«Meno ideologia, più uomo: la sfida del Nuovo Umanesimo»
Paolo Scarabeo interviene nel dibattito sulla cultura woke: «Condivido la necessità di superare gli estremismi senza arretrare sui diritti. La sfida è ricostruire una cultura riformista fondata sulla persona
«L’Umanesimo non è una conversazione da salotto. O entra nella concretezza della vita oppure non serve».
Direttore, il dibattito sulla cultura woke è tornato al centro della discussione politica. Matteo Renzi, intervenendo su Repubblica, ha parlato della necessità di superare quella stagione e ha indicato nel “nuovo umanesimo” uno dei possibili riferimenti culturali del centrosinistra. Lei, quasi contemporaneamente, su QuintaPagina, ha scritto “Né woke né anti-woke. Prima viene l’uomo”. Una coincidenza?
Certamente una coincidenza nei tempi, ma credo anche il segnale che una certa riflessione sia ormai diventata necessaria. Mi ha colpito trovare nelle parole di Renzi un riferimento esplicito al Nuovo Umanesimo, perché è un terreno sul quale lavoro e rifletto da tempo. Un po’ mi aspettavo che potesse succedere perché i presupposti c’erano tutti. Credo che siamo arrivati a un punto nel quale non sia più sufficiente criticare questa o quella degenerazione culturale. Bisogna chiedersi cosa vogliamo mettere al suo posto. E la mia risposta è molto semplice: l’uomo. La persona concreta, con la sua libertà, la sua dignità, le sue contraddizioni. Prima delle appartenenze, prima delle categorie, prima delle ideologie.
Renzi scrive: “Meno woke e più economia”. Lei invece dice: “Né woke né anti-woke”. Dove sta la differenza?
Renzi affronta il problema soprattutto dal punto di vista politico e ha ragione quando dice che le elezioni si vincono parlando di stipendi, sanità, costo della vita, scuola, imprese, futuro dei giovani. La politica deve occuparsi della vita reale delle persone. Io, però, provo a fare un passo ancora precedente. Non credo che il problema sia semplicemente essere “meno woke”. Credo che dobbiamo liberarci dalla necessità di dividere continuamente il mondo tra woke e anti-woke, progressisti e conservatori, amici e nemici. Se sostituiamo un’ortodossia con un’altra non abbiamo risolto nulla. Abbiamo soltanto cambiato il nome dell’ideologia.
Quindi non considera la cultura woke totalmente negativa?
No. E credo che sarebbe intellettualmente disonesto farlo. All’origine di quella sensibilità ci sono domande giuste, persino necessarie: la lotta contro il razzismo, le discriminazioni, l’omofobia, le disuguaglianze, il rispetto delle minoranze, la dignità delle donne. Il problema nasce quando una battaglia per la libertà finisce per produrre nuove forme di censura; quando l’inclusione diventa un tribunale; quando per difendere chi è stato escluso si comincia a stabilire chi abbia diritto di parlare e chi debba tacere. È lì che una sensibilità giusta rischia di trasformarsi in ideologia.
Renzi usa parole molto dure: parla di vite distrutte, discriminazioni, licenziamenti e censura. Condivide questa lettura?
Condivido la preoccupazione. Ogni volta che una società comincia ad avere paura delle parole, dei libri, delle idee, della storia, qualcosa non funziona. Non possiamo rileggere Dante, Shakespeare o qualsiasi altro autore del passato pretendendo che pensasse secondo le categorie morali del 2026. La cultura deve inquietare, provocare, perfino disturbare. Altrimenti non è più cultura: diventa educazione all’obbedienza. Ma aggiungo una cosa: la stessa preoccupazione dobbiamo averla quando la censura arriva dall’altra parte. Anche l’anti-woke può diventare intollerante. Anche chi grida continuamente contro il politicamente corretto può pretendere di decidere quali libri debbano sparire, quali identità siano ammissibili, quali storie non debbano essere raccontate. Per questo continuo a dire: né woke né anti-woke.
C’è dunque il rischio che la battaglia contro il woke diventi essa stessa ideologica?
È già accaduto. E sarebbe paradossale combattere il conformismo costruendone uno nuovo. La libertà di espressione vale quando parla qualcuno con cui sono d’accordo e soprattutto quando parla qualcuno che non sopporto. Altrimenti non è libertà, è convenienza. Un Nuovo Umanesimo deve avere il coraggio di sottrarsi a questa logica delle tifoserie.
Nel testo di Renzi c’è una domanda centrale: “Ma noi chi siamo? Che cosa vogliamo?”. È una domanda che riguarda soltanto il centrosinistra?
No. Riguarda la politica nel suo insieme e, forse, ancora prima riguarda la nostra società. Da anni sembriamo incapaci di affrontare un problema senza chiedere preventivamente a quale schieramento appartenga. Immigrazione, sicurezza, ambiente, guerra, povertà, famiglia, diritti, giovani: prima ancora di guardare la realtà vogliamo sapere quale sia la posizione della destra e quale quella della sinistra. Poi ci sistemiamo nel nostro recinto. È esattamente il contrario del pensiero. Pensare significa avere il coraggio di guardare un problema e cercare una risposta anche quando quella risposta non coincide perfettamente con il proprio campo.
Eppure lei non nasconde una particolare attenzione verso il riformismo.
