Quando la terra di Francesco e Benedetto diventa la terra di Carabella e Vannacci
Chissà cosa penserebbe Francesco d’Assisi di un cristianesimo utilizzato per stabilire chi è dei nostri e chi invece deve tornarsene “a casa sua”. E chissà cosa direbbe Benedetto da Norcia vedendo invocare le radici cristiane dell’Europa mentre lo straniero torna a essere raccontato anzitutto come una minaccia dalla quale difendersi. Non è un esercizio di fantasia religiosa. È una domanda molto concreta sull’Italia che stiamo diventando.
Perché qualcosa sta accadendo, e fingere che si tratti soltanto di folklore social sarebbe un errore. Simone Carabella non è più soltanto uno dei tanti personaggi che popolano internet alla ricerca di visualizzazioni. Roberto Vannacci non è più soltanto il generale diventato famoso per un libro. Attorno a nomi, storie e percorsi certamente diversi sta prendendo forma un modo di parlare agli italiani che trova nella contrapposizione la propria materia prima. Lo straniero, il musulmano, l’omosessuale, la femminista, il “rosso”, quello che non appartiene alla nostra parte: occorre continuamente qualcuno da mettere dall’altra parte della barricata.
Carabella ha costruito una parte rilevante della propria notorietà attraverso incursioni, ronde, provocazioni e video nei quali problemi veri delle nostre città – degrado, insicurezza, illegalità – finiscono troppo spesso per diventare il palcoscenico sul quale rappresentare uno scontro tra “noi” e “loro”. Ci sono stati il “tornate a casa vostra”, le iniziative contro quella che viene presentata come un’invasione islamica, la provocazione della porchetta durante la Festa del Sacrificio musulmana. Tutto filmato, rilanciato, commentato. Il problema esiste, certamente, ma a un certo punto smette di essere qualcosa da risolvere e diventa qualcosa da esibire. Perché il conflitto produce attenzione, l’attenzione produce seguito e il seguito, prima o poi, diventa consenso.
Vannacci percorre una strada diversa e sarebbe scorretto sovrapporre semplicemente le due figure. Ma anche nel suo caso il successo politico è cresciuto attorno a una rappresentazione della società nella quale le differenze diventano continuamente terreno di scontro. E attorno a quel mondo si è sviluppato un linguaggio che ha progressivamente abbassato la soglia di ciò che consideriamo accettabile nel confronto pubblico. Gli avversari diventano “zecche” o “scarafaggi”, contro le giornaliste arriva l’insulto sessista, si arriva a fantasticare di espulsioni che coinvolgano intere famiglie. Non tutto ciò che scrive un sostenitore può essere attribuito a chi sostiene, naturalmente. Ma la politica non può nemmeno fingere di non sapere che le parole creano ambienti, autorizzano comportamenti, spostano ogni giorno un po’ più avanti il limite.
Ed è qui che il confronto con Francesco e Benedetto smette di essere una suggestione e diventa tremendamente serio.
Francesco visse in un tempo nel quale il diverso faceva molta più paura di oggi. Il lebbroso non era una metafora da utilizzare in una predica: era qualcuno dal quale stare lontani. Il musulmano non era il vicino di casa con cui discutere dell’uso di una palestra per la preghiera del venerdì: era il nemico contro cui l’Europa cristiana combatteva una guerra. Eppure Francesco andò incontro al lebbroso e attraversò le linee della quinta crociata per incontrare il sultano al-Malik al-Kamil.
Non aveva rinunciato alla propria fede. Non aveva annacquato la propria identità. Era cristiano fino in fondo e proprio per questo non aveva bisogno di disprezzare l’altro per sapere chi fosse.
Quanto siamo lontani da tutto questo quando utilizziamo proprio il cristianesimo per alzare muri culturali contro qualcuno.
Anche Benedetto conobbe un mondo impaurito. L’Impero romano d’Occidente si era dissolto, antichi equilibri erano saltati, popoli diversi si muovevano attraverso l’Europa, intere comunità avevano la sensazione che il proprio mondo stesse finendo. Non è poi così difficile riconoscere qualcosa delle nostre paure in quelle paure lontane. La risposta benedettina, però, non fu cercare qualcuno da cacciare. Fu costruire.
Costruire comunità, dare dignità al lavoro, custodire la cultura, stabilire regole, accogliere chi bussava alla porta. È anche dentro quelle comunità che l’Europa imparò lentamente a ricomporsi dopo una delle più profonde fratture della propria storia.
