La propaganda costa. Il conto lo pagano scuola e pensionati
Mentre si moltiplicano gli annunci e le promesse, la legge di Bilancio riduce gli organici scolastici e limita l'adeguamento delle pensioni all'inflazione. Il calo demografico diventa un'occasione per risparmiare anziché per migliorare l'istruzione. E a pagare sono ancora una volta le generazioni che hanno lavorato e quelle che devono costruirsi un futuro.
La propaganda ha un vantaggio sulla realtà: non deve fare i conti con le conseguenze. Basta un annuncio, una conferenza stampa, qualche dichiarazione ben confezionata e il risultato politico è servito. Peccato che poi arrivino i documenti ufficiali, quelli nei quali le promesse devono misurarsi con i numeri. E i numeri della manovra 2027 raccontano una storia assai diversa da quella che quotidianamente viene proposta agli italiani.
La scuola pubblica perderà altri 6.974 posti, dei quali 4.925 docenti e 2.049 appartenenti al personale amministrativo, tecnico e ausiliario. Sommando queste riduzioni a quelle già previste dalle precedenti disposizioni, il conto sfiora i 15mila posti nell’arco di tre anni scolastici. Un’operazione che garantirà allo Stato un risparmio di quasi 252 milioni di euro all’anno dal 2028. Non si tratta di indiscrezioni o interpretazioni dell’opposizione, ma di cifre contenute nella documentazione che accompagna la legge di Bilancio.
La giustificazione è pronta: diminuiscono le nascite, diminuiscono gli studenti, dunque si può ridurre il personale. Un ragionamento apparentemente ineccepibile, almeno per chi considera la scuola una voce di bilancio e non il luogo nel quale si costruisce il futuro di un Paese. Perché proprio la diminuzione degli studenti potrebbe rappresentare finalmente l’occasione per ridurre il numero degli alunni nelle classi, rafforzare il sostegno, garantire maggiore attenzione alle fragilità, recuperare gli svantaggi educativi e restituire alla scuola quella dimensione umana che da anni viene sacrificata sull’altare delle economie.
Invece si sceglie di risparmiare. E lo si fa mentre agli insegnanti vengono affidate responsabilità sempre maggiori, mentre si moltiplicano i progetti sul benessere, sull’inclusione, sull’educazione digitale, sul contrasto alla dispersione scolastica. Tutti obiettivi condivisibili, naturalmente. Ma con quali persone dovrebbero essere realizzati? Con quali risorse? Non si può chiedere alla scuola di farsi carico di ogni emergenza sociale e contemporaneamente sottrarle gli strumenti necessari per affrontarla.
C’è poi la questione dei pensionati. La manovra interviene nuovamente sul meccanismo di rivalutazione degli assegni, limitando il recupero dell’inflazione per i trattamenti superiori a quattro volte il minimo. La relazione tecnica quantifica un risparmio lordo di 14,2 miliardi in dieci anni. Anche in questo caso si può discutere della progressività del sistema e della necessità di tutelare maggiormente le pensioni più basse. Ma resta un dato: una parte consistente delle risorse viene recuperata riducendo la protezione del potere d’acquisto di chi ha già concluso la propria vita lavorativa.
È una questione di priorità, prima ancora che di schieramenti politici. Ogni governo deve fare i conti con risorse limitate e vincoli di bilancio, ma proprio per questo le scelte dovrebbero essere spiegate con chiarezza, senza nascondere i sacrifici dietro la retorica dei risultati raggiunti. Non basta rivendicare qualche beneficio fiscale se poi, contemporaneamente, si ridimensionano servizi e tutele che incidono sulla vita quotidiana delle persone.
Colpisce soprattutto la distanza tra il linguaggio della politica e quello dei provvedimenti. Da una parte la centralità dei giovani, il valore della formazione, la dignità degli anziani, la difesa del potere d’acquisto. Dall’altra le tabelle, gli organici ridotti, le rivalutazioni contenute. E mentre si discute di tutto questo, nella stessa manovra viene prorogato anche il contributo per le famiglie degli studenti delle scuole paritarie, con uno stanziamento di 20 milioni di euro. Una misura che può avere le proprie ragioni, ma che rende ancora più necessario spiegare la coerenza complessiva delle scelte sull’istruzione.
Il testo deve ancora affrontare il Parlamento e potrà essere modificato. È auspicabile che il confronto entri nel merito delle conseguenze, anziché esaurirsi nell’ennesima contrapposizione tra maggioranza e opposizione.
Perché il problema non è soltanto quanto si risparmia, ma che cosa si perde risparmiando. Una scuola con meno personale non è automaticamente una scuola più efficiente. Una pensione che recupera solo parzialmente l’aumento dei prezzi non conserva lo stesso valore. Sono questioni concrete, che nessuna campagna di comunicazione può cancellare.
La politica dovrebbe avere almeno il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Se occorre tagliare, lo si dica. Se bisogna chiedere sacrifici, si spieghi a chi e perché. Ma si smetta di presentare ogni manovra come una successione di conquiste, lasciando che siano sempre gli stessi a scoprire, leggendo le cifre, quanto dovranno pagare.
Perché la propaganda può anche convincere per qualche giorno. Le conseguenze di una legge di Bilancio, invece, restano per anni. Poi ci sono quelli che guardano solo la bandiera… ma, per quelli, non c’è molto da fare!