Ass. don Milani Il rinnovato progetto culturale dell’Associazione “don Milani”

Dalla Settimana del Libro al Festival delle parole e delle idee

Un percorso itinerante di incontri durante tutto l’anno, con i libri, le idee e il mondo giovanile al centro. Data zero a metà novembre con la presentazione dell’ultimo numero di Scialla.

L’Associazione Culturale “don Milani” amplia la propria proposta e si apre a nuove collaborazioni e territori. Nell’intervista di Sofia Aster, il presidente Paolo Scarabeo racconta le ragioni del cambiamento e il ruolo dei giovani nella costruzione del progetto.

La Settimana del Libro diventa Festival delle parole e delle idee. L’Associazione Culturale “don Milani” prepara un percorso di appuntamenti distribuiti durante tutto l’anno, con una dimensione itinerante e la disponibilità a costruire collaborazioni in luoghi diversi. I libri continueranno ad avere un ruolo centrale, dentro una proposta che accoglierà altri linguaggi e occasioni di confronto, con particolare attenzione al mondo giovanile. La data zero è prevista a metà novembre: la presentazione dell’ultimo numero di Scialla sarà anche l’occasione per illustrare il rinnovato progetto culturale. Ne parliamo con Paolo Scarabeo, presidente dell’associazione.

Presidente, che cosa vi ha portato a far evolvere la Settimana del Libro in un festival che accompagnerà tutto l’anno?

La Settimana del Libro ci ha dato molto, soprattutto sul piano delle relazioni. Intorno agli incontri sono nate conoscenze, si sono avviate conversazioni, abbiamo visto persone tornare e ragazzi lasciarsi coinvolgere. A un certo punto abbiamo sentito il bisogno di dare maggiore continuità a tutto questo. Concentrare le proposte in alcuni giorni aveva una sua forza, ma ci lasciava anche il desiderio di ritrovarci, di approfondire una questione emersa, di accogliere uno stimolo senza dover aspettare l’edizione successiva. Il Festival nasce da questa esigenza e dalla maturazione dell’Associazione. Vorremmo che le attività culturali diventassero una presenza più abituale nella vita delle persone che riusciamo a raggiungere.

La parola “festival” fa pensare a un evento concentrato in pochi giorni. Come sarà il vostro?

Avrà un calendario distribuito nell’arco dell’anno, con appuntamenti diversi per temi e modalità. Questo ci permetterà di dedicare a ogni proposta il tempo necessario, anche nella preparazione e nel coinvolgimento delle persone. Mi interessa molto ciò che può accadere tra un incontro e l’altro: un libro che continua a circolare, una discussione che riprende, un ragazzo che propone un argomento perché qualcosa lo ha colpito. Vorremmo poter raccogliere queste sollecitazioni e farle diventare parte del programma. La continuità richiede proprio questo lavoro di ascolto, oltre alla capacità di organizzare gli appuntamenti.

I libri rimarranno protagonisti, ma il nome apre anche alle idee. Che cosa significa concretamente?

Il libro resterà centrale perché appartiene alla nostra storia e perché conserva una capacità straordinaria di metterci in relazione con esperienze diverse dalle nostre. Leggere ci chiede tempo, attenzione, disponibilità a seguire un pensiero. Il Festival ci consentirà di affiancare alle presentazioni altre forme di espressione e di conoscenza: il dialogo con chi vive un’esperienza significativa, i linguaggi artistici, il teatro, il cinema, le questioni che arrivano dalla scuola e dalla vita quotidiana. Penso alle tante domande che i ragazzi si fanno sul proprio futuro, sulle relazioni, sul mondo che stanno imparando ad abitare. Vorremmo offrire occasioni nelle quali affrontarle con persone capaci di portare un contributo, lasciando spazio alla discussione.

Hai indicato il mondo giovanile come il riferimento principale del progetto. Da dove nasce questa scelta?

Dalle persone con cui stiamo facendo questo cammino. Nella nostra associazione ci sono giovani cresciuti insieme al progetto, che oggi assumono responsabilità e contribuiscono alle decisioni. La loro presenza incide sul modo di lavorare, sulle domande che ci poniamo, sugli argomenti che scegliamo. Poi c’è la mia esperienza quotidiana nella scuola, che mi ricorda quanto sia facile parlare dei ragazzi e quanto sia più impegnativo ascoltarli davvero. Vorrei che il Festival desse loro occasioni concrete per esprimersi, proporre, organizzare e confrontarsi anche con persone di altre generazioni. Questo comporta, per noi adulti, la disponibilità a lasciare che il progetto prenda anche direzioni che non avevamo previsto.

