La protesta degli autotrasportatori arriva anche a Isernia. Il Molise si ferma contro il caro gasolio
Dopo Campobasso, la mobilitazione coinvolge anche la provincia pentra. Difficoltà nella distribuzione delle merci e consegne sospese. La testimonianza di Gianni, imprenditore di Venafro: «Lavoriamo tutto il giorno per ritrovarci con cinquanta euro lordi».
Una comunicazione inviata alle filiali della distribuzione conferma le ripercussioni dei blocchi sulla logistica. Intanto cresce l'attesa per il tavolo di confronto del 20 ottobre: gli autotrasportatori chiedono interventi immediati sul prezzo del carburante e denunciano la scarsa attenzione dei grandi organi d'informazione.
La protesta degli autotrasportatori si estende anche alla provincia di Isernia. Dopo aver interessato già dai giorni scorsi il territorio di Campobasso, dove stanno avendo luogo grandi manifestazioni, la mobilitazione ha raggiunto questa mattina anche l’area Pentra, raccogliendo l’adesione di numerosi operatori del settore. Una protesta che sta attraversando il Centro-Sud e che vede affiancarsi agli autotrasportatori anche agricoltori e rappresentanti di altre categorie produttive, accomunati dalla crescente difficoltà di sostenere i costi delle rispettive attività.
A dare la misura delle ripercussioni economiche dei blocchi è anche una comunicazione interna, della quale QuintaPagina è entrata in possesso, inviata da una centrale di committenza ai Concessionari della distribuzione.
Il documento, che ha per oggetto «Situazione Sud Italia», segnala la presenza di blocchi stradali e autostradali legati alle manifestazioni degli autotrasportatori e degli agricoltori. La situazione, si legge, rende praticamente impossibile anche la sola uscita dei mezzi dai magazzini dell’ultimo miglio e dagli hub logistici.
La comunicazione dispone pertanto la sospensione della bollettazione per le regioni del Sud, invitando le filiali a non assumere nuovi impegni di consegna. Un’indicazione motivata sia dall’impossibilità di espletare regolarmente il servizio sia dalla necessità di evitare un ulteriore accumulo di merci, considerando che, alla ripresa delle attività, sarà necessario gestire giacenze già importanti.
È un elemento che permette di comprendere quanto la protesta stia incidendo sulla filiera distributiva. Il fermo dei trasporti non riguarda soltanto chi conduce un camion: coinvolge magazzini, imprese, commercianti e destinatari finali delle merci.

Ma quali sono le ragioni che hanno portato tanti autotrasportatori a fermarsi? Per comprenderle abbiamo raccolto la testimonianza di Gianni, titolare di un’impresa di autotrasporti a Venafro, che sta aderendo alla mobilitazione. La sua è la voce di chi ogni giorno deve confrontarsi con il costo del carburante, le spese di manutenzione, gli stipendi dei dipendenti e tariffe di trasporto che, denuncia, non vengono adeguate agli aumenti sostenuti dalle imprese.
Le cronache locali di questa mattina confermano presìdi lungo la Statale 85, in particolare a Roccaravindola, mentre nel Campobassano prosegue la mobilitazione di camionisti e agricoltori. Si registrano ripercussioni anche sulle attività produttive: il pastificio La Molisana, secondo quanto riportato da notizie ANSA, ha dovuto ridurre sensibilmente la produzione, ricorrendo alle scorte di materie prime disponibili in magazzino.
Gianni, partiamo dalle ragioni della sua adesione alla protesta. Qual è oggi la difficoltà maggiore per chi lavora nell’autotrasporto?
