Ass. don Milani, Editoriali Giovani, partecipazione e responsabilità educativa

Ragazzi, associatevi!

Riscoprire il valore delle associazioni culturali significa offrire ai giovani luoghi in cui costruire relazioni, esercitare responsabilità e dare forma alle proprie idee. Una possibilità che gli adulti e le istituzioni devono tornare a prendere sul serio.

Dopo le aggressioni della minicar nera, la noia torna nelle cronache come spiegazione della violenza. Ma tra un pomeriggio senza programmi e la decisione di fare male a qualcuno c’è una distanza che dobbiamo interrogare. Anche ripartendo dalle esperienze associative, dove si impara quanto contino la propria presenza e la vita degli altri.

Ragazzi, associatevi. Ve lo dico pensando a quante cose potrebbero nascere dalle vostre idee, se trovassero un luogo nel quale incontrarsi e qualcuno disposto a prenderle sul serio. Penso alle parole che avete e che spesso trattenete, alle energie che non sapete dove mettere, alle domande per le quali gli adulti hanno quasi sempre una risposta pronta e troppo raramente il tempo di ascoltarvi. Entrate in un’associazione culturale, cercatene una che vi somigli, provate a cambiarla se vi sembra distante. E, se nel vostro paese non c’è, ragionate sulla possibilità di costruirla insieme.

In questi giorni la cronaca ci ha consegnato la vicenda della minicar nera e delle aggressioni ai passanti a Roma, per le quali sono stati denunciati due minorenni che, secondo quanto riferito, hanno ammesso i fatti. Tra le persone colpite c’è l’attore Davide Iacopini. Nelle ricostruzioni degli interrogatori ricorrono il divertimento, lo scherzo, la ricerca di qualcosa da fare: parole che impressionano per la distanza dal dolore provocato.

Di fronte a episodi simili dovremmo almeno avere il pudore di usare con attenzione la parola “bravata”. Un’aggressione resta un’aggressione anche quando a compierla è un adolescente, e la giovane età chiede una responsabilità educativa più grande, insieme all’accertamento delle responsabilità individuali. Chiamare scherzo la sofferenza inflitta a una persona rende ancora più difficile riconoscerla.

Mi interroga, soprattutto, questa noia che torna continuamente nei racconti e nei commenti. Non credo che basti annoiarsi per diventare violenti. La maggior parte dei ragazzi attraversa pomeriggi vuoti, insoddisfazione, solitudine e frustrazioni senza pensare di aggredire qualcuno. Attribuire tutto alla noia rischia di diventare una spiegazione comoda, che mette insieme esperienze profondamente diverse e ci risparmia domande più impegnative. Dovremmo chiederci come possa accadere che un’altra persona diventi un bersaglio, che la sua paura susciti complicità nel gruppo, che il desiderio di essere riconosciuti dai propri amici passi attraverso l’umiliazione di uno sconosciuto.

Associazione "don Milani" con Paolo De Chiara

È anche dentro queste domande che sento il bisogno di tornare alle associazioni culturali. Ne parlo da insegnante e da persona che ha scelto di dedicare una parte importante della propria vita all’esperienza associativa. Conosco il lavoro che precede un incontro, le telefonate, le sedie da sistemare, le risorse da cercare, la preoccupazione che qualcosa salti all’ultimo momento. E conosco il valore di vedere ragazzi e ragazze assumersi un impegno, discutere una proposta, scoprire di saper fare qualcosa che fino a poco prima sembrava fuori dalla loro portata.

Quando un ragazzo partecipa davvero alla vita di un’associazione, gli viene affidata una parte di realtà. Se deve preparare un’intervista, qualcuno aspetta le sue domande; se cura una locandina, il suo lavoro servirà a far conoscere un appuntamento; se prende un impegno, altre persone organizzano il proprio tempo contando anche su di lui. Dentro questi gesti, apparentemente piccoli, può maturare la consapevolezza che esserci comporta conseguenze, che la propria assenza si sente e che una promessa riguarda anche chi l’ha ricevuta.

Credo ci sia un bisogno profondo di sentirsi attesi. Molti ragazzi ricevono continuamente valutazioni su ciò che fanno, su come appaiono, sui risultati che raggiungono. Un’associazione può offrire anche un’esperienza diversa: qualcuno che domanda il tuo parere perché da quel parere può dipendere una scelta comune. Perché questo accada, però, gli adulti devono essere disponibili ad accettare risposte impreviste, proposte che non avrebbero formulato e perfino qualche errore.