Un momento di vita dell'Associazione

Lasciare spazio ai giovani significa anche accettare che mettano in discussione le vostre idee?

Certamente, altrimenti la partecipazione sarebbe molto limitata. Se chiediamo ai ragazzi di assumersi una responsabilità, dobbiamo riconoscere valore al loro giudizio anche quando ci mette in difficoltà. Naturalmente il confronto richiede argomentazioni, rispetto e disponibilità reciproca a cambiare opinione. Vale per loro e vale per noi. Mi preoccupa quando gli adulti chiedono ai giovani di prendere la parola e poi si infastidiscono perché quella parola non coincide con ciò che volevano sentirsi dire. Nell’Associazione vorrei che ci fosse la libertà di discutere e il tempo per arrivare a scelte condivise. Anche la possibilità di sbagliare fa parte della fiducia che dobbiamo saperci accordare.

La data zero, a metà novembre, sarà legata alla presentazione dell’ultimo numero di Scialla. Perché partire dalla rivista?

Perché Scialla rende visibile una parte importante di ciò che vogliamo costruire. La rivista offre uno spazio nel quale le sensibilità giovanili possono trovare espressione attraverso la scrittura e il confronto sui temi che le riguardano. Preparare un contributo significa scegliere che cosa dire, cercare le parole, rileggersi, assumersi la responsabilità del proprio punto di vista. Presentare l’ultimo numero insieme al rinnovato progetto culturale ci sembra quindi un passaggio naturale. A metà novembre racconteremo il percorso che intendiamo avviare, partendo da un lavoro che già esprime il coinvolgimento dei giovani e la nostra attenzione alle loro esperienze.

Che rapporto immagini tra Scialla e il Festival?

Mi piacerebbe che si alimentassero a vicenda. Un tema affrontato nella rivista potrebbe diventare un incontro, mentre una conversazione nata durante un appuntamento potrebbe trovare spazio in un numero successivo. Avremmo così la possibilità di tornare sulle questioni, raccogliere altre voci e approfondire ciò che merita più attenzione. È importante anche per chi scrive: sapere che il proprio contributo può generare un confronto aiuta a percepire il valore pubblico delle parole. La rivista e il Festival ci offrono tempi e strumenti diversi per lavorare sulle stesse domande, coinvolgendo anche persone che possono avvicinarsi all’Associazione attraverso interessi differenti.

Il Festival avrà anche una dimensione itinerante. Come immaginate di svilupparla?

L’Associazione ha le sue radici a Cerro al Volturno, ma questa proposta nasce con il desiderio di muoversi, incontrare altre comunità e costruire collaborazioni. Saremo itineranti, aperti alle possibilità che si presenteranno e alle persone che vorranno condividere il progetto. Ci interessa portare gli incontri in luoghi diversi, conoscendo le realtà che ci ospiteranno e costruendo insieme a loro le singole proposte. Ogni territorio ha esperienze, sensibilità e domande che meritano ascolto e possono contribuire al Festival. Anche per i nostri giovani sarà un’occasione per conoscere persone, confrontarsi con altri modi di lavorare e far crescere le proprie idee.

Come si costruisce una proposta capace di interessare i giovani senza inseguire a tutti i costi ciò che è di moda?

Cominciando dal conoscerli, senza considerarli un pubblico uniforme. I ragazzi hanno interessi, sensibilità e percorsi molto diversi. Alcuni leggono molto, altri arrivano a un tema attraverso la musica, un film, un’esperienza personale. Bisogna trovare dei punti di incontro e avere il coraggio di proporre anche qualcosa che non conoscono. Da insegnante vedo che possono affrontare questioni complesse quando ne comprendono il rapporto con la propria vita e avvertono che il confronto è autentico. Il loro coinvolgimento nella progettazione ci aiuterà a scegliere con maggiore consapevolezza e a capire quando una proposta ha bisogno di essere ripensata. Dobbiamo anche essere disposti a domandarci perché un incontro non abbia suscitato l’interesse che ci aspettavamo.

Che cosa rimane, in questo cambiamento, dell’identità dell’Associazione “don Milani”?

Tutto. Rimangono le ragioni per cui è nata, le persone che l’hanno fatta crescere, l’attenzione ai giovani e la convinzione che attraverso la cultura si possa contribuire alla vita della comunità. Il Festival è una scelta che nasce proprio da questa identità e dal lavoro compiuto negli anni. Abbiamo maturato esperienze, costruito rapporti, imparato anche dai nostri errori; adesso sentiamo di poter dare maggiore continuità alle attività e di poterle portare in luoghi diversi. Lo facciamo come Associazione Culturale “don Milani”, con la nostra storia e con il contributo di chi vorrà partecipare.