Il coraggio di restare scegliendo la terra
Massimo Zullo racconta la scelta di diventare agricoltore, le difficoltà quotidiane e l’impegno nelle istituzioni
Dalla passione nata nei campi alla responsabilità politica: il lavoro agricolo come occasione concreta per consentire ai giovani di restare, creare futuro e custodire le aree interne.
In un territorio dal quale tanti giovani continuano ad andare via, scegliere di restare è già un gesto che parla di coraggio. Scegliere la terra, farne il proprio lavoro e legare a essa il futuro diventa qualcosa di più: una forma concreta di fiducia nelle aree interne e nelle loro possibilità. Massimo Zullo, giovane imprenditore agricolo di Venafro, ci racconta la fatica e la passione dell’essere agricoltore, ma anche il valore di un impegno che dalla cura dei campi si allarga alla cura della comunità.
1. Partiamo dalla tua storia. Come nasce la scelta di lavorare in agricoltura e di fare della terra il tuo mestiere?
La passione per l’agricoltura e la scelta di intraprendere questo mestiere nasce e cresce nei campi, respirando l’agricoltura fin dall’infanzia, grazie alla mia famiglia. Sin da piccolo accompagnavo i miei nonni e i miei genitori nelle loro giornate di lavoro nei campi e mi appassionavo sempre di più, fino a decidere di continuare il lavoro che vedevo e toccavo con mano.
2. Essere un giovane agricoltore oggi significa andare controcorrente oppure l’agricoltura sta tornando a essere una prospettiva capace di attrarre le nuove generazioni?
Essere agricoltore oggi rappresenta un profondo paradosso. Da un lato è una scelta controcorrente perché è visto dal senso comune come un mestiere “povero”, che non dà prospettive di visibilità e poco ambizioso per la propria crescita personale e culturale. Ma mi sento fortemente di smentire questa visione del senso comune dato che fare l’agricoltore oggi ha bisogno di continua formazione, senso di imprenditorialità e ti consente di acquisire competenze pratiche che ti permettono di essere pronto a risolvere qualsiasi problema e imprevisto. Dall’altro leggiamo sulle statistiche e sui giornali che è un mestiere in forte ritorno tra le nuove generazioni e sono contento che altre persone abbiamo avuto una visione prospettica da capire il valore della terra. Auspico che il fenomeno di ritorno di questo mestiere permetta di riconcentrare gli strumenti e le politiche su questo settore.
3. Che cosa significa, concretamente, vivere ogni giorno il rapporto con la terra? Quanto c’è di passione e quanto, invece, di fatica, sacrificio e capacità di resistere?
“Fatica” forse è la parola che maggiormente rappresenta il mio lavoro quotidiano, ma che viene riequilibrata solo dalla parola “passione”. Nessun giorno è uguale. Faccio i conti giornalmente con gli imprevisti e la precarietà, perché, come accade per altri mestieri, per me non esiste la separazione tra il tempo della vita e il tempo del lavoro. La terra è un organismo vivo che detta la mia agenda giornaliera e faccio i conti tutti i giorni con la capacità di resistere, firmando ogni anno un contratto con l’imprevedibile.

4. Si parla molto di abbandono delle aree interne e di giovani costretti ad andare via. L’agricoltura può diventare uno degli strumenti attraverso i quali restare, creare lavoro e costruire futuro nei nostri territori?
Dove per ogni settore i giovani devono andare via, l’agricoltura è l’unico strumento e mestiere che permette l’eventuale ripopolamento delle aree interne. Dove c’è un’azienda agricola attiva, c’è un territorio curato, un’economia che gira, e di conseguenza una comunità che torna a popolare i borghi. Oltre a non sottovalutare ciò che i turisti cercano negli ultimi anni: il legame tra il prodotto e il paese che diventa uno strumento di vendita e do forte sostegno per l’azienda.
5. Quali sono oggi le difficoltà maggiori per un giovane che decide di avviare o portare avanti un’azienda agricola: burocrazia, costi, accesso alla terra, mercato, infrastrutture?
L’agricoltura è uno dei settori economici a più alta intensità di capitale, richiede investimenti prima ancora di aver prodotto e raccolto e non è detto che si recuperi quello che si è investito, data l’instabilità climatica, che potrebbe rovinare i raccolti e l’instabilità dei mercati. Un’altra difficoltà è dovuta alla frammentarietà delle superfici coltivabili, soprattutto nel nostro territorio, e ai fitti alti, non essendo direttamente proprietario di tanti ettari di terreno necessari ad una minima sussistenza aziendale. Molto complicata è anche la situazione dei bandi pubblici e dell’accesso al credito, le cui partecipazioni sono iperburocratizzate, spesso più a favore delle grandi aziende, che sono strutturate, e non verso le piccole e medie aziende. Per i giovani ancora più difficile è l’accesso alla strumentazione e ai macchinari, i cui costi sono molto alti e non sostenibili per un giovane che intraprende questo mestiere.
