Il Premio Giorgio Mazzanti e la responsabilità della cultura
Giunto alla sua quarta edizione, il Premio Giorgio Mazzanti, promosso dall’Associazione Culturale “don Milani” e dalla testata giornalistica QuintaPagina.eu, è ormai uno degli appuntamenti più significativi de La Settimana del Libro. Nato per custodire la memoria di un intellettuale che ha lasciato un’impronta profonda nella vita di quanti hanno avuto il privilegio di conoscerlo, il Premio non intende celebrare semplicemente una carriera, ma riconoscere donne e uomini che, attraverso il proprio impegno, testimoniano una precisa idea di cultura.
Per capire meglio il significato di questo riconoscimento e, soprattutto, l’eredità umana e culturale che Giorgio Mazzanti continua a consegnare a chi incontra il suo pensiero, Sofia Aster ha dialogato con Paolo Scarabeo, ideatore del Premio.
C’è un rischio quando si dedica un premio a una persona: quello di trasformarla in un ricordo, magari anche bello, ma immobile. Perché con Giorgio Mazzanti questo rischio non c’è?
Perché Giorgio Mazzanti non appartiene al passato. Ci sono persone che continuano a parlare attraverso le domande che hanno lasciato, prima ancora che attraverso le risposte che hanno dato. Lui era così. Era un uomo che non ti chiedeva di seguirlo, ma di cercare. Aveva una straordinaria fiducia nell’intelligenza e nella libertà dell’altro. Nei suoi scritti, nelle sue lezioni, perfino nelle conversazioni più semplici, c’era sempre un invito ad andare oltre ciò che appare, oltre ciò che è comodo, oltre ciò che è immediato. Oggi, in un tempo che spesso misura tutto sull’efficacia e sulla velocità, la sua lezione è ancora profondamente attuale.
Basta scorrere l’albo d’oro del Premio per trovare un narratore ambulante, un poeta, un giornalista e scrittore impegnato nella lotta alle mafie. Non sembrano appartenere allo stesso mondo. Eppure, evidentemente, qualcosa li unisce.
Li unisce lo sguardo. Noi non premiamo un mestiere, ma un modo di abitare quel mestiere. Pierluigi Giorgio racconta il territorio perché sa restituirgli memoria e anima. Antonio Vanni ci ricorda, con la poesia, che le parole possono ancora custodire l’uomo. Paolo De Chiara ha scelto di scrivere dove spesso altri preferiscono tacere, pagando anche un prezzo personale per questa scelta. Sono storie diverse, ma raccontano la stessa convinzione: la cultura non serve a distinguerci dagli altri; serve a prendersene cura.
Hai conosciuto Giorgio Mazzanti da vicino. Se dovessi scegliere un tratto che più di ogni altro lo definiva, quale sarebbe?
La capacità di farti sentire che la tua vita meritava di essere pensata fino in fondo. Non aveva l’atteggiamento di chi distribuisce certezze. Ti metteva nelle condizioni di scoprire che esiste sempre un orizzonte più grande dei nostri interessi, delle nostre paure, perfino dei nostri successi. Credo che il dono più grande che un educatore possa fare sia proprio questo: aiutare una persona a intuire che la propria esistenza non si esaurisce in ciò che produce o possiede. Giorgio riusciva a farlo con una naturalezza rara.
Ascoltandoti viene spontaneo pensare al Nuovo Umanesimo di cui scrivi e parli sempre più spesso. C’è un filo che lega quella riflessione all’insegnamento di Giorgio Mazzanti?
C’è un filo molto profondo. Se oggi rifletto sul bisogno di un Nuovo Umanesimo – e spero presto di poter condividere la mia riflessione in un nuovo libro – è anche perché ho avuto la fortuna di incontrare maestri che mi hanno insegnato a guardare l’uomo prima delle sue etichette. Giorgio Mazzanti mi ha trasmesso un’idea di cultura che non si accontenta di informare, ma desidera trasformare. Una cultura che non chiude la persona dentro le proprie capacità, ma la apre a un riferimento Altro, capace di dare senso all’intera esistenza. È una prospettiva che non limita la libertà: la rende più grande.
Se un ragazzo dovesse assistere alla cerimonia senza sapere nulla di Giorgio Mazzanti, quale sarebbe il pensiero con cui ti piacerebbe vederlo tornare a casa?
Mi piacerebbe che si portasse dentro una domanda, non una risposta. Che si chiedesse se sia ancora possibile vivere il proprio talento come un servizio e non soltanto come un’affermazione personale. Se il Premio riuscirà a suscitare questa inquietudine, allora avrà raggiunto il suo scopo. Perché Giorgio Mazzanti ci ha insegnato proprio questo: la cultura non è ciò che ci rende più importanti degli altri, ma ciò che ci rende più responsabili nei loro confronti.