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Ninco Nanco, grande partecipazione a Isernia per un confronto sulla storia del Mezzogiorno

Nella piazzetta di Vico Benedetto d’Isernia, nel cuore del centro storico di Isernia, un pubblico numeroso si è ritrovato nella serata dello scorso venerdì 21 per discutere di Ninco Nanco e di una delle pagine più controverse della storia meridionale. Al centro dell’incontro il volume di Valentino Romano e Leonardo Zaccagnino Storie e leggende di Ninco Nanco. Capo brigante lucano, occasione per un confronto che ha riportato l’attenzione sul brigantaggio e sulle vicende sociali che accompagnarono gli anni successivi all’Unità d’Italia.

La partecipazione ha dato alla serata un carattere particolare. Studiosi, appassionati di storia e cittadini hanno seguito il confronto animato dagli interventi degli autori Valentino Romano e Leonardo Zaccagnino, del prof. Mario Garofalo e di Emilio Izzo, intervenendo con domande e osservazioni. La discussione è rimasta ancorata alle fonti e alla necessità di leggere il fenomeno del brigantaggio dentro il contesto nel quale si sviluppò.

Ninco Nanco, infatti, si può comprendere soltanto guardando al mondo nel quale è vissuto: le campagne, la povertà, la questione della terra, la leva obbligatoria, le tasse, i rapporti tra proprietari e contadini, l’arrivo dello Stato unitario e la repressione che accompagnò gli anni del brigantaggio.

Sono gli anni successivi all’Unità d’Italia. Nel Mezzogiorno il cambiamento arriva in territori dove la maggioranza della popolazione vive di agricoltura e dove la miseria è una condizione quotidiana. Le nuove istituzioni portano leggi e regole diverse, mentre faticano a rispondere alle aspettative di chi aspettava soprattutto terra, lavoro e condizioni di vita migliori.

I presenti all'incontro

È dentro questo quadro che bisogna guardare al brigantaggio.

Fu un fenomeno diverso da luogo a luogo e con molteplici ragioni. Ci furono bande dedite alla violenza e alla rapina, vendette personali e interessi criminali. Ci furono anche diserzioni, conflitti sociali, contrasti politici e uomini che finirono sulla montagna spinti dalla povertà o dalla scelta di ribellarsi a un ordine che sentivano estraneo.

Ninco Nanco rimane dentro questa storia. Una storia nella quale la leggenda ha finito spesso per sovrapporsi ai fatti.

Ed è qui che il lavoro degli storici diventa necessario. Le vicende dei briganti ci sono arrivate soprattutto attraverso documenti prodotti dalle autorità, dai tribunali, dall’esercito. Le voci dei contadini e dei poveri sono molto più difficili da trovare. Spesso compaiono nelle carte attraverso le parole di altri.

Ricostruire quella stagione significa quindi interrogare le fonti e chiedersi anche chi abbia avuto, allora, la possibilità di raccontare ciò che stava accadendo.

Questo approccio permette di evitare sia l’assoluzione di Ninco Nanco sia la sua trasformazione in un eroe. Le violenze restano violenze e le responsabilità restano responsabilità. La storia, però, deve andare oltre il giudizio e cercare di comprendere le condizioni nelle quali quegli uomini agirono.

La discussione di ieri sera è partita proprio da questa esigenza: conoscere una vicenda complessa attraverso i fatti, le fonti e il confronto.

In quella piazzetta di Isernia c’erano persone che ascoltavano, prendevano la parola, ponevano domande. Una serata promossa da Preistoris Isernia, con Emilio Izzo e gli autori del volume, che ha riportato nel presente una vicenda dell’Ottocento attraverso un confronto aperto e partecipato.

Il brigantaggio appartiene all’Ottocento. Le questioni legate alla sua interpretazione riguardano ancora il modo in cui il Mezzogiorno racconta la propria storia.

Riguardano il rapporto tra Stato e comunità locali, le condizioni sociali delle popolazioni rurali, la distanza tra chi decide e chi subisce le decisioni. Riguardano anche il modo in cui le fonti vengono lette e utilizzate per ricostruire il passato.

La serata di Isernia ha riportato così al centro una vicenda dell’Ottocento che continua a suscitare domande e interpretazioni diverse. L’obiettivo è approfondire, attraverso le fonti, che cosa accadde davvero nel Mezzogiorno dopo l’Unità e perché quella stagione lasciò una traccia così profonda nella memoria delle comunità.