Editoriali

I dati veri e le mezze verità

Ieri, 31 luglio, il premier spagnolo Pedro Sánchez ha scritto su X: “La solidarietà e l’empatia sono opzionali. Il rispetto dei trattati europei e dei dati, no”. Lo ha fatto dopo che l’Italia aveva sospeso Schengen con la Spagna, in seguito alla crisi di Ceuta, travolta dall’arrivo di circa 60mila migranti dal Marocco. Nel tweet, Sánchez ha allegato i numeri Frontex degli ingressi irregolari in Europa tra il 2021 e il 2026: 478.600 attraverso l’Italia, 340.600 attraverso i Balcani occidentali, 259.800 attraverso la Grecia, 234.760 attraverso la Spagna.
Sono dati veri. E qui sta il punto su cui vale la pena riflettere, prima che la campagna elettorale li travolga: non siamo davanti a una bugia da smascherare, ma a due letture legittime dello stesso numero. L’Italia guarda all’emergenza di questi giorni, la Spagna guarda al quinquennio per ribaltare la narrazione che la vuole “porta d’Europa”. Nessuno dei due mente. Entrambi scelgono, tra i dati veri, quelli che servono all’argomento.
È un meccanismo che vedremo all’opera per mesi, non solo sui migranti. La bestia nera raramente è la menzogna intera: più spesso è la mezza verità usata come clava, il dato vero incorniciato per colpire invece che per capire. In una campagna elettorale che si annuncia già piena di sotterfugi e di voce alzata senza argomenti, imparare a riconoscere questo meccanismo – nominarlo, non subirlo – è forse la prima forma di resistenza civile che ci resta.
E qui il mondo cattolico e il volontariato hanno un compito preciso, non generico. Ma prima di ogni compito viene sempre una cosa sola: la solidarietà e la pietas per chi affronta il mare o la frontiera, che restano dovute a prescindere da chi abbia ragione nella disputa tra governi. Detto questo, il tema non è schierarsi, a destra o a sinistra: è smascherare la mezza verità come meccanismo, da qualunque parte venga usata. Non tocca solo a noi dire se l’Italia o la Spagna abbiano ragione su Ceuta – ce ne sono altri, più titolati, per quel giudizio. Tocca a noi dire, con la stessa fermezza verso tutti, che un dato vero incorniciato per colpire smette di essere informazione e diventa arma – e che oggi questo si fa a livello strategico, su ogni social, da chi ha capito che le mezze verità confondono meglio delle bugie intere, perché restano difendibili.
C’è poi un secondo compito, più scomodo, che riguarda noi da vicino. Tanti nel volontariato e nel mondo cattolico hanno scelto da tempo di fare politica nel modo che considerano più vero: nell’impegno quotidiano, nella relazione, nel servizio concreto. E poi, alle urne, non ci vanno – come se il voto fosse un gradino più in basso rispetto a quello che fanno tutti i giorni. Non è così, e va detto con chiarezza a chi conosciamo: l’impegno concreto senza il voto lascia il campo libero proprio a chi comunica per mezze verità, perché rinuncia all’unico strumento che può cambiare le regole di quella comunicazione. Smuovere quelle coscienze, chiedere un impegno vero anche lì, è la parte del lavoro che ci spetta prima di tutte le altre.
Ma smascherare non basta, e a un certo punto bisogna anche decidere. Decidere di appoggiare chi concretamente non usa sotterfugi, non racconta favole, affronta le questioni invece di girarci intorno, e sceglie di investire in un’Europa finalmente unita invece che di usarla come bersaglio comodo. Non sarà un partito a invertire il dato dell’astensione: nessuno ha davvero interesse a farlo, perché il non voto è già oggi una rendita di posizione per chi comunica per slogan. A invertirlo può essere solo chi, come noi, ha una rete di relazioni vere da mettere in movimento – e la responsabilità, allora, è anche nostra: non basta chiedere di votare, bisogna aiutare a scegliere con criterio chi merita quel voto.
Ed è per questo che la legge elettorale non è un dettaglio tecnico da lasciare agli addetti ai lavori: è lo strumento che rende possibile, o impossibile, quella scelta. Non deve essere un sotterfugio per trovare il meccanismo più conveniente a chi governa in quel momento. Servono preferenze vere, che permettano di scegliere le donne e gli uomini che in queste cose credono davvero, che ci hanno messo la vita e non solo la convenienza del periodo elettorale – magari sostenuta da grandi investimenti economici e informatici. Perché altrimenti succede quello che succede spesso: una volta eletti, spariscono. E spariscono anche quando li cerchi.
Concretamente, in questi mesi che ci aspettano, forse la cosa più utile non è il comunicato di condanna – si perde nel rumore, come tutto il resto – ma il lavoro paziente di spiegare come si costruisce una mezza verità, chiunque la costruisca. Riportare l’attenzione sui fatti verificabili. Raccontare quello che il volontariato vede, che è sempre più preciso di un tweet.
C’è, in questi giorni, la tentazione di chiudersi nel proprio appartamento, nella propria strada, di lasciare che la campagna elettorale scorra fuori come una tempesta da aspettare al riparo. È una tentazione comprensibile. Ma è esattamente il momento in cui la porta di casa va tenuta aperta – e il voto è parte di quella porta.