Associazione "don Milani" con Mario Varrella

Nell’esperienza dell’Associazione culturale “don Milani” ho scelto di credere nella possibilità che i giovani assumano responsabilità effettive. È una scelta che richiede fiducia e pazienza, perché affidare un compito significa anche accompagnare chi sta imparando, senza riprendersi tutto al primo ostacolo. Vedere crescere un’idea attraverso il confronto tra persone diverse dà all’impegno un significato che nessun discorso sulla partecipazione riesce, da solo, a trasmettere.

La cultura, vissuta così, entra nelle relazioni quotidiane. Un libro offre la possibilità di sostare nell’esperienza di qualcuno che ha avuto una vita diversa dalla nostra; un’intervista obbliga a formulare domande e ad ascoltare le risposte; una rivista chiede di scegliere parole delle quali assumersi la responsabilità. Preparare un incontro pubblico insegna a considerare anche le esigenze di chi arriverà, di chi parlerà, di chi magari avrà bisogno di una particolare attenzione. Sono esercizi concreti di convivenza, nei quali l’altro acquista un volto e uno spazio.

Naturalmente, nessuna tessera associativa mette al riparo dalla violenza e nessun laboratorio culturale può essere presentato come una cura universale. Anche un’Associazione può diventare un ambiente chiuso, incapace di accogliere chi arriva, dominato da rivalità o dal protagonismo di pochi. Il suo valore dipende dalla qualità delle relazioni che costruisce, dalla libertà che concede, dal modo in cui affronta i conflitti. Proprio per questo va abitata con serietà e continuamente rimessa in discussione.

Associazione "don Milani", notte in tenda a Jelsi

L’invito ai ragazzi riguarda, dunque, anche noi adulti. Quando diciamo che i giovani non partecipano, dovremmo domandarci quanto spazio siamo disposti a condividere. Se ogni decisione è già stata presa, se le loro idee vengono ascoltate soltanto quando coincidono con le nostre, se li cerchiamo per riempire una sala o spostare un tavolo, la distanza diventa comprensibile. Per partecipare bisogna poter incidere, riconoscere nel risultato anche una parte del proprio lavoro.

E riguarda le istituzioni, che troppo spesso incontrano le Associazioni al momento dei saluti e dei ringraziamenti. Servono sedi accessibili, procedure comprensibili, sostegni continuativi, occasioni di collaborazione con le scuole e con le altre realtà del territorio. Nei piccoli paesi conta anche la possibilità di raggiungere il luogo di un’attività e di tornare a casa. Sono condizioni molto concrete, dalle quali dipende la possibilità di esserci. Il tempo dedicato a progettare, organizzare e accompagnare i ragazzi merita riconoscimento: chiedere sempre alle stesse persone di supplire gratuitamente a ogni mancanza finisce per consumare anche le esperienze migliori.

Vorrei che tornassimo a considerare queste realtà una parte importante della vita di una comunità. Il loro lavoro si vede nella continuità, quando la porta resta aperta anche dopo l’evento, quando un ragazzo torna con una proposta, quando qualcuno che all’inizio rimaneva in disparte trova il coraggio di dire la sua. È lì che può crescere un’appartenenza capace di reggere anche una delusione, una discussione, una giornata nella quale non succede niente di speciale.

Perché anche questo dobbiamo imparare: attraversare il tempo senza pretendere che ogni momento ci ecciti, accettare l’attesa, dare durata a qualcosa. Costruire un progetto comune aiuta a scoprire che il piacere può arrivare dopo la fatica e che una soddisfazione può essere più grande quando viene condivisa.

Ragazzi, associatevi. Cercate persone con le quali valga la pena immaginare un incontro, leggere un libro, scrivere una pagina, discutere del paese nel quale vivete. Portate le vostre passioni e anche il vostro disaccordo. A noi adulti spetta farvi trovare spazio, strumenti e una fiducia abbastanza seria da affidarvi qualcosa. Vorrei che ogni ragazzo potesse conoscere l’emozione di arrivare in un luogo e sentire qualcuno dirgli: «Ti aspettavamo, abbiamo bisogno anche di te».