«Il problema principale è il costo esorbitante del gasolio, che sta trascinando verso l’alto anche tutte le altre spese necessarie alla nostra attività: pneumatici, ricambi, manutenzione e gestione dei mezzi. Siamo passati da un prezzo del carburante che si aggirava intorno a 1,55-1,60 euro al litro a cifre che oggi arrivano almeno a 2,25-2,30 euro. Il problema è che molte aziende committenti non ci riconoscono questi aumenti, continuando a pagarci tariffe che non tengono conto dei costi effettivi. Il risultato è che il nostro margine di guadagno si sta assottigliando sempre di più. In alcuni viaggi, a fronte di un incasso di mille euro, rischiamo di spenderne 800 o 900 soltanto per il gasolio. È evidente che in queste condizioni lavorare diventa quasi impossibile».
Ci aiuta a comprendere, attraverso un esempio concreto, quanto costa oggi tenere un camion su strada e quale guadagno rimane effettivamente a un’impresa?
«Facciamo quelli che io chiamo i conti della serva, perché credo siano il modo migliore per spiegare la nostra situazione. Prendiamo un viaggio locale, dalla provincia di Isernia verso la Campania, su una tratta di circa cento chilometri. Per il carburante possiamo arrivare a spendere quasi 150 euro per il viaggio di andata, considerando poi che spesso siamo costretti a tornare vuoti. Aggiungiamo circa 18-20 euro di autostrada, tra andata e ritorno, e il costo dell’autista, che tra retribuzione, contributi e tutti gli altri oneri si aggira intorno ai 135 euro al giorno. Poi dobbiamo considerare almeno altri cinquanta euro quotidiani per ammortamento del mezzo, pneumatici, olio, assicurazione e manutenzione.
Già con il solo compenso riconosciuto per il viaggio di andata siamo in perdita. Siamo quindi costretti a cercare un carico anche per il ritorno, nella speranza di riuscire a coprire le spese e ricavare qualcosa. Alla fine di una giornata di lavoro, quando va bene, possono rimanere cinquanta, settanta euro lordi. E su quei soldi dobbiamo ancora pagare le tasse. Questo vale per un’impresa che ha un autista dipendente, ma anche il cosiddetto padroncino, cioè chi guida personalmente il proprio camion, deve riuscire a portare a casa uno stipendio. Non possiamo lavorare un’intera giornata per scoprire che, fatti tutti i conti, non è rimasto praticamente nulla».

Quali sono le richieste che state rivolgendo al Governo e quali interventi ritenete indispensabili per consentire alle vostre imprese di continuare a lavorare?
«La prima richiesta è l’abbassamento del costo del gasolio. Per la nostra attività è la voce di spesa principale e oggi, secondo i nostri conti, può arrivare a incidere per il 50-60% sui costi. Chiediamo al Governo, alle istituzioni e al ministro dei Trasporti di intervenire concretamente, perché senza una riduzione del prezzo del carburante non riusciamo più a respirare.
Il gasolio, inoltre, non incide soltanto sul nostro lavoro. Se aumenta il costo dei trasporti, aumentano inevitabilmente anche i costi lungo tutta la filiera. È un problema che riguarda l’intera economia e che, alla fine, ricade anche sui consumatori. Noi chiediamo semplicemente di essere messi nelle condizioni di lavorare, sostenere le nostre aziende e garantire uno stipendio dignitoso a chi lavora con noi».
La protesta sta interessando diverse regioni del Centro-Sud e vede la partecipazione anche di agricoltori e altre categorie. Ritiene che i grandi organi d’informazione stiano raccontando adeguatamente quanto sta accadendo?
«Devo dire che sono molto deluso, e anche arrabbiato, per il modo in cui la nostra protesta viene trattata dai grandi mezzi d’informazione. Nei principali telegiornali e sulle grandi testate nazionali se ne parla pochissimo, quando non viene praticamente ignorata. Eppure non stiamo parlando soltanto degli autotrasportatori. Accanto a noi ci sono gli agricoltori, il settore della pesca e tante persone comuni che non riescono più ad arrivare alla fine del mese.
Pensiamo anche a un normale lavoratore dipendente: se prima spendeva cento euro di carburante per andare al lavoro, oggi rischia di spenderne duecento. A questo si aggiunge l’aumento generale del costo della vita.
