Povero Ulisse. Ma soprattutto, povera politica
Dagli eroi di Omero trasformati in testimonial del “patriarcato mediterraneo” al burqa messo in scena sul palco di Pontida, la politica sembra avere sostituito il pensiero con lo slogan. Ma sarebbe troppo facile dare tutta la colpa a chi ci governa o aspira a farlo: se la pancia ha preso il posto della testa, è anche perché abbiamo smesso di pretendere cultura, formazione e complessità.
Destra e sinistra continuano a parlarsi attraverso contrapposizioni, identità e paure, mentre scompare la domanda decisiva: quale uomo vogliamo formare? La ricostruzione non può cominciare da un nuovo slogan, ma da un nuovo umanesimo.
Povero Ulisse. Dopo Troia, Polifemo, Circe, Calipso, le Sirene e vent’anni trascorsi tentando di tornare a Itaca, gli mancava soltanto di finire in un comizio della politica italiana. Tirato per la tunica a distanza di quasi tremila anni, arruolato senza possibilità di replica e trasformato, insieme a Enea, in testimonial del «patriarcato mediterraneo». Roberto Vannacci lo ha evocato a Orvieto come modello di un uomo che lascia la propria terra per difendere la patria e poi torna dalla famiglia, dentro un’idea di patriarcato che, nelle sue parole, non sarebbe «oppressione e possesso», ma «dovere, fedeltà, sacrificio».
Si potrebbe chiuderla con una battuta, ricordando semplicemente che l’Ulisse di Omero è un personaggio un po’ più complesso del marito irreprensibile convocato sul palco e che la cultura, quando la si frequenta davvero, ha il brutto vizio di non lasciarsi rinchiudere dentro uno slogan. Ma sarebbe troppo facile. Perché il problema non è Ulisse. E, a ben vedere, non è neppure Vannacci.
Il problema è una politica che ha smesso di studiare l’uomo e ha cominciato a usarlo.
A Pontida ne abbiamo avuto un’altra rappresentazione: alcune militanti del collettivo francese Némésis sono salite sul palco indossando il velo integrale per poi liberarsene al grido di «libertà». Una scena costruita per denunciare l’islamismo radicale, ma che finisce per raccontare perfettamente il nostro tempo.
Perché un problema esiste e sarebbe ipocrita negarlo. Esistono interpretazioni religiose, consuetudini e modelli sociali nei quali la dignità della donna, la sua libertà e la sua autodeterminazione devono essere difese senza esitazioni. Nessuna religione e nessuna tradizione possono giustificare la negazione dei diritti fondamentali della persona.
Ma proprio perché la questione è seria, scimmiottarla su un palco significa impoverirla. La dignità delle donne musulmane non si difende trasformando il burqa in un costume di scena. Non si costruisce integrazione mettendo in scena l’altro perché una platea possa gridargli contro. Si può contrastare con fermezza il fondamentalismo islamico e contemporaneamente rispettare i musulmani. Si possono difendere i valori della nostra civiltà senza umiliare quella degli altri.
L’alternativa al relativismo non è il disprezzo. È la cultura.
Anche le proposte annunciate da Giorgia Meloni sul limite agli studenti stranieri nelle classi e sul divieto di burqa e niqab nelle scuole pongono questioni reali: integrazione, conoscenza della lingua, libertà religiosa, diritti delle donne, regole comuni. Ma mentre discutiamo di quanti stranieri possano stare in un’aula, vorrei sapere quando torneremo a discutere con altrettanta passione di che cosa accade dentro quell’aula.
Quale scuola stiamo costruendo? Quali insegnanti stiamo formando? Quali strumenti culturali consegniamo ai nostri ragazzi? Come insegniamo a un giovane italiano e a uno straniero a vivere insieme, senza chiedere a nessuno di cancellare la propria storia e senza rinunciare ai valori fondamentali della nostra democrazia?

E dall’altra parte non va molto meglio. Il centrosinistra appare troppo spesso capace di riconoscersi più facilmente in ciò che vuole impedire alla destra che in ciò che intende costruire insieme. Veti, contrapposizioni, leadership concorrenti finiscono per occupare lo spazio nel quale dovrebbe esserci un progetto. Alla politica degli slogan, però, non si risponde con slogan di segno contrario. A una visione dell’uomo che si considera sbagliata bisogna avere la forza culturale di contrapporre un’altra visione dell’uomo.
Abbiamo trasformato il dibattito pubblico in una gigantesca macchina della reazione. Qualcuno pronuncia una frase, qualcun altro si indigna, i social moltiplicano, i talk show costruiscono la contesa della sera e il giorno successivo ricominciamo. Patriarcato, immigrazione, famiglia, identità, religione: questioni enormi ridotte allo spazio di un reel.
E mentre tutti parlano dell’uomo, l’uomo è scomparso.
Ma sarebbe troppo comodo dare tutta la colpa alla politica. Perché quella politica ha imparato molto bene a conoscerci.
Se gli slogan funzionano è perché qualcuno li ascolta. Se parlare alla pancia produce consenso è perché troppo spesso abbiamo smesso di pretendere che qualcuno parli anche alla nostra testa. Ci indigniamo quando una frase arriva dall’altra parte e troviamo mille giustificazioni quando arriva dalla nostra. Condividiamo prima di verificare. Giudichiamo una proposta dal simbolo stampato sopra prima ancora di leggerla.
Forse è questa la vittoria più pericolosa dell’ideologia: averci convinto che non sia più necessario pensare. Basta appartenere.
Ma un cittadino non è un tifoso e la democrazia non è uno stadio. Essere cittadini significa conservare la propria libertà persino nei confronti delle idee nelle quali crediamo, saper riconoscere una ragione nell’avversario e un errore nella propria parte.
La crisi della politica, allora, è anche una crisi del cittadino.
Per questo abbiamo bisogno di tornare alla formazione. Non soltanto quella di ministri, parlamentari e amministratori: la nostra. Tornare a leggere, studiare, discutere, ascoltare. Frequentare anche pensieri che non coincidono con i nostri. Recuperare il dubbio. Perché una democrazia culturalmente povera finirà inevitabilmente per produrre una politica culturalmente povera.
Ed è qui che torna una parola antica che abbiamo urgente bisogno di riscoprire: umanesimo.
Un nuovo umanesimo che rimetta al centro l’uomo nella sua integralità: libertà e responsabilità, identità e relazione, diritti e doveri. L’uomo concreto, non l’elettore da conquistare. La donna che reclama la propria libertà. Il ragazzo musulmano che entra in una scuola italiana e non può essere considerato preventivamente un problema. Il giovane italiano al quale dobbiamo insegnare che accogliere non significa rinunciare alla propria identità e avere un’identità non significa disprezzare quella degli altri.
Prima di domandarci chi debba governare l’Italia, dovremmo tornare a domandarci quale Italia vogliamo essere. E, ancora prima, quale uomo vogliamo formare.
Forse allora scopriremmo che il problema non è stabilire se Ulisse fosse conservatore, progressista o patriarcale. Il problema è che abbiamo smesso di leggere Omero e abbiamo cominciato a usare Ulisse per vincere una discussione.
Con uno slogan si può conquistare una platea. Con la paura si può raccogliere consenso. Con un nemico si può costruire un’appartenenza.
Ma una civiltà, quella no. Una civiltà comincia quando torniamo a essere uomini prima che elettori, cittadini prima che tifosi, persone prima che appartenenti.