Sono davvero questi il rispetto e la dignità che vogliamo?
Seimila persone pagano per assistere al matrimonio dei Me contro Te. In uno studio televisivo, una decina di ragazze fanno da cornice a Sfera Ebbasta. Intanto chiediamo alla scuola di educare al rispetto, alla dignità della donna e alla parità.
Possiamo riempire programmi scolastici, convegni e campagne di parole importanti. Ma se le immagini consegnate ai più giovani raccontano l’uomo al centro e la donna come decorazione, o trasformano persino un matrimonio in un prodotto da vendere, qualche domanda dobbiamo farcela.
Ci sono immagini che valgono più di molti discorsi. E ce ne sono due, in questi giorni, che raccontano una contraddizione dalla quale è difficile scappare.
Seimila persone pagano per assistere al matrimonio dei Me contro Te, in larghissima parte bambini, bambine e preadolescenti accompagnati dai genitori. In uno studio televisivo, Sfera Ebbasta è al centro della scena e alle sue spalle una decina di giovani donne fanno da cornice, quasi fossero parte dell’allestimento.
Poi parliamo di rispetto della donna, parità, educazione affettiva. E allora una domanda bisognerà pur farla: è questo che intendiamo quando parliamo di rispetto della donna e di parità?
Perché non possiamo trascorrere mesi a discutere di educazione affettiva nelle scuole, organizzare convegni sulla violenza di genere, spiegare ai ragazzi che una donna non è un corpo a disposizione dello sguardo maschile e poi considerare normale una rappresentazione che continua a proporre esattamente quel modello: l’uomo al centro, potente, ricco, riconoscibile; le donne intorno, belle e intercambiabili, parte della scenografia.

E non possiamo neppure fingere che tutto questo accada nel vuoto. A guardare ci sono soprattutto loro, i ragazzi. Gli stessi ai quali domani chiederemo rispetto, consapevolezza e maturità nelle relazioni. Gli stessi ai quali ripetiamo che uomini e donne hanno pari dignità, che nessuno può essere ridotto a un corpo, che la persona viene prima dell’immagine.
Anche l’altra scena interroga. Non perché qualcuno debba stabilire come ci si sposa, né perché un personaggio pubblico debba necessariamente celebrare il proprio matrimonio lontano dai riflettori. Il punto è un altro: quando persino un matrimonio diventa uno spettacolo per migliaia di paganti, moltissimi dei quali bambini, siamo davanti a qualcosa che racconta bene il nostro tempo. L’intimità diventa evento, l’evento diventa prodotto e il pubblico diventa mercato. E quando quel mercato è composto da bambini di otto, dieci o dodici anni, la responsabilità non può riguardare soltanto chi vende. Riguarda inevitabilmente anche chi compra.
Qui non serve mettere sotto processo i Me contro Te o Sfera Ebbasta. Sarebbe troppo semplice. E consentirebbe a tutti gli altri di chiamarsi fuori.
La questione riguarda noi adulti. Riguarda i genitori che accompagnano, la televisione che propone, l’industria dell’intrattenimento che costruisce modelli, la scuola alla quale poi chiediamo di ricomporre ciò che altrove abbiamo contribuito a scomporre. Perché non possiamo affidare agli insegnanti il compito di parlare di rispetto e contemporaneamente considerare irrilevante tutto ciò che entra ogni giorno negli occhi e nelle orecchie dei ragazzi.
Educare non significa censurare. E neppure decidere quali cantanti debbano ascoltare i nostri figli. Significa però conservare la capacità adulta di distinguere, discutere, proporre altro e, qualche volta, anche dire che qualcosa non ci piace e spiegare perché. Abbiamo quasi paura di farlo, come se qualsiasi giudizio fosse diventato automaticamente moralismo.
Non lo è. Dire a un ragazzo che una donna utilizzata come elemento decorativo intorno al maschio protagonista non rappresenta l’idea di parità che vorremmo costruire non è moralismo. È educazione. Domandarsi se sia opportuno trasformare bambini e preadolescenti in consumatori paganti persino di un matrimonio non è nostalgia per un mondo che non esiste più. È responsabilità.
Abbiamo riempito il vocabolario pubblico di parole importanti: rispetto, inclusione, parità, dignità, educazione affettiva. Le ripetiamo nelle scuole, nei dibattiti televisivi, nelle campagne istituzionali. Giustamente.
Ma le parole hanno bisogno di immagini che non le smentiscano. Altrimenti rischiamo di chiedere alla scuola, ancora una volta, di spiegare al mattino ciò che la società disfa nel pomeriggio e lo spettacolo normalizza la sera.
Possiamo continuare a insegnare ai nostri ragazzi che una donna non è una decorazione. Sarebbe utile, però, che smettessimo di metterla sullo sfondo.