Editoriali La risposta alle degenerazioni del politicamente corretto non può essere una nuova intolleranza di segno opposto.

Né woke né anti-woke. Prima viene l’uomo

Una battaglia nata per difendere dignità e diritti è diventata l’ennesimo terreno di scontro ideologico. Ancora una volta la Politica ha sbagliato strada: invece di comprendere ha diviso, invece di distinguere ha costruito due eserciti contrapposti.

Tra censura e discriminazione esiste una strada diversa: quella di un nuovo Umanesimo capace di difendere insieme libertà, rispetto e dignità della persona.

C’è stato un momento in cui essere woke significava semplicemente tenere gli occhi aperti. Accorgersi che accanto a noi qualcuno aveva meno diritti, meno possibilità, meno voce. Vedere il razzismo quando era più comodo non vederlo. Riconoscere una discriminazione anche quando non ci riguardava personalmente. Non voltarsi dall’altra parte.

Non mi sembra una cosa terribile.

Anzi. Se liberiamo quella parola da tutto ciò che le è stato costruito intorno negli ultimi anni, scopriamo qualcosa che appartiene profondamente alla migliore tradizione dell’Umanesimo: l’uomo che riconosce l’altro uomo e non accetta che la sua dignità possa dipendere dal colore della pelle, dal sesso, dall’origine, dalla condizione economica, dall’orientamento sessuale o da qualunque altra appartenenza.

Poi è arrivata la Politica. E, ancora una volta, ha sbagliato strada.

Ha preso questioni enormemente delicate, che avrebbero richiesto ascolto, studio, misura e perfino la disponibilità a cambiare idea, e le ha trasformate nell’ennesimo campo di battaglia. Da una parte i woke. Dall’altra gli anti-woke. Progressisti contro conservatori. Sinistra contro destra. Come se persino la dignità di una persona avesse bisogno di essere sistemata in uno scaffale ideologico.

Non è neppure un’impressione. Gli studi sulle cosiddette culture wars mostrano quanto parole come woke, anti-woke, cancel culture e free speech siano diventate categorie attraverso le quali viene raccontato uno scontro politico e culturale molto più complesso. Il problema è che sono categorie sempre più vaghe. Dentro woke, ormai, si mette quasi tutto: dalla lotta contro il razzismo alla discussione sui pronomi, dalla parità tra uomini e donne alla rimozione di una statua, dai diritti civili alla riscrittura di un libro.

Ed è proprio quando una parola significa tutto che rischia di non significare più nulla.

La storia, peraltro, racconta qualcosa di molto diverso. Stay woke nasce nella cultura afroamericana come invito a restare vigili davanti al razzismo e all’ingiustizia. Non nasce nelle università frequentate dai figli delle élite americane. Non nasce negli uffici marketing delle multinazionali. Nasce dall’esperienza di persone che avevano ottime ragioni per sapere che addormentarsi, anche soltanto metaforicamente, poteva essere pericoloso.

Poi quella sensibilità si è allargata. Ha cominciato a interrogare il modo in cui trattiamo le minoranze, il linguaggio che utilizziamo, i modelli culturali che tramandiamo, le discriminazioni meno visibili. E molte di quelle domande erano e restano necessarie.

Possiamo davvero sostenere che interrogarsi sul razzismo sia un problema? Che chiedere pari dignità tra uomo e donna sia una deriva ideologica? Che combattere l’omofobia significhi attentare alla civiltà occidentale? Che domandarsi se una parola possa ferire una persona rappresenti già una minaccia alla libertà?

Naturalmente no.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato fermarsi qui.

Perché qualcosa, lungo la strada, è accaduto anche dentro quella cultura.

La giusta attenzione verso chi è discriminato, in alcune sue manifestazioni, si è trasformata nella pretesa di stabilire preventivamente quali parole possano essere pronunciate. Il rispetto è diventato qualche volta sorveglianza linguistica. La contestazione di un’idea si è trasformata nella contestazione del diritto stesso di esprimerla. La necessità di rileggere criticamente la storia ha rischiato di diventare la pretesa assurda di processare il passato utilizzando esclusivamente le categorie morali del presente.

Ed è qui che una cultura nata per liberare rischia di contraddire se stessa.

Non posso difendere la dignità dell’uomo negandogli la libertà. Non posso chiedere inclusione costruendo nuovi esclusi. Non posso combattere l’intolleranza diventando intollerante verso chi non utilizza il mio stesso vocabolario. E soprattutto non posso ridurre una persona alla sua identità.

Questo, forse, è il punto che più dovrebbe interessarci.

L’Umanesimo ci aveva consegnato un’intuizione straordinaria: prima viene l’uomo.

Prima delle categorie. Prima delle appartenenze. Prima delle ideologie. Prima persino delle definizioni che ciascuno dà di sé.

L’uomo non è il colore della sua pelle. Non è il suo genere. Non è il suo orientamento sessuale. Non è la sua religione. Non è la sua nazionalità. Non è la sua condizione sociale. Tutte queste cose appartengono alla sua storia e meritano rispetto, ma nessuna di esse può esaurire il mistero irriducibile di una persona.

Una certa degenerazione identitaria rischia invece di compiere il percorso opposto: nel tentativo di liberare l’individuo dalle categorie che lo hanno discriminato, finisce per definirlo nuovamente attraverso quelle stesse categorie.