Oggi facciamo una cosa piuttosto curiosa. Rivendichiamo Francesco e Benedetto come parte delle nostre “radici” e contemporaneamente ci lasciamo sedurre da un linguaggio che quelle radici contraddice. Difendiamo il presepe e dimentichiamo l’uomo. Invochiamo la civiltà cristiana e trattiamo la fraternità come una debolezza. Ci diciamo orgogliosi della nostra identità e abbiamo bisogno di un nemico per sentirla più forte.
Eppure non dovrebbe essere così difficile tenere insieme cose che qualcuno vuole farci credere incompatibili.
Una società seria deve controllare i propri confini. Deve contrastare l’immigrazione clandestina, pretendere il rispetto delle leggi, intervenire contro chi delinque, impedire che nelle periferie si creino zone sottratte alla legalità. Deve anche avere il coraggio di confrontarsi con forme di integralismo religioso incompatibili con i principi democratici. Dire questo non significa essere razzisti, così come denunciare il razzismo non significa sostenere che qualunque politica migratoria debba essere accettata.
Il problema comincia quando dal comportamento di una persona passiamo alla condanna di una categoria. Quando il clandestino diventa “lo straniero”, lo straniero diventa “l’immigrato” e l’immigrato finisce per diventare il volto sul quale scaricare paure, rabbia e frustrazioni che hanno origini molto più complicate.
È una scorciatoia antica e politicamente redditizia.
Ed è anche una scorciatoia che impoverisce la politica, perché governare significa affrontare problemi difficili, mentre indicare un nemico è infinitamente più semplice. Una città insicura richiede politiche sociali, forze dell’ordine, illuminazione, recupero delle periferie, integrazione, repressione dei reati, presenza dello Stato. Un video in cui si urla contro qualcuno richiede uno smartphone. E spesso raccoglie molti più consensi.
La questione, allora, non è stabilire se Carabella o Vannacci abbiano diritto di dire ciò che pensano. Naturalmente lo hanno. Una democrazia adulta non teme le opinioni che non condivide e non invoca censure per combatterle. La questione è un’altra: perché una parte crescente del Paese sente il bisogno di quel linguaggio? Perché l’umiliazione dell’altro diverte? Perché una frase feroce viene premiata più di una proposta ragionevole? E soprattutto: dove ci porterà l’abitudine a considerare normale tutto questo?
Non è nemmeno una questione tra destra e sinistra. Ed è importante dirlo, perché altrimenti finiremmo dentro la stessa gabbia che stiamo denunciando. Si può essere conservatori e considerare sacra la dignità di ogni uomo. Si può chiedere più sicurezza e rifiutare il razzismo. Si può volere una politica molto severa sull’immigrazione irregolare senza provare alcun disprezzo per chi arriva da un altro Paese. Così come si può essere progressisti e riconoscere che l’integrazione ha conosciuto fallimenti, che esistono problemi di sicurezza e che non tutte le differenze culturali possono essere accolte senza discussione.
Quello che non dovrebbe essere negoziabile viene prima della politica.
È l’uomo.
Francesco lo riconobbe nel lebbroso. Benedetto nello straniero che bussava alla porta. Noi rischiamo di non riconoscerlo più dietro una fotografia, un accento, un colore della pelle, una religione, un orientamento sessuale o semplicemente un’opinione diversa dalla nostra.
Forse è questo che dovrebbe preoccuparci più di Carabella e Vannacci. Loro interpretano un tempo, ma quel tempo lo stiamo costruendo tutti. Ogni volta che condividiamo un insulto perché ci fa ridere. Ogni volta che accettiamo una generalizzazione perché colpisce qualcuno che non ci piace. Ogni volta che consideriamo normale chiamare un essere umano “zecca”, “scarafaggio” o invasore prima ancora di conoscerne il nome.
Tra pochi mesi torneremo probabilmente a parlare di Francesco, di Benedetto, delle radici cristiane dell’Europa, della nostra storia e della nostra identità. Continueremo a riempire Assisi e Norcia, a fotografare basiliche e monasteri, a celebrare anniversari e ricorrenze.
Facciamolo.
Ma almeno risparmiamo a Francesco e Benedetto l’umiliazione di trasformarli nelle guardie di frontiera della nostra paura.
Perché se per difendere la nostra identità abbiamo bisogno di disprezzare quella degli altri, non stiamo difendendo Francesco e Benedetto.
Abbiamo già scelto il mondo al contrario.