257 bambini. E il mondo continua e smette di vedere
Secondo Save The Cildren, in Libano sono quasi 1.300 i minori uccisi o feriti nell’ultima escalation. Centomila rischiano di non tornare a scuola. Dietro le cifre, una generazione alla quale stiamo lasciando macerie al posto del futuro.
Abbiamo imparato il linguaggio delle escalation, delle rappresaglie, degli obiettivi militari e delle ragioni geopolitiche. Abbiamo imparato persino a contare i bambini morti. Quando l’infanzia diventa una voce qualsiasi del bollettino di guerra, non è soltanto la pace ad aver fallito. È l’uomo.
Duecentocinquantasette bambini morti fanno ancora notizia? È una domanda brutale, persino sgradevole, ma dopo mesi trascorsi a contare vittime, bombardamenti, sfollati, case e città distrutte è difficile non porsela. Non perché quelle vite abbiano perduto valore, naturalmente, ma perché rischiamo di aver perduto noi la capacità di avvertirne fino in fondo il peso. Dal Libano arriva l’ennesimo bilancio di una guerra che continua a presentare il conto soprattutto a chi non ha deciso di combatterla: quasi 1.300 minori uccisi o feriti negli ultimi sei mesi, almeno 257 dei quali hanno perso la vita e 1.039 sono rimasti feriti. E mentre discutiamo di escalation, sicurezza, deterrenza, Hezbollah, Israele e nuovi equilibri mediorientali, almeno centomila bambini rischiano di non tornare a scuola.
Forse è proprio da quest’ultimo dato che dovremmo cominciare a capire che cosa sta realmente accadendo, perché la guerra, osservata da una classe che non potrà riaprire, assume un significato molto diverso da quello che appare sulle mappe militari. Non ci sono frecce, zone d’influenza, rapporti di forza o obiettivi strategici, ma banchi che resteranno vuoti, famiglie costrette altrove, insegnanti e alunni dispersi in territori diversi, bambini che hanno imparato troppo presto a riconoscere il rumore di un’esplosione. Una valutazione nazionale del Ministero dell’Istruzione libanese ha censito 340 scuole danneggiate o distrutte; UNICEF aveva già avvertito a luglio che, senza interventi urgenti, almeno centomila bambini avrebbero rischiato di trovarsi senza un’aula all’inizio del nuovo anno scolastico.

Una scuola distrutta, del resto, non è soltanto un edificio da ricostruire. È un pezzo di normalità che viene sottratto proprio nell’età nella quale la normalità dovrebbe rappresentare una certezza. Andare a scuola significa sapere dove ci si sveglierà la mattina, incontrare gli stessi compagni, ritrovare un insegnante, aprire un libro, avere un compito da preparare per il giorno successivo. Significa, in fondo, poter dare per scontato che quel giorno successivo arriverà. Quando una guerra spezza tutto questo, il danno non può essere misurato soltanto attraverso le macerie, perché entra nella formazione di una generazione e rischia di accompagnarla per molto tempo dopo che l’ultima bomba sarà caduta.
La questione, però, non riguarda soltanto il Libano. Riguarda anche noi e il modo in cui ormai guardiamo alle guerre. In questi anni siamo diventati tutti un po’ esperti di geopolitica: conosciamo fronti, alleanze, sistemi d’arma, corridoi, milizie, rappresaglie, deterrenze. Seguiamo l’avanzamento di un esercito su una cartina e poche ore dopo passiamo a un altro conflitto, a un’altra crisi, a un altro numero di vittime. È il modo nel quale l’informazione necessariamente racconta ciò che accade, ma è anche il modo attraverso il quale rischiamo di abituarci a ciò che accade. E l’abitudine alla guerra è forse una delle sconfitte culturali più gravi del nostro tempo, perché modifica lentamente il confine tra ciò che consideriamo eccezionale e ciò che finiamo per accettare come inevitabile.
Non serve, per riconoscerlo, semplificare la vicenda mediorientale. Sarebbe intellettualmente scorretto cancellare la sicurezza di Israele, Hezbollah, il terrorismo, il ruolo dell’Iran, il 7 ottobre e una storia di conflitti e responsabilità che non può essere riassunta distribuendo buoni e cattivi secondo le nostre appartenenze. Ma proprio la complessità dovrebbe renderci più rigorosi, non meno. Comprendere le ragioni di un conflitto non significa infatti accettarne qualsiasi conseguenza e il diritto alla sicurezza non può trasformarsi nella progressiva cancellazione di ogni limite. Se esiste ancora un senso nel diritto internazionale umanitario, quel senso sta precisamente nel tentativo di impedire che durante una guerra tutto diventi consentito e che la popolazione civile venga considerata un prezzo inevitabile da mettere in conto.
