10 settembre 1943, il cielo cadde su Isernia
A ottantatré anni dai bombardamenti alleati, la città ricorda le vittime e continua a interrogarsi sulle responsabilità, sull’effettiva utilità militare dell’attacco e sul numero dei morti.
Le strategie tracciate sulle carte, la devastazione delle strade, una memoria sospesa per decenni tra quattromila vittime e 638 morti documentati. Cercare la verità non riduce la tragedia: restituisce un nome e una storia a chi non tornò più a casa.
Erano da poco passate le dieci del mattino quando il cielo sopra Isernia smise di essere neutrale. Era il 10 settembre 1943. Appena due giorni prima, la voce di Pietro Badoglio alla radio aveva annunciato l’armistizio, illudendo un Paese stremato che il conflitto fosse terminato. La realtà, al contrario, vedeva l’inizio di una fase ancora più spietata: i tedeschi occupavano i punti snodo della Penisola, mentre gli americani e gli inglesi spingevano dalla testa di ponte di Salerno.
Nessuno poteva immaginare cosa stesse per accadere. A Isernia la situazione apparve chiara alle 10.20, quando il rombo dei motori lasciò il posto al boato delle prime esplosioni.
In pochi minuti la vita in città fu travolta da macerie, roghi e feriti. L’attacco del 10 settembre segnò il principio di una lunga serie: gli aerei tornarono l’11, il 12 e il 16 settembre, colpendo ancora a inizio ottobre, quando lo sbarco alleato a Termoli aprì un nuovo fronte sull’Adriatico.
Negli schemi strategici di Washington e Londra, Isernia figurava essenzialmente come un pallino sulla mappa: un nodo viario e ferroviario cruciale per bloccare la ritirata delle truppe tedesche verso nord. Gli ordini, coperti dal segreto militare, rientravano in un piano d’attacco a raggio più ampio pensato per paralizzare il nemico.
I comandi strategici, tuttavia, ragionavano su carte geografiche del tutto staccate dalla realtà del territorio.
Mentre i generali tracciavano linee di comunicazione, a terra c’erano case, mercati, chiese e famiglie. Il risultato fu un’ecatombe civile di fronte alla quale qualsiasi logica di guerra perde senso. Tanto più che la reale efficacia dell’operazione lascia ancora oggi parecchi dubbi: le vie di collegamento restarono in buona parte agibili e diversi ponti considerati chiave vennero fatti saltare solo più tardi, dagli stessi tedeschi in ritirata. La devastazione della città si rivelò quasi del tutto inutile rispetto ai veri obiettivi militari.
Negli anni, attorno a quella mattina si è posata una memoria complessa e tormentata. Resta forte, ad esempio, il sospetto — mai svanito del tutto tra gli abitanti — che si sarebbe potuta avvertire la popolazione. I documenti militari americani raccontano però una storia diversa: i piani furono secretati fino all’ultimo, rendendo del tutto improbabile che le autorità locali potessero sapere in anticipo l’orario esatto del raid.
La divergenza più grande riguarda il conto delle vittime.
Per decenni la memoria collettiva — e persino la lapide commemorativa in città — ha conservato la cifra di quattromila morti. Gli studi condotti negli atti dell’Archivio di Stato e su un documento della Prefettura di Campobasso (ritrovato nell’archivio della famiglia Veneziale) hanno ridimensionato fortemente questa stima, arrivando a documentare 638 vittime. Un dato che merita ancora verifiche e contestualizzazioni, ma che ridisegna i contorni del dramma.
Fu Giuseppe Caroselli, nel 1993, con il libro Isernia, autunno 1943. I ricordi e i documenti, a segnare una svolta, incrociando i diari di bordo statunitensi con la voce dei superstiti. Rivedere un numero al ribasso risponde all’esigenza di raggiungere la precisione storica, restituendo un nome e una storia a chi non c’è più.
Da una parte restano le carte geografiche, le rotte dei bombardieri e la freddezza della guerra globale; dall’altra le persone che la mattina del 10 settembre andarono incontro al loro destino.
Oggi, ogni 10 settembre, Isernia torna a guardare il cielo. Ricordare davvero richiede la disponibilità a superare le convinzioni che il tempo ha smentito, continuando a scavare negli archivi, ad ascoltare i testimoni e a correggere gli errori della storiografia, al riparo da ingrandimenti o sottovalutazioni.
La mattina del 10 settembre 1943, quando la polvere si posò sulle rovine, Isernia perse improvvisamente la propria serenità. Ed è proprio da quell’istante e da quelle strade che conviene ripartire, ogni anno, per restituire ai morti la sola cosa che la guerra ha provato a togliere loro: la verità.