Sky, uno spot che si poteva evitare
Caressa e Bergomi nei panni dei sacerdoti, il confessionale trasformato in set e il mancato abbonamento che diventa un “peccato”. Una trovata pubblicitaria che non scandalizza, ma lascia una domanda: era davvero necessario?
Fabio Caressa e Beppe Bergomi vestiti da sacerdoti, un confessionale e il “peccato” di non avere l’abbonamento giusto per vedere il calcio. È l’ultima trovata di Sky. Dovrebbe far sorridere e probabilmente farà sorridere molti. A me, invece, è sembrata soprattutto una scelta di cattivo gusto, oltre che piuttosto povera di fantasia.
Non ne farei una battaglia religiosa e tantomeno invocherei censure. Non servono comunicati indignati, raccolte di firme o crociate in difesa della fede. Caressa e Bergomi restano due eccellenti professionisti e il cristianesimo, dopo duemila anni di storia, non corre certamente pericoli per uno spot televisivo. Possiamo però ancora permetterci di dire che una cosa è fuori luogo senza essere accusati di oscurantismo?
Perché il punto è esattamente questo. Il confessionale, per milioni di persone, non è un elemento di arredamento e il sacerdote non è un personaggio del repertorio comico da tirare fuori quando occorre una situazione immediatamente riconoscibile. Il peccato, poi, non è una parola qualsiasi. Appartiene a una tradizione, a una fede e all’esperienza personale di uomini e donne che attribuiscono a quei gesti e a quei simboli un significato ben diverso da quello di un abbonamento televisivo.
Non c’è nulla di drammatico, naturalmente. Ma proprio per questo sarebbe inutile gonfiare il caso. Resta semplicemente da capire perché, fra le centinaia di possibilità che il calcio mette a disposizione della creatività pubblicitaria, si sia sentito ancora una volta il bisogno di ricorrere al prete, alla confessione, al linguaggio religioso. Il calcio ha stadi, spogliatoi, panchine, arbitri, allenatori, telecronisti, tifosi, bar, rivalità, scaramanzie e rituali domenicali. Il materiale non manca. Eppure il sacerdote continua a essere una delle maschere più comode da indossare.
Non è neppure una grande trasgressione. È una trovata vista e rivista, utilizzata per decenni nel cinema, nella televisione, nella comicità e nella pubblicità. Qualche volta con intelligenza, altre volte meno. Questa volta, francamente, se ne poteva fare a meno.
C’è poi una questione più ampia che sarebbe sbagliato ignorare. Negli ultimi anni abbiamo imparato a usare maggiore attenzione nei confronti dei simboli, delle culture, delle appartenenze e delle sensibilità altrui. Ed è stato un bene. Abbiamo compreso che ciò che per qualcuno può apparire innocuo, per un altro può avere un significato profondo. Non sempre ci riusciamo e qualche volta questa attenzione si trasforma persino in esasperazione, ma il principio rimane giusto: la libertà di espressione non impedisce di avere riguardo per ciò che gli altri considerano importante.
Non si comprende allora perché questa attenzione sembri diventare improvvisamente superflua quando di mezzo c’è il cristianesimo. Non chiedo, naturalmente, alcuna zona protetta. Una fede che avesse bisogno di essere difesa da una pubblicità sarebbe ben poca cosa. Chiedo soltanto coerenza. Se abbiamo imparato che i simboli meritano rispetto perché raccontano la storia, l’identità e perfino l’intimità delle persone, questo dovrebbe valere anche quando quei simboli sono una tonaca, un confessionale o una parola che appartiene da secoli alla tradizione cristiana.
La questione, dunque, non riguarda ciò che si può o non si può fare. Sky può realizzare quello spot e un creativo può utilizzare un confessionale per promuovere un prodotto. Nessuno dovrebbe impedirglielo. Ma la libertà creativa non trasforma automaticamente ogni trovata in una buona trovata e non sottrae nessuno alla critica.
Forse siamo diventati talmente abituati alla dissacrazione del cristianesimo da considerarla ormai una componente naturale dell’intrattenimento. Il prete può diventare macchietta, la confessione una gag, il peccato uno slogan. Tutto legittimo, per carità. Ma proprio perché è diventato così facile, sarebbe interessante vedere qualche creativo scegliere una strada meno scontata.
Non mi sento offeso dallo spot di Sky e non credo serva offendersi per forza. Mi interessa però conservare il diritto di trovarlo poco elegante e ancora meno originale. Anche perché il rispetto non comincia quando interviene una legge e non finisce dove comincia la pubblicità. È soprattutto una questione di misura, sensibilità e intelligenza.
Sky aveva tutto il diritto di realizzare quello spot.
Aveva anche mille modi migliori per raccontare il calcio.