È qui che quei 257 bambini smettono di essere una statistica e diventano una domanda politica, prima ancora che morale. Nessuno di loro ha scelto il governo sotto il quale nascere, nessuno ha deciso le strategie militari, nessuno ha stabilito alleanze o dichiarato una guerra. Eppure sono loro, insieme a migliaia di altri bambini feriti, sfollati o privati della scuola, a portarne addosso le conseguenze. Nel momento più grave della crisi oltre un milione di persone era stato costretto a lasciare la propria casa e circa 348.800 risultano ancora sfollate; nel Libano meridionale oltre 41 mila abitazioni sono state danneggiate o distrutte.
C’è qualcosa che non funziona nel nostro tempo se davanti a tutto questo la discussione pubblica riesce ancora a trasformarsi immediatamente in una contabilità delle ragioni. Ogni volta che muore un bambino sembra quasi necessario specificare da quale parte del confine sia morto prima di stabilire quanto dobbiamo indignarci. È accaduto con i bambini israeliani assassinati il 7 ottobre, è accaduto e continua ad accadere con quelli palestinesi, accade oggi con quelli libanesi. Le vittime finiscono così per essere arruolate dopo la morte nelle nostre tifoserie ideologiche e utilizzate per dimostrare che la barbarie dell’altro è sempre più grande della nostra. È una logica che non mi appartiene e che considero profondamente incompatibile con qualsiasi discorso che voglia ancora definirsi umano.
Un bambino israeliano, palestinese o libanese non dovrebbe aver bisogno della nostra appartenenza politica per vedere riconosciuto il proprio diritto alla vita. Non possiamo continuare a chiedere il passaporto ai morti prima di concedere loro la nostra indignazione. E questo non significa affatto sostenere che tutte le responsabilità siano uguali, perché non lo sono, né rinunciare al giudizio politico e storico sui conflitti. Significa soltanto stabilire un punto precedente alle nostre analisi, un confine che nessuna appartenenza dovrebbe permetterci di oltrepassare: la persona non può diventare uno strumento delle ragioni degli altri.
Per questo trovo particolarmente grave il rischio che centomila bambini possano perdere la scuola. Non è un dato secondario rispetto ai morti e ai feriti, ma racconta un’altra dimensione della stessa violenza. Se una generazione cresce tra sfollamenti, edifici distrutti, lezioni interrotte e famiglie che non sanno se potranno tornare a casa, il problema non sarà soltanto recuperare qualche mese di programma scolastico. Si dovrà ricostruire la fiducia in una società, nelle istituzioni, negli adulti e perfino nella possibilità di progettare la propria vita. E sappiamo bene quanto sia difficile chiedere a un ragazzo di credere nel futuro quando gli adulti gli hanno insegnato, con i fatti, che tutto può essergli tolto da un momento all’altro.
Anche per questo non basta più pronunciare genericamente la parola pace. L’abbiamo usata così tante volte da rischiare di renderla innocua. La pace, se vuole significare qualcosa, pretende scelte politiche, diplomazia, rispetto del diritto internazionale, protezione dei civili, responsabilità di chi governa e capacità della comunità internazionale di non considerare normale ciò che normale non è. Save the Children chiede alle parti coinvolte di rispettare gli obblighi previsti dal diritto internazionale umanitario e di proteggere bambini, civili e infrastrutture essenziali. Non dovrebbe apparire una richiesta straordinaria: dovrebbe rappresentare il minimo sotto il quale nessuna società che si definisca civile dovrebbe consentire di scendere.
E invece proprio il concetto di “nuova normalità” è quello che dovrebbe preoccuparci maggiormente. Nuova normalità sono le scuole trasformate in rifugi, le famiglie che cambiano casa più volte, i bambini che trascorrono mesi senza entrare in un’aula, le fotografie satellitari delle città distrutte osservate sul telefono mentre facciamo altro. Nuova normalità è soprattutto la velocità con cui una tragedia viene sostituita dalla successiva, lasciandoci sempre meno tempo per capire e, forse, persino per sentire.
Non conosco una formula capace di risolvere il Medio Oriente e diffido di chi ne possiede una. So però che un’idea di società, e prima ancora un’idea di uomo, si riconosce anche dai limiti che decide di non oltrepassare. La vita di un bambino dovrebbe essere uno di questi. Non perché l’infanzia debba essere trasformata nell’ennesimo argomento emotivo, ma perché proprio chi non ha alcuna responsabilità nelle decisioni degli adulti dovrebbe essere il primo destinatario della loro responsabilità.
Duecentocinquantasette bambini morti, allora, fanno ancora notizia? Vorrei poter considerare assurda persino la domanda. E invece credo che dobbiamo porcela, perché il vero rischio non è soltanto quello di continuare a vedere bambini morire nelle guerre degli adulti. È arrivare al punto in cui il loro numero cresce, passa davanti ai nostri occhi per qualche secondo e poi scompare, senza riuscire più a modificare nulla dentro di noi. Se questo accadesse, non avremmo soltanto smesso di vedere loro. Avremmo cominciato a perdere di vista l’uomo.