Il riformismo mi interessa proprio perché dovrebbe essere l’opposto dell’ideologia. Riformare significa misurarsi con la realtà, provare a cambiarla senza pretendere di piegarla a uno schema precostituito. Ma anche il riformismo smette di essere tale se diventa semplicemente un’altra appartenenza. Non mi interessa sostituire una bandiera con un’altra. Mi interessa una politica che torni a chiedersi che cosa faccia bene all’uomo.
Renzi individua proprio nel Nuovo Umanesimo una possibile identità culturale del centrosinistra. È lì che i vostri due ragionamenti sembrano incontrarsi maggiormente. Che cosa significa per lei “Nuovo Umanesimo”?
Le dico innanzitutto che è stato molto bello leggere quel passaggio nella Lettera di Renzi al Corriere. Non le nascondo che seguo Renzi da tempo con molto interesse e, come le ho detto, me lo aspettavo. “Nuovo Umanesimo” significa rimettere la persona al centro in un tempo che tende continuamente a ridurla. Il mercato ci riduce a consumatori, la politica a elettori, i social a profili, gli algoritmi a dati, le ideologie a categorie. L’uomo, invece, è infinitamente più grande di tutto questo. Ha memoria, desideri, paure, relazioni, fragilità, capacità di amare, di sbagliare, di ricominciare. Il Nuovo Umanesimo parte da qui. Non è nostalgia del passato e non è rifiuto della tecnologia. È esattamente il contrario: significa costruire il futuro impedendo che gli strumenti creati dall’uomo finiscano per decidere che cosa debba essere l’uomo.
Anche Renzi insiste molto sul rapporto con gli algoritmi e immagina una scuola capace di “risvegliare le emozioni e la fantasia”. Quanto è importante la scuola in questo progetto?
È decisiva. Forse è il luogo decisivo. Una scuola che si limitasse a trasmettere informazioni sarebbe già sconfitta, perché un algoritmo può fornire informazioni molto più velocemente di qualsiasi insegnante. La scuola deve fare ciò che nessun algoritmo può fare al posto nostro: insegnare a porre domande, educare al dubbio, allenare il pensiero critico, far incontrare la bellezza, imparare a riconoscere le emozioni proprie e quelle degli altri. Deve formare persone libere, non utenti efficienti.
Nel suo articolo torna spesso la parola “libertà”. È questa la parola chiave del Nuovo Umanesimo?
È una delle parole fondamentali, ma non basta da sola. La libertà senza responsabilità rischia di diventare semplicemente individualismo. Io aggiungerei dignità, responsabilità, relazione, solidarietà, bellezza. E soprattutto una parola che abbiamo quasi paura di pronunciare: umanità. Essere umani significa riconoscere nell’altro qualcosa che viene prima della sua appartenenza politica, religiosa, culturale, sessuale o sociale. Posso combattere duramente le tue idee senza negare la tua dignità. Oggi questa distinzione sembra diventata rivoluzionaria.
Renzi traduce il Nuovo Umanesimo anche in proposte concrete: ceto medio, sanità, welfare, Terzo Settore, innovazione, sicurezza, ambiente. Un progetto culturale può davvero diventare programma politico?
Deve diventarlo, altrimenti resta una bella dichiarazione d’intenti. Mettere l’uomo al centro significa chiedersi se uno stipendio consenta di vivere dignitosamente, se un ragazzo possa costruirsi un futuro senza essere costretto ad andarsene, se un anziano possa curarsi senza aspettare mesi, se una famiglia possa avere dei figli senza considerarlo un lusso. Significa parlare di lavoro, scuola, sanità, ambiente, sicurezza. L’Umanesimo non è una conversazione da salotto. O entra nella concretezza della vita oppure non serve.
C’è un passaggio dell’intervento di Renzi dedicato all’associazionismo, al volontariato, al Terzo Settore. Perché possono essere così importanti?
Perché sono luoghi nei quali la persona non è soltanto destinataria di qualcosa, ma diventa protagonista. Una società non può essere costruita soltanto dallo Stato e dal mercato. In mezzo c’è un patrimonio enorme di associazioni, comunità, volontari, realtà culturali, educative e sociali. Penso alla mia Associazione “don Milani” e alle migliaia di altre realtà vive sul territorio. È lì che spesso si ricuciono le relazioni che altrove si spezzano. La sussidiarietà, quando è autentica, è profondamente umanista perché riconosce che le persone non sono semplicemente bisogni da amministrare, ma energie da liberare.
Allora il Nuovo Umanesimo può diventare davvero l’identità culturale di una nuova stagione politica?
Può diventarlo a una condizione: che nessuno pretenda di appropriarsene. Se diventasse semplicemente lo slogan di un partito avremmo già fallito. Io credo che possa essere un terreno sul quale liberali, riformisti, cattolici democratici, socialisti, ambientalisti pragmatici e tante persone che oggi non si riconoscono più nelle vecchie appartenenze possano tornare a parlarsi. Ma deve restare una casa con le porte aperte, non l’ennesimo recinto.
Se dovesse rispondere con una sola frase alla domanda di Renzi, “Ma noi chi siamo?”, cosa direbbe?
Vorrei che potessimo rispondere così: siamo quelli che, prima di chiedere a una persona da che parte sta, si ricordano che è una persona. Perché possiamo discutere di woke, anti-woke, destra, sinistra, Europa, economia, tecnologia e futuro quanto vogliamo. Ma se alla fine perdiamo l’uomo, abbiamo perso tutto. E l’uomo lo hanno già perso in troppi.