Le Mainarde, tredici Comuni e una sola anima: la sfida di un territorio che vuole restare vivo
Dalle montagne dell'Alto Volturno ai borghi delle Mainarde, tredici amministrazioni scelgono di condividere idee, risorse e prospettive. Un progetto che mette al centro le comunità, supera i campanilismi e prova a trasformare l'appartenenza in una concreta occasione di sviluppo.
Non basta custodire la bellezza dei luoghi: occorre garantire a chi li abita le condizioni per continuare a viverci. E tra i sogni da riportare alla luce potrebbe esserci anche quello delle Volturniadi, simbolo di una stagione in cui i paesi sapevano ritrovarsi e riconoscersi.
Ci sono territori che, osservati su una carta geografica, sembrano un insieme di piccoli paesi separati da montagne, vallate e strade tortuose. Poi basta conoscerli, attraversarli, ascoltare le storie di chi li abita per scoprire che quei confini amministrativi raccontano soltanto una parte della realtà. Perché esiste una geografia più profonda, fatta di relazioni, di memorie condivise, di famiglie che si intrecciano, di tradizioni che passano da un paese all’altro. È la geografia umana delle Mainarde molisane, quella che oggi tredici Comuni hanno deciso di riconoscere e valorizzare attraverso un progetto comune.
Acquaviva d’Isernia, Castel San Vincenzo, Cerro al Volturno, Colli a Volturno, Filignano, Forlì del Sannio, Fornelli, Montaquila, Montenero Val Cocchiara, Pizzone, Rionero Sannitico, Rocchetta a Volturno e Scapoli. Tredici comunità, ciascuna con la propria identità, le proprie vicende e le proprie peculiarità, che si ritrovano attorno a un’idea tanto semplice quanto impegnativa: il futuro di ciascun paese riguarda anche tutti gli altri.

Il messaggio che accompagna il progetto dell’Area Interna delle Mainarde contiene un’espressione particolarmente significativa: «Una comunità di comunità». Non è soltanto una formula suggestiva. È un modo diverso di pensare il territorio, soprattutto in una regione come il Molise, dove la frammentazione amministrativa e la progressiva diminuzione della popolazione rendono sempre più difficile affrontare individualmente problemi che, invece, sono comuni.
Da troppo tempo, quando si parla delle aree interne, il racconto finisce per concentrarsi su ciò che manca. Mancano i servizi, diminuiscono gli abitanti, chiudono le attività, i giovani partono e le scuole faticano a mantenere i propri numeri. Sono questioni reali, che sarebbe irresponsabile nascondere dietro qualche bella fotografia di un borgo antico o di un paesaggio incontaminato. Ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che questi territori possano essere raccontati esclusivamente attraverso la loro fragilità.
Le Mainarde possiedono un patrimonio naturale, storico e culturale straordinario. Il lago di Castel San Vincenzo, le sorgenti del Volturno, i sentieri di montagna, i borghi, le tradizioni artigianali e gastronomiche costituiscono una ricchezza che merita di essere conosciuta ben oltre i confini regionali. Ma la vera risorsa di questa terra rimangono le persone che continuano ad abitarla, a lavorarci, a investire nelle proprie attività, a tenere aperte le porte delle case e delle comunità.
Ed è proprio qui che il progetto dei tredici Comuni può trovare il suo significato più importante. La valorizzazione turistica e culturale, per quanto necessaria, non può diventare l’unico orizzonte delle politiche territoriali. Un paese non può vivere soltanto nei fine settimana, durante le feste patronali o nei mesi estivi, quando tornano gli emigrati e arrivano i visitatori. Deve poter vivere anche in un martedì qualsiasi di novembre, quando un anziano ha bisogno di raggiungere un ambulatorio, una famiglia deve accompagnare i figli a scuola, un giovane cerca un lavoro e un’impresa prova a rimanere competitiva nonostante le difficoltà di operare lontano dai grandi centri.
