Bestemmie, multe fino a 309 euro. Ma sui social chi controlla?
L’associazione chiede i dati sulle sanzioni realmente applicate. Il problema, però, non riguarda soltanto chi pronuncia o pubblica le offese: occorre chiamare in causa anche le piattaforme che ne consentono la diffusione.
La rete non può diventare una zona franca nella quale la blasfemia viene trasformata in spettacolo, provocazione e fonte di guadagno. Se una condotta resta vietata dalla legge, è tempo di stabilire responsabilità chiare anche per i social che, dopo le segnalazioni, continuano a ospitarla, rilanciarla e monetizzarla.
Bestemmiare pubblicamente può comportare una sanzione amministrativa da 51 a 309 euro. A ricordarlo è il Codacons, che richiama l’attenzione sull’articolo 724 del Codice penale e pone una domanda tutt’altro che marginale: quante volte questa disposizione viene realmente applicata?
La bestemmia non costituisce più un reato dal 2000, dopo la depenalizzazione disposta dal decreto legislativo 507 del 1999, ma continua a essere un illecito amministrativo. Il testo vigente punisce chi bestemmia pubblicamente, con invettive o parole oltraggiose contro la Divinità, con una sanzione pecuniaria compresa fra 51 e 309 euro. Non si tratta dunque di invocare nuove norme, ma di comprendere quale seguito venga dato a una regola che fa ancora parte dell’ordinamento. Il testo dell’articolo 724 è consultabile sulla Gazzetta Ufficiale.
«Una norma vigente non può essere trattata come se non esistesse», osserva Francesco Tanasi, segretario nazionale del Codacons. Da qui la richiesta rivolta alle autorità competenti affinché rendano pubblici i dati relativi alle contestazioni e alle sanzioni effettivamente irrogate negli ultimi anni. La questione è semplice: se il legislatore ritiene ancora necessaria la disposizione, questa deve trovare applicazione; diversamente, si abbia il coraggio di aprire una discussione sulla sua permanenza.
Il tema, tuttavia, oggi non può fermarsi alle piazze, agli stadi o ai programmi televisivi. La nuova piazza pubblica è rappresentata dai social network, dove contenuti apertamente blasfemi possono raggiungere in pochi minuti migliaia di persone, diventare virali e produrre visualizzazioni, interazioni e guadagni. In alcuni casi non siamo più davanti alla parola pronunciata d’impulso, ma a video costruiti, pubblicati e rilanciati proprio per suscitare scandalo e ottenere visibilità.
Per questo sarebbe ora di discutere seriamente anche della responsabilità delle piattaforme. Non si può colpire soltanto l’autore del contenuto e considerare del tutto estraneo chi lo ospita, lo suggerisce attraverso i propri algoritmi e, talvolta, ne ricava un vantaggio economico. Naturalmente non si può pretendere un controllo preventivo e indiscriminato su ogni parola pubblicata, né affidare a società private il potere di decidere arbitrariamente ciò che può essere detto. Ma quando un contenuto palesemente illecito viene segnalato e continua a circolare, la piattaforma non può limitarsi a dichiararsi un semplice contenitore.
Il Digital Services Act europeo già impone ai servizi online strumenti accessibili per segnalare i contenuti ritenuti illegali e obblighi volti a contrastarne la diffusione, nel rispetto della libertà di espressione. La Commissione europea chiarisce responsabilità e finalità del regolamento. Il punto, allora, è verificare se e come l’articolo 724 trovi applicazione anche nello spazio digitale e prevedere conseguenze concrete per le piattaforme che, ricevuta una segnalazione fondata, non intervengano in maniera tempestiva.
Non è una battaglia contro la libertà di parola e neppure un tentativo di imporre una fede. È una questione di rispetto. Si può essere credenti, non credenti o appartenere a una religione diversa, ma la libertà di espressione non coincide con il diritto di trasformare l’offesa deliberata in intrattenimento. E il rispetto dovuto alle convinzioni religiose non può scomparire proprio nel luogo in cui le parole acquistano la maggiore capacità di ferire e moltiplicarsi.
Il Codacons chiede trasparenza sulle sanzioni applicate. È una richiesta opportuna, alla quale dovrebbe aggiungersene un’altra: conoscere quante segnalazioni di contenuti blasfemi ricevono le grandi piattaforme, come vengono valutate e quanti di quei contenuti vengono rimossi. Perché una legge ignorata perde autorevolezza, ma una regola applicata soltanto fuori dalla rete rischia di appartenere a un mondo che non esiste più.