Sto vedendo invece che alcune piccole testate giornalistiche0 come la Vostra, televisioni locali e realtà indipendenti stanno seguendo la nostra mobilitazione, dandoci spazio e permettendoci di spiegare le nostre ragioni. È una cosa importante, perché tante persone non sanno neppure quello che sta accadendo. Le grandi televisioni parlano di tante altre notizie, certamente importanti, ma credo che anche la nostra protesta meriti attenzione. Qui ci sono persone che stanno lottando per poter continuare a lavorare».
Per il 20 ottobre è atteso un primo confronto con le istituzioni. Quale risposta concreta vi aspettate e che cosa dovrebbe accadere per convincervi che le vostre richieste sono state realmente ascoltate?
«Ci aspettiamo una risposta tangibile, non soltanto parole o promesse. La priorità rimane una riduzione significativa del costo del gasolio e, più in generale, un intervento sul caro vita. Se riuscissimo a riportare il prezzo del carburante da livelli che arrivano anche a 2,40 euro a una cifra intorno a 1,40 euro al litro, per noi cambierebbe moltissimo.
Per fare un esempio, un camion di nuova generazione può percorrere mediamente tre chilometri e mezzo con un litro di gasolio. Risparmiare un euro al litro, moltiplicato per tutte le percorrenze che affrontiamo quotidianamente, significherebbe recuperare una parte importante dei nostri margini e riuscire finalmente a sostenere le spese.
Noi non chiediamo privilegi. Chiediamo di poter lavorare e, alla fine della giornata, portare a casa qualcosa per le nostre famiglie. Oggi stiamo rischiando di non riuscirci più. Per questo siamo scesi in strada e per questo aspettiamo risposte concrete».
La testimonianza di Gianni permette di leggere la mobilitazione da una prospettiva che difficilmente emerge osservando soltanto le immagini dei camion fermi lungo le strade. Dietro ogni mezzo c’è un’attività economica, spesso di dimensioni familiari, che deve sostenere investimenti importanti, garantire la sicurezza dei propri dipendenti e confrontarsi con un mercato nel quale non sempre è possibile trasferire gli aumenti dei costi sulle tariffe applicate ai clienti.
Il prossimo passaggio sarà quello istituzionale. Per martedì 20 ottobre è atteso un confronto con i rappresentanti degli autotrasportatori, considerato decisivo dai manifestanti per individuare una possibile via d’uscita dalla crisi. Resta naturalmente necessario garantire che le manifestazioni si svolgano nel rispetto della sicurezza e dei diritti degli altri cittadini, evitando che le conseguenze dei blocchi aggravino ulteriormente le difficoltà di famiglie e imprese.
Ma sarebbe un errore limitare il racconto di queste giornate ai disagi della circolazione, agli scaffali che iniziano a svuotarsi o alle consegne che non possono essere effettuate. Sono conseguenze importanti, che devono essere documentate, ma occorre anche spiegare perché tanti lavoratori abbiano deciso di fermare i propri mezzi, rinunciando per primi agli incassi delle giornate di lavoro.
Il Molise, con la sua rete di piccole imprese, la sua economia agricola e le difficoltà infrastrutturali che da anni ne condizionano lo sviluppo, conosce bene il peso dei costi di trasporto. Per questo quanto sta accadendo a Isernia, Campobasso e negli altri territori della regione merita un’attenzione che vada oltre la cronaca dell’emergenza.
La domanda che Gianni e gli altri autotrasportatori pongono alle istituzioni è, in fondo, molto semplice: come può sopravvivere un’impresa quando lavorare costa ormai quasi quanto, e talvolta più, di ciò che riesce a incassare?
È da questa domanda che dovrebbe partire il confronto del 20 ottobre. Ed è su questa domanda che anche il giornalismo ha il dovere di continuare a interrogare chi governa.