La cultura non si organizza. Si coltiva.
Alla vigilia della quarta edizione della Settimana del Libro, Sofia Aster incontra il direttore artistico Paolo Scarabeo. Un dialogo che parte dai libri per arrivare ai giovani, all'educazione e al valore delle relazioni. Perché una manifestazione culturale non si misura soltanto dagli ospiti che invita, ma dalle domande che riesce a lasciare in chi vi partecipa.
Ci sono manifestazioni che, anno dopo anno, crescono nei numeri. Altre crescono nella capacità di costruire legami. La Settimana del Libro appartiene a questa seconda categoria. Non rincorre gli eventi, li prepara. Non cerca il clamore, ma il dialogo. E forse è proprio questa la ragione per cui, arrivata alla quarta edizione, continua ad attirare persone molto diverse tra loro: lettori, studenti, famiglie, appassionati e semplici curiosi.
Dietro il programma c’è un lavoro che dura mesi e una domanda che ritorna puntuale a ogni nuova edizione: quale idea di cultura vogliamo proporre?
Ne parliamo con il direttore artistico della manifestazione, Paolo Scarabeo, giornalista e scrittore molisano, docente al Liceo “Savoia Benincasa” di Ancona, direttore di quintapagina.eu e del periodico dell’Arcidiocesi di Ancona-Osimo Presenza, oltre che presidente e fondatore dell’Associazione Culturale “don Milani”, promotrice della Settimana del Libro insieme al Comune di Cerro al Volturno.
La Settimana del Libro arriva alla quarta edizione. Guardandola oggi, che cosa pensi sia diventata rispetto all’idea iniziale?
«Credo che abbia conservato la cosa più importante: il motivo per cui è nata. In questi anni sono cambiate tante cose, sono cresciuti gli ospiti, il pubblico, le collaborazioni, ma non è cambiata la convinzione di fondo. Un libro non è mai soltanto un libro. È un incontro possibile. È un’occasione per fermarsi, ascoltare una storia, confrontarsi con idee diverse dalle proprie.
Viviamo in un tempo in cui tutto corre molto velocemente. Anche la cultura rischia di diventare consumo: un evento dopo l’altro, un autore dopo l’altro. Io continuo a pensare, invece, che la cultura abbia bisogno di tempo. Di silenzi. Di domande. Se una persona, uscendo da un incontro, porta con sé una riflessione che continua ad accompagnarla nei giorni successivi, allora quella serata ha avuto un senso.
Per questo mi piace pensare che la Settimana del Libro non sia una rassegna, ma un luogo in cui le persone possono ritrovarsi attorno alle storie. E le storie, quando sono vere, hanno sempre la capacità di creare comunità».
Ogni anno il programma mette insieme scrittori, giornalisti, educatori, sportivi, persone provenienti da esperienze molto diverse. Come nasce la scelta degli ospiti?
«La domanda che mi accompagna non è mai: “Chi dobbiamo invitare?”. È piuttosto: “Di quale storia abbiamo bisogno quest’anno?”.
Non mi interessa costruire un cartellone di nomi importanti. Mi interessa mettere accanto persone che abbiano qualcosa da testimoniare. Un buon libro racconta sempre un pezzo di vita e, allo stesso modo, anche chi sale sul palco deve portare un’esperienza autentica.
Per questo ogni edizione ha un suo equilibrio. C’è chi arriva dalla narrativa, chi dal giornalismo, chi dallo sport, chi dall’impegno civile. Apparentemente sono mondi lontani. In realtà parlano tutti della stessa cosa: dell’essere umano.
Mi piace quando il pubblico scopre connessioni che all’inizio sembravano impensabili. È lì che la cultura smette di essere una somma di appuntamenti e diventa un dialogo».
Quest’anno la presenza di Andrea Capobianco ha sorpreso molti. Perché un commissario tecnico della Nazionale femminile di basket in una manifestazione dedicata ai libri?
«Perché io Andrea l’ho conosciuto molto prima che diventasse il commissario tecnico della Nazionale. È stato il mio capo scout e ci conosciamo praticamente da tutta la vita.
Le persone, però, non andrebbero mai raccontate soltanto attraverso il ruolo che ricoprono. Certo, i risultati ottenuti nello sport parlano da soli e raccontano una competenza straordinaria. Ma io ho voluto invitare soprattutto l’educatore.
Ho visto Andrea accompagnare i ragazzi quando nessuno immaginava quello che sarebbe diventato. Ho imparato da lui che guidare un gruppo significa anzitutto aiutare ogni persona a scoprire il meglio di sé. È una lezione che va ben oltre il basket.
Per questo credo che la sua presenza alla Settimana del Libro sia perfettamente coerente con lo spirito della manifestazione. Verrà a raccontare una vita spesa nell’educazione, nella responsabilità, nella fiducia e nel valore della squadra. Sono temi che appartengono allo sport, ma appartengono anche ai libri e, più in generale, alla crescita di ogni persona».
La Settimana del Libro è anche il momento in cui viene consegnato il Premio “Giorgio Mazzanti”. Come nasce questo riconoscimento e quale significato ha oggi?
«Nasce da un’esigenza molto semplice: quella di non lasciare che una memoria importante resti confinata nel ricordo.