La bellezza, da sola, non trattiene gli abitanti. Occorrono servizi, collegamenti, opportunità economiche, strutture educative e sociali. Occorre soprattutto la convinzione che vivere in un piccolo paese non debba significare accettare diritti e possibilità inferiori rispetto a chi abita altrove.
In questa prospettiva, la collaborazione tra amministrazioni può rappresentare uno strumento prezioso. Condividere progettualità, coordinare iniziative, mettere in rete competenze e risorse significa riconoscere che la sopravvivenza di una comunità non può essere costruita a discapito di quella vicina. Una scuola che rimane aperta, un servizio sanitario che viene garantito, una nuova attività che nasce, un percorso turistico che collega più borghi producono benefici che difficilmente si esauriscono entro un confine comunale.
Naturalmente, alle dichiarazioni di intenti dovranno seguire scelte concrete. Saranno i risultati, nel tempo, a misurare la capacità di trasformare questa visione in una prospettiva di sviluppo. Perché il rischio, quando si parla di rilancio delle aree interne, è quello di fermarsi alla promozione, ai loghi, agli slogan, alle iniziative occasionali. La sfida vera sarà costruire una collaborazione stabile, capace di sopravvivere alle scadenze amministrative e di coinvolgere realmente cittadini, associazioni, imprese e soprattutto le nuove generazioni.
C’è poi un aspetto che merita particolare attenzione. Questi tredici paesi non partono da zero nel loro desiderio di sentirsi parte di una stessa comunità. Esiste già un patrimonio di rapporti, di esperienze, di occasioni nelle quali le persone hanno imparato a incontrarsi e a riconoscersi. Recuperare quella memoria può essere altrettanto importante quanto progettare nuove iniziative. Non per nostalgia, ma perché una comunità costruisce il proprio futuro anche attraverso ciò che ha saputo realizzare in passato.
Sarebbe bello, ad esempio, che questa ritrovata volontà di camminare insieme potesse restituirci un giorno anche le Volturniadi. Un nome che richiama l’idea di paesi capaci di incontrarsi, confrontarsi, condividere momenti di festa e di partecipazione. Ripensarle oggi, coinvolgendo bambini, ragazzi, associazioni sportive e culturali, potrebbe diventare un’occasione per dare un volto concreto a quella comunità di comunità di cui parlano i sindaci.
Non necessariamente riproponendo il passato così com’era, ma raccogliendone lo spirito e adattandolo alle esigenze di oggi. Perché i territori hanno bisogno anche di occasioni nelle quali ritrovarsi, conoscersi, stringere amicizie, superare diffidenze e riscoprire il piacere di appartenere a qualcosa di più grande del proprio paese.
In fondo, la questione delle Mainarde riguarda una domanda che attraversa tutte le aree interne del nostro Paese: quale futuro vogliamo riconoscere a queste comunità? Quello di luoghi da conservare come testimonianze di un mondo che scompare, oppure quello di territori nei quali sia ancora possibile immaginare e costruire una vita?
La risposta non potrà arrivare soltanto dai tredici sindaci. Avrà bisogno della partecipazione delle comunità, della responsabilità delle istituzioni regionali e nazionali e, soprattutto, della capacità di restituire fiducia a chi oggi fatica a intravedere un futuro nella propria terra.
Intanto, però, c’è un punto di partenza che merita attenzione: tredici Comuni hanno scelto di raccontarsi non come realtà isolate, ma come parti di una stessa storia. E in un tempo nel quale troppo spesso si continua a ragionare per appartenenze ristrette e interessi particolari, riconoscere che il destino del paese vicino riguarda anche il proprio è già un cambiamento di prospettiva.
L’augurio è che questa consapevolezza trovi presto espressione in progetti, servizi, opportunità e occasioni di incontro. E chissà che, un giorno non troppo lontano, non si possano rivedere anche le Volturniadi, con le piazze piene di ragazzi, le comunità in festa e tredici paesi nuovamente insieme.
Sarebbe un bel modo per ricordare che un territorio non è fatto soltanto dei luoghi che lo compongono, ma soprattutto delle persone che scelgono di riconoscersi parte della stessa casa.