6. Cambiamenti climatici, siccità, eventi estremi e nuove esigenze ambientali stanno modificando profondamente il lavoro agricolo. Quanto è cambiato il vostro modo di lavorare e quanto sarà necessario innovare nei prossimi anni?
Durante questi anni di attività mi sono trovato sempre più a dover gestire i cambiamenti climatici che hanno influenzato, influenzano e influenzeranno il lavoro agricolo: da periodi di forte siccità, a potenti grandinate, da nuovi parassiti a temporali improvvisi. Stiamo cercando negli ultimi anni di leggere il contesto climatico che stiamo vivendo, cercando di adattare le colture o trovare delle soluzioni adattive. I prossimi anni però saranno sicuramente decisivi per capire la ciclicità delle colture che riusciremo a produrre e l’adattamento del lavoro del contadino al nuovo contesto climatico.
7. Tradizione e innovazione possono convivere? Quanto contano oggi tecnologia, formazione e nuove competenze in un mestiere che continuiamo, forse erroneamente, a immaginare legato soltanto alla tradizione?
Senza tradizione non abbiamo innovazione. Solo questa simbiosi può permette al contesto agricolo di sopravvivere e permettere a chi svolge questo lavoro di raggiungere gli obiettivi prefissati. Forse il senso comune pensa ancora all’aratro manuale? In agricoltura c’è tanta innovazione e tanta ricerca, basti pensare a macchinari e attrezzature sempre più tecnologicamente avanzate o a sementi sempre più performanti.
8. Dietro un prodotto agricolo ci sono lavoro, tempo, rischio e spesso intere famiglie. Secondo te il consumatore ha davvero consapevolezza di ciò che c’è dietro quello che arriva sulla sua tavola?
Nella stragrande maggioranza dei casi il consumatore medio non ha una reale consapevolezza del lavoro, dei sacrifici familiari e del rischio d’impresa che ci sono dietro al cibo che porta in tavola. Purtroppo, questa frattura tra chi produce e chi consuma è stata causata da decenni di marketing della grande distribuzione che ha abituato i cittadini a considerare il cibo come una merce a basso costo, standardizzata e sempre disponibile. Il consumatore è spesso guidato dal prezzo e non percepisce che un barattolo di passata di pomodoro venduto a pochi centesimi non può pagare dignitosamente il lavoro nei campi.

9. Tu hai scelto anche l’impegno pubblico, prima come cittadino e poi come amministratore. C’è un legame tra il tuo essere agricoltore, il contatto quotidiano con il territorio e la decisione di impegnarti in politica?
Ho portato il mio impegno da agricoltore nella politica locale sicuramente per mettermi alla prova e fare nuove esperienze, ma è stato guidato anche dal voler difendere il territorio in cui viviamo e dare voce alla categoria che rappresento.
10. Hai maturato esperienza sia nell’amministrazione comunale sia in quella provinciale. Che cosa ti ha insegnato questa esperienza e quanto è importante che nelle istituzioni entrino giovani che conoscano direttamente i problemi e le potenzialità dei territori?
Le esperienze nell’amministrazione comunale e provinciale mi stanno permettendo di confrontarmi, oltre che umanamente con le persone e gli amministratori che incontro sul mio cammino, anche e soprattutto con la complessità della macchina burocratica e con la gestione delle risorse, che prima pensavo come singolo, ad oggi invece penso per la comunità. Permettere ai giovani che vivono il territorio di avere voce nell’esperienza politica è importante perché possono portare nel discorso politico una visione più orientata sul futuro, prevenendo quella che è una lontananza o disillusione verso le istituzioni.
11. Chiudiamo guardando avanti: se dovessi indicare una priorità sulla quale la politica dovrebbe investire per consentire ai giovani di restare, lavorare e costruire il proprio futuro nei nostri territori, quale sceglieresti?
Penso che l’agricoltura sia il mezzo attraverso il quale i giovani protrebbero restare, lavorare e costruire il proprio futuro in piccoli paesi, resistendo al fascino delle grandi città. Sicuramente la politica potrebbe fare di più per l’agricoltura, mostrando più vicinanza e sburocratizzazione, oltre che creare opportunità lavorative sui settori che ruotano intorno a quello agricolo. Mentre le aziende possono essere delocalizzate, creando uno scollamento delle persone dal territorio, la terra è l’unico settore, non a caso è il settore primario, come ci insegnano a scuola, che non può essere delocalizzato e pertanto permette di vivere e arricchire il proprio territorio.