicure, tempestive e realmente fruibili.
È su questo terreno che Di Ianni invita i commissari a confrontarsi, chiedendo come possano conciliarsi i progressi rivendicati con una programmazione che continua a mettere in discussione servizi considerati fondamentali dalle comunità locali. La sua riflessione richiama inevitabilmente anche il significato di un commissariamento che accompagna la sanità molisana da diciassette anni. Un periodo durante il quale l’esigenza di riequilibrare i conti pubblici ha progressivamente condizionato le scelte organizzative e il rapporto tra amministrazione sanitaria e territori.
Il risanamento finanziario rimane un obiettivo necessario, così come il superamento delle inefficienze e delle duplicazioni. Ma il successo di una gestione commissariale dovrebbe essere misurato anche sulla capacità di restituire ai cittadini un sistema sanitario più affidabile e alle istituzioni regionali una prospettiva di governo ordinario. Da questo punto di vista, il confronto sollevato dal sindaco di Cerro al Volturno supera i confini del singolo Comune e riguarda l’intero Molise.
Non si tratta di negare i miglioramenti registrati, né di sostenere che ogni struttura debba necessariamente conservare tutte le funzioni attuali. Si tratta di pretendere che ogni scelta venga spiegata, documentata e valutata anche attraverso le conseguenze che produce sulla vita delle persone. Per questo sarebbe utile che la Struttura commissariale rendesse disponibile un quadro dettagliato della distribuzione del personale nei diversi presidi, dell’utilizzo delle risorse assegnate, dei tempi di accesso alle prestazioni e degli effetti attesi dalla nuova organizzazione sanitaria. Elementi indispensabili per consentire un confronto pubblico fondato su dati verificabili, anziché su interpretazioni contrapposte degli stessi indicatori.
Il nono Rapporto GIMBE offre, in questo senso, un’occasione che sarebbe un errore ridurre a una disputa tra amministratori. Il dato del finanziamento pro capite più elevato d’Italia non dimostra, da solo, che le risorse siano sufficienti o impiegate male. Allo stesso modo, l’incremento del personale e il raggiungimento delle soglie LEA non dimostrano automaticamente che i problemi dell’assistenza siano stati superati.
Occorre mettere in relazione questi elementi, comprendere le ragioni delle criticità e individuare le responsabilità e le soluzioni possibili.
La domanda posta da Di Ianni, in definitiva, è anche quella che dovrebbe accompagnare ogni valutazione sulla sanità regionale: i cittadini molisani, oggi, riescono a curarsi meglio rispetto a ieri?
È una domanda alla quale non possono rispondere soltanto i bilanci, le graduatorie o i comunicati istituzionali. Servono dati sui servizi realmente erogati, sui tempi di attesa, sulla sicurezza delle prestazioni e sulla capacità del sistema pubblico di assistere anche chi vive lontano dai principali centri urbani. Perché una sanità può migliorare i propri indicatori amministrativi e continuare a lasciare irrisolti problemi che, per chi deve affrontare una malattia o un’emergenza, fanno tutta la differenza del mondo.
Ed è difficile immaginare un risultato soddisfacente finché il diritto alla salute continuerà a dipendere anche dal comune nel quale si ha la fortuna, o la sfortuna, di abitare.