Giorgio Mazzanti è stato una persona che ha saputo testimoniare, con la propria vita, un’idea molto concreta di impegno civile. Abbiamo pensato che il modo migliore per ricordarlo fosse continuare a far vivere quei valori attraverso persone che, ogni giorno, li incarnano nei contesti più diversi.
Per questo il premio non viene assegnato in base alla notorietà. Non ci interessa inseguire il personaggio del momento. Ci interessa riconoscere donne e uomini che abbiano fatto della legalità, della promozione dei territori, della difesa della dignità umana, dell’inclusione, della cura degli ultimi e della costruzione di un nuovo umanesimo il filo conduttore del proprio lavoro.
Ogni anno la scelta del premiato diventa anche un messaggio. È un modo per dire che la cultura non può limitarsi a raccontare il mondo. Deve contribuire, con umiltà, a renderlo un po’ migliore».

L’Associazione Culturale “don Milani” è il motore della Settimana del Libro. Oggi, però, a portarla avanti sono soprattutto ragazzi che, quando tutto è iniziato, erano poco più che bambini. Che cosa significa per te?
«Se dovessi indicare il risultato più bello di questi anni, probabilmente non parlerei della Settimana del Libro. Parlerei proprio di loro.
Quando abbiamo iniziato erano bambini. Venivano agli incontri con la curiosità di chi osserva il mondo e prova a trovare il proprio posto. Oggi sono giovani donne e giovani uomini che condividono con me e la vice Presidente Sara Cappello la responsabilità dell’Associazione, immaginano nuovi progetti, discutono, si confrontano, prendono decisioni, sbagliano e ricominciano e, soprattutto, si prendono cura di qualcosa che sentono anche loro.
Credo che questo sia il significato più profondo dell’educazione. Non creare persone che abbiano bisogno di essere guidate per sempre, ma persone capaci, un giorno, di camminare con le proprie gambe.
Ogni volta che li vedo lavorare insieme penso che il vero successo non sia un evento riuscito o una sala piena. Il vero successo è aver costruito una comunità in cui ciascuno sente di avere una responsabilità verso gli altri.
L’Associazione “don Milani” oggi è molto più giovane di me. Ed è giusto che sia così. Significa che il tempo dedicato alle relazioni non è stato tempo perso».
Da insegnante, da giornalista e da promotore culturale hai la possibilità di incontrare ogni giorno generazioni diverse. Che cosa ti insegnano i ragazzi?
«Mi insegnano, prima di tutto, a non smettere di farmi domande.
Spesso gli adulti parlano dei giovani come se fossero un problema da risolvere. Io continuo a pensare che siano una domanda da ascoltare.
Quando un ragazzo perde interesse, quando si arrabbia, quando sembra distante o disilluso, raramente il problema è soltanto suo. Quasi sempre ci sta dicendo qualcosa anche del mondo che gli adulti hanno costruito.
Per questo credo che educare significhi anzitutto esserci. Ascoltare prima di spiegare. Camminare accanto prima di indicare una strada.
È un atteggiamento che porto anche nel giornalismo. Raccontare significa cercare di comprendere le persone, non giudicarle in fretta. E forse è proprio questo il filo che unisce tutto ciò che faccio».
Oggi dirigi due testate giornalistiche molto diverse tra loro, insegni in un liceo e continui a dedicare molto tempo all’associazionismo. Come convivono queste esperienze?
«Non le ho mai vissute come attività separate. Il giornalismo mi ha insegnato a guardare la realtà con attenzione e a diffidare delle semplificazioni. La scuola mi ricorda ogni giorno che dietro ogni volto c’è una storia che merita rispetto. L’associazione, invece, mi restituisce continuamente il senso del lavoro condiviso.
Sono esperienze diverse, ma tutte mi riportano alla stessa convinzione: le persone vengono prima delle etichette. Prima di essere studenti, lettori, cittadini o volontari siamo esseri umani. Se dimentichiamo questo, anche il miglior progetto culturale perde significato».
Viviamo in un tempo in cui tutto sembra misurarsi con i numeri: visualizzazioni, follower, presenze. Che cosa significa, oggi, avere successo per una manifestazione culturale?
«Credo che il successo non coincida necessariamente con i grandi numeri. Naturalmente fa piacere vedere una piazza piena, ma sarebbe riduttivo fermarsi a quello.
Io mi domando sempre che cosa resta quando le sedie vengono rimesse a posto e le luci si spengono.
Se un ragazzo decide di leggere un libro che non avrebbe mai aperto, se una persona torna a casa con il desiderio di approfondire un tema, se nascono amicizie, collaborazioni o nuove idee, allora quella manifestazione ha prodotto qualcosa che non si può misurare con una statistica. La cultura lavora lentamente. E spesso i suoi frutti diventano visibili molto tempo dopo».
Guardando al futuro, quale desiderio accompagna la Settimana del Libro?
«Mi auguro che continui a crescere senza perdere la sua identità. Non sogno una manifestazione più grande. Sogno una manifestazione sempre più vera. Vorrei che continuasse a essere un luogo in cui uno scrittore possa parlare con un ragazzo, un insegnante con un genitore, un educatore con un amministratore, senza che nessuno senta il bisogno di alzare la voce per avere ragione. Se riusciremo a custodire questo spirito, allora il futuro arriverà da sé.
Le manifestazioni passano. Le relazioni, invece, possono restare. Ed è nelle relazioni che la cultura trova il suo significato più profondo».