Ma è qui che entra in scena l’altro errore. Forse ancora più clamoroso.

La Politica ha scoperto che combattere il woke rende.

Rende elettoralmente, rende mediaticamente, rende sui social. Basta pronunciare alcune parole – gender, politicamente corretto, cancel culture, immigrazione, famiglia tradizionale – e immediatamente si costruiscono due eserciti. Non occorre più spiegare. Non occorre distinguere. Non occorre capire.

Occorre scegliere da che parte stare. Così woke è diventato un insulto.

Un’etichetta da appiccicare all’avversario per evitare la fatica di discuterne le ragioni. E questo passaggio è particolarmente interessante: studi recenti sulla trasformazione politica del linguaggio mostrano proprio come una parola nata nella comunità afroamericana per indicare consapevolezza dell’ingiustizia sia stata progressivamente trasformata in un termine peggiorativo con cui rappresentare l’avversario politico.

Il risultato è paradossale.

Da una parte abbiamo chi, nel nome dell’inclusione, qualche volta vorrebbe decidere quali parole possiamo utilizzare.

Dall’altra abbiamo chi, nel nome della libertà, vorrebbe decidere quali identità siano legittime, quali libri possano entrare in una scuola, quali storie possano essere raccontate.

Gli uni denunciano la censura degli altri.

E qualche volta la praticano entrambi.

Nel frattempo l’uomo scompare.

Scompare la ragazza discriminata perché lesbica. Scompare il ragazzo che non riesce a comprendere il proprio disagio. Scompare l’immigrato che subisce il razzismo. Scompare la donna che continua a guadagnare meno di un uomo. Ma scompare anche chi pone una domanda scomoda e viene immediatamente classificato come razzista, sessista, omofobo, fascista o reazionario senza che nessuno si prenda più la briga di ascoltare ciò che voleva realmente dire.

Restano le etichette.

Ed è esattamente ciò che sta accadendo alla Politica contemporanea su moltissimi altri temi.

Non discutiamo più dell’immigrazione: discutiamo di ciò che sull’immigrazione pensa la destra o la sinistra. Non discutiamo della sicurezza: discutiamo della narrazione della sicurezza. Non discutiamo del clima: discutiamo degli ambientalisti e dei negazionisti. Non discutiamo della famiglia, della scuola, della guerra, della povertà. Prima ancora di conoscere il problema vogliamo sapere quale partito ne sta parlando.

Poi scegliamo la nostra posizione.

È una politica che non cerca più la verità. Cerca conferme. E il woke è diventato soltanto uno degli ultimi territori conquistati da questa malattia.

Lo dimostra anche una fotografia recente della società americana. La nuova tipologia politica elaborata nel 2026 dal Pew Research Center divide gli americani in nove gruppi sulla base dei loro valori e mostra una realtà molto meno ordinata della rappresentazione rossi contro blu: gran parte delle persone possiede combinazioni di opinioni che non coincidono perfettamente né con il pacchetto progressista né con quello conservatore.

È normale. Perché gli uomini sono complicati.

Le ideologie, invece, hanno bisogno di semplificarli.

Ed è forse da questa banalissima constatazione che dovremmo ripartire.

Posso essere radicalmente contrario al razzismo e contemporaneamente pensare che cancellare un’opera del passato sia una sciocchezza. Posso difendere senza esitazione una persona omosessuale discriminata e continuare a interrogarmi liberamente sulle trasformazioni culturali della famiglia. Posso utilizzare volontariamente un linguaggio rispettoso senza desiderare una polizia delle parole. Posso credere nella parità assoluta tra uomo e donna senza essere obbligato ad accettare qualsiasi teoria venga presentata come conseguenza inevitabile di quella parità.

E posso persino ascoltare chi la pensa diversamente da me senza considerarlo un nemico.

Dovrebbe essere la normalità della democrazia. È diventato quasi rivoluzionario.

La vera alternativa alla cultura woke, allora, non può essere la cultura anti-woke.

Sarebbe soltanto sostituire un’ideologia con un’altra.

La risposta è tornare all’uomo!

A un Umanesimo abbastanza forte da difendere le minoranze senza costruire nuove ortodossie; abbastanza libero da combattere la discriminazione senza censurare il pensiero; abbastanza maturo da riconoscere che le parole hanno un peso senza immaginare che possa esistere un vocabolario imposto per decreto; abbastanza coraggioso da guardare gli errori della nostra storia senza avere bisogno di cancellarla.

Un Umanesimo che sappia dire a chi viene discriminato: io sono dalla tua parte.

E a chi non la pensa come noi: hai comunque diritto di parlare.

Le due cose non sono incompatibili. Sono la democrazia.

Forse il grande errore di questi anni è stato convincerci del contrario. Costringerci a scegliere tra sensibilità e libertà, tra diritti e tradizione, tra inclusione e identità, come se riconoscere una ragione all’altro significasse necessariamente sottrarla a noi stessi.

No.

Non abbiamo bisogno di essere più woke.

Non abbiamo bisogno di essere più anti-woke.

Abbiamo disperatamente bisogno di tornare ad essere più umani.

E questa volta sarebbe bene che la Politica, invece di mettersi alla testa dell’ennesimo esercito, provasse finalmente a seguirci.