Autonomia differenziata, la domanda del Sud resta senza risposta
Prima di trasferire altre competenze alle Regioni, occorre chiarire come saranno affrontate le disuguaglianze nei servizi e nelle opportunità di lavoro. Alle opposizioni spetta un impegno che duri anche dopo le elezioni.
Quale vantaggio dovrebbe ricavare il Mezzogiorno dall’autonomia differenziata? È la domanda alla quale il governo è chiamato a rispondere, entrando nel merito delle condizioni di vita di chi abita nei territori dove l’accesso ai servizi essenziali è più difficile. Per chi aspetta una visita, accompagna un familiare a curarsi lontano da casa o cerca un lavoro che consenta di restare nella propria terra, il valore di una riforma si misura sulle risposte che può offrire a questi problemi.
Il confronto sulle competenze regionali assume significato a partire da qui. Quali prestazioni saranno garantite? Con quali risorse? Entro quali tempi? Una maggiore autonomia richiede una spiegazione pubblica dei suoi effetti, soprattutto per le realtà che dispongono di servizi più fragili. Richiamare l’efficienza amministrativa non basta: occorre chiarire attraverso quali scelte dovrebbe tradursi in una visita ottenuta prima, in un collegamento affidabile, in una scuola capace di rispondere ai bisogni degli studenti.
La questione meridionale entra così nel cuore della discussione. Prima di procedere al trasferimento di altre competenze, andrebbe affrontata la distanza che già separa i territori nell’esercizio dei diritti. La possibilità di curarsi, studiare e lavorare riguarda la credibilità dello Stato e la sua capacità di garantire condizioni di vita dignitose in tutto il Paese. È su questa capacità che anche il progetto autonomista deve essere valutato.
Nella sanità, le conseguenze delle disuguaglianze ricadono direttamente sulle famiglie. Quando una cura richiede uno spostamento, alla preoccupazione per la malattia si aggiungono il viaggio, l’alloggio, i giorni di assenza dal lavoro e l’organizzazione dell’assistenza. Per chi dispone di un reddito modesto, ogni passaggio può diventare un ostacolo. Il dibattito istituzionale dovrebbe partire anche da questo carico di spese e difficoltà, spesso affidato alla capacità delle persone di arrangiarsi.
Lo stesso criterio vale per i trasporti e per la scuola. Un collegamento insufficiente limita la possibilità di raggiungere un posto di lavoro, frequentare un corso, accedere a un servizio. Una scuola priva delle risorse necessarie fatica a compensare le difficoltà sociali del territorio in cui opera. Sono condizioni che si sommano e restringono le opportunità, soprattutto per chi ha meno mezzi.
Affrontarle significa anche discutere seriamente del diritto a restare. La partenza dei giovani viene spesso richiamata nel discorso pubblico sul Mezzogiorno, ma il richiamo rischia di esaurirsi nella preoccupazione se non è seguito da scelte coerenti. Restare richiede lavoro dignitoso, servizi accessibili e una prospettiva sufficientemente stabile sulla quale costruire un progetto di vita. Senza queste condizioni, l’invito a investire sul proprio territorio finisce per scaricare sui singoli una responsabilità che appartiene anche alla politica.
Le responsabilità delle amministrazioni meridionali restano, naturalmente, parte del problema. Sprechi, inefficienze e scelte sbagliate devono essere individuati e contrastati. Proprio per questo servono responsabilità riconoscibili e strumenti di controllo efficaci. Il cittadino, però, non può essere lasciato in attesa mentre i diversi livelli istituzionali si attribuiscono a vicenda le colpe di un servizio che manca. Accertare chi ha sbagliato e garantire una prestazione sono doveri che devono procedere insieme.
È su questo terreno che il governo dovrebbe chiarire la propria proposta. Occorre spiegare come il trasferimento delle competenze si concili con la riduzione dei divari, quali garanzie siano previste per i territori più deboli e come se ne possa verificare l’efficacia. Il consenso a una riforma di questa portata richiede risposte comprensibili e impegni sui quali sia possibile chiedere conto.
La presa di posizione delle opposizioni contro l’autonomia differenziata va quindi accompagnata da una proposta altrettanto concreta. Fermare il progetto deve tradursi in una politica per la sanità, i trasporti, l’istruzione e il lavoro. Con priorità definite, risorse e tempi dichiarati. Soprattutto, con una continuità che superi la scadenza elettorale.
Anche su questo il Mezzogiorno ha diritto a chiedere chiarezza. La denuncia delle disuguaglianze impegna chi la pronuncia: chi oggi ne fa una ragione di opposizione dovrà affrontarle con la stessa determinazione se sarà chiamato a governare. La coerenza si misurerà nelle decisioni di spesa, nella qualità dei servizi e nella capacità di dare seguito agli impegni assunti.
Il rischio, altrimenti, è che il Sud torni a essere centrale soltanto nella ricerca del consenso, per diventare una voce da rinviare quando si definiscono le priorità. È una distanza tra parole e decisioni che alimenta sfiducia e rende meno credibile ogni nuova promessa.
La domanda iniziale resta dunque il punto politico da sciogliere: che cosa dovrebbe guadagnarci il Mezzogiorno dall’autonomia differenziata? La risposta dovrà riguardare la vita delle persone. È lì che una riforma dimostra la propria utilità ed è lì che il governo, come le opposizioni, sarà chiamato a rispondere delle proprie scelte.