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Ai bambini di Gaza il Nobel per la Pace. QuintaPagina aderisce: sarebbe un premio all’umanità

L’appello lanciato dal professor Luigi Mazzarella raccoglie centinaia di adesioni. QuintaPagina sceglie di esserci. Perché riconoscere nei bambini di Gaza il simbolo universale delle vittime innocenti significherebbe restituire alla parola pace il suo significato più profondo.

La proposta è di quelle che, appena le leggi, ti costringono a fermarti. Non tanto per chiederti se sia concretamente possibile, se risponda ai criteri di un premio internazionale o quali possibilità abbia di arrivare fino in fondo. Ti costringe a pensare a ciò che significa. Il professor Luigi Mazzarella propone di assegnare il Premio Nobel per la Pace ai bambini di Gaza. Centinaia di persone hanno già aderito al suo appello. QuintaPagina aderisce. Senza esitazioni. Con forza.

Aderisce perché, prima ancora di essere una proposta destinata agli organismi che attribuiscono un riconoscimento internazionale, è un gesto profondamente umano. Uno di quei gesti dei quali abbiamo bisogno proprio adesso, mentre rischiamo di abituarci all’inaccettabile e di trasformare persino la sofferenza dei bambini in materia di scontro politico.

Il Nobel ai bambini di Gaza non fermerebbe una guerra. Non restituirebbe la vita a chi l’ha perduta. Non ricostruirebbe una casa, una scuola, un ospedale. Non cancellerebbe la paura dagli occhi di chi ha imparato troppo presto a distinguere il rumore di un’esplosione.

Ma direbbe qualcosa al mondo. Direbbe che esiste un limite oltre il quale nessuna ragione militare, geopolitica, religiosa o nazionale può portarci senza perdere una parte della nostra umanità.

Quel limite sono i bambini.

Ed è per questo che la proposta di Mazzarella va molto oltre Gaza. Non si tratta di attribuire ai bambini una responsabilità politica che evidentemente non hanno. Né di trasformarli nell’ennesimo simbolo da utilizzare dentro lo scontro tra schieramenti contrapposti.

È esattamente il contrario. Significa sottrarli alla politica.

Un bambino non è israeliano prima di essere bambino. Non è palestinese prima di essere bambino. Non è cristiano, musulmano o ebreo prima di essere bambino. Non appartiene alla destra o alla sinistra, all’Occidente o all’Oriente. Non ha deciso confini, governi, strategie militari, attentati, occupazioni, rappresaglie.

Un bambino vuole vivere. E dovrebbe bastare.

Abbiamo invece costruito un tempo nel quale persino davanti alla morte di un bambino sentiamo il bisogno di aggiungere un “ma”. Condanniamo, ma. Ci indigniamo, ma. Piangiamo, ma. E dietro quel “ma” facciamo entrare la geopolitica, la storia, le responsabilità, gli schieramenti, le appartenenze.

Tutte questioni che esistono e che devono essere affrontate. Ma dopo. Prima viene la vita.

Ed è qui che questa proposta incontra profondamente il cammino che da tempo QuintaPagina sta cercando di costruire attorno all’idea di un Nuovo Umanesimo. Perché l’Umanesimo non può essere una formula buona per i convegni, una parola elegante da utilizzare negli editoriali o una costruzione intellettuale dentro la quale rifugiarsi. Deve diventare una scelta. E le scelte diventano vere proprio quando ci obbligano a uscire dalle appartenenze, dalle convenienze, persino dalle nostre certezze.

Rimettere l’uomo al centro significa anzitutto rimettere al centro chi non ha voce. E chi ha meno voce di un bambino travolto da una guerra decisa dagli adulti?

La fotografia pubblicata insieme all’appello dice forse più di tante analisi. Ci sono bambini dentro un paesaggio di macerie. È una delle immagini alle quali questi anni ci hanno tragicamente abituati.

Ed è proprio l’abitudine il pericolo più grande.

Il momento nel quale una casa distrutta diventa soltanto un’altra casa distrutta. Un morto un altro numero. Un bambino ucciso una statistica dentro un bollettino.

È allora che comincia la vera sconfitta.

Non quando smettiamo di conoscere ciò che accade, ma quando continuiamo a conoscerlo e non riusciamo più a sentirlo.

Per questo un Nobel ai bambini di Gaza avrebbe un significato che supera infinitamente il valore del premio. Sarebbe un grande atto simbolico attraverso il quale il mondo riconoscerebbe che le vittime innocenti non possono essere considerate un inevitabile effetto collaterale della storia.

Sarebbe un Nobel consegnato idealmente anche a tutti i bambini che oggi vivono sotto le bombe, dentro le guerre dimenticate, nei campi profughi, nelle periferie della fame. Ai bambini israeliani assassinati o rapiti il 7 ottobre. Ai bambini palestinesi uccisi nella devastazione successiva. Ai bambini dell’Ucraina. A quelli del Sudan e di ogni conflitto del quale abbiamo persino smesso di parlare.

Non per confondere storie e responsabilità, che restano diverse.

Ma per affermare un principio che deve essere identico ovunque: la vita di un bambino non può valere in maniera diversa a seconda della bandiera sotto la quale è nato.

Forse è proprio questo uno dei gesti di Umanesimo più radicali che possiamo compiere oggi. Togliere per un istante le bandiere. Guardare i volti. Perché il problema del nostro tempo non è soltanto trovare una soluzione alle guerre. È impedire che, mentre discutiamo delle guerre, perdiamo l’uomo.

Il professor Mazzarella ha lanciato una proposta. Centinaia di persone hanno già scelto di sostenerla. Noi aggiungiamo la nostra voce.

QuintaPagina aderisce all’appello per il conferimento del Premio Nobel per la Pace ai bambini di Gaza.

Lo fa sapendo perfettamente che un premio non basta. Che nessun riconoscimento internazionale potrà cancellare quello che è accaduto e quello che continua ad accadere. Ma i simboli hanno un peso. A volte riescono a dire ciò che la politica non sa più dire. A volte costringono una società a guardare dove preferirebbe voltarsi dall’altra parte.

E se il Nobel per la Pace deve ancora avere la capacità di parlare all’umanità intera, allora forse non esiste immagine più potente di questa: consegnarlo simbolicamente nelle mani di bambini che dalla pace non hanno ricevuto nulla e che della pace avrebbero avuto più diritto di chiunque altro.

Non sarebbe il Nobel a Gaza. Non sarebbe il Nobel a una parte contro l’altra. Sarebbe il Nobel all’infanzia violata. Alla vita che reclama di essere riconosciuta come valore assoluto. Alla speranza ostinata che, sotto le macerie costruite dagli adulti, possa esistere ancora un futuro.

Sarebbe, semplicemente, un Nobel all’Umanità.