Il partito prima della verità
Ci siamo abituati a una delle peggiori deformazioni della vita pubblica. Talmente abituati da non accorgercene quasi più. Succede un fatto. Qualunque fatto. Un incendio devasta un bosco. Un ragazzo viene accoltellato. Una donna muore sul lavoro. Si scopre un sistema di caporalato. Arriva un'ondata di caldo. Una tragedia in mare. Un femminicidio. Un attentato. Una crisi economica. Non passano nemmeno pochi minuti e la domanda non è più: che cosa è successo? La domanda diventa un'altra. A chi conviene? Chi può usarlo contro l'avversario? È una notizia che favorisce la destra o la sinistra? È impressionante osservare il dibattito pubblico. Le immagini delle prime pagine dei giornali, messe una accanto all'altra, raccontano meglio di qualsiasi analisi quello che siamo diventati. Lo stesso giorno, gli stessi fatti, lo stesso Paese. Ma non esiste più un problema da comprendere. Esistono solo armi da impugnare contro il nemico politico. Così il clima non è più il clima. L'immigrazione non è più l'immigrazione. La sicurezza non è più la sicurezza. Il lavoro non è più il lavoro. Il caporalato non è più la schiavitù moderna. Le morti sul lavoro non sono più vite spezzate. Perfino una pandemia, che avrebbe dovuto insegnarci quanto fragile sia la condizione umana, continua a essere ridotta a un regolamento di conti infinito. La realtà sparisce. Rimane soltanto la propaganda. E il dramma è che questo meccanismo non riguarda soltanto la politica. Coinvolge una parte dell'informazione. Molti giornali non cercano più di aiutare il lettore a capire. Cercano di confermare ciò che il loro pubblico pensa già. Le televisioni organizzano dibattiti come fossero incontri di pugilato: due tifoserie, un arbitro distratto, molto rumore e pochissima verità. Persino il giornalista, che dovrebbe custodire la complessità, finisce spesso per diventare il portavoce di una curva. Non importa se il tema è serio. Non importa se riguarda la vita delle persone. L'importante è vincere la puntata. L'importante è mettere in difficoltà qualcuno. L'importante è ottenere il titolo del giorno. Così il Paese si divide continuamente in fazioni incapaci persino di riconoscere un'evidenza comune. Se un provvedimento è buono, non lo è più se arriva dall'altra parte. Se un problema esiste, improvvisamente smette di esistere quando mette in imbarazzo il proprio schieramento. Se una tragedia colpisce, prima ancora di piangere le vittime si contano i vantaggi elettorali. È una deriva che umilia la politica e tradisce il giornalismo. Perché la politica dovrebbe cercare il bene comune, non il consenso permanente. E il giornalismo dovrebbe inseguire la verità, non la convenienza. Abbiamo bisogno di uscire da questa logica infantile del "noi contro loro". Abbiamo bisogno di tornare a discutere dei problemi prima che delle bandiere. Perché il caporalato resta una vergogna anche se a denunciarlo è un avversario politico. L'immigrazione resta una questione complessa qualunque sia il governo. La sicurezza riguarda tutti. Il lavoro riguarda tutti. La povertà riguarda tutti. La dignità umana non è di destra, non è di sinistra e non dovrebbe mai essere sequestrata da nessun partito. Forse il segno più evidente della crisi della nostra democrazia non è la violenza del linguaggio. È qualcosa di ancora più profondo: abbiamo sostituito la ricerca della verità con la ricerca dell'utilità politica. Ed è da qui che nasce l'impoverimento del dibattito pubblico. Quando ogni fatto viene piegato a dimostrare che "i nostri avevano ragione", la realtà smette di insegnare qualcosa. Diventa soltanto un'arma. Una democrazia, però, non può vivere di armi retoriche. Può vivere soltanto di cittadini capaci di guardare i fatti prima delle bandiere. Ed è forse questa, oggi, la più grande forma di resistenza culturale. In un tempo che ci chiede continuamente di scegliere una tifoseria, il gesto più rivoluzionario è continuare a scegliere la verità.
Ci siamo abituati a una delle peggiori deformazioni della vita pubblica. Talmente abituati da non accorgercene quasi più. Succede un fatto. Qualunque fatto. Un incendio devasta un bosco. Un ragazzo viene accoltellato. Una donna muore sul lavoro. Si scopre un sistema di caporalato. Arriva un’ondata di caldo. Una tragedia in mare. Un femminicidio. Un attentato. Una crisi economica. Non passano nemmeno pochi minuti e la domanda non è più: che cosa è successo?
La domanda diventa un’altra. A chi conviene? Chi può usarlo contro l’avversario? È una notizia che favorisce la destra o la sinistra?
È impressionante osservare il dibattito pubblico. Le immagini delle prime pagine dei giornali, messe una accanto all’altra, raccontano meglio di qualsiasi analisi quello che siamo diventati. Lo stesso giorno, gli stessi fatti, lo stesso Paese. Ma non esiste più un problema da comprendere. Esistono solo armi da impugnare contro il nemico politico.
Così il clima non è più il clima. L’immigrazione non è più l’immigrazione. La sicurezza non è più la sicurezza. Il lavoro non è più il lavoro. Il caporalato non è più la schiavitù moderna. Le morti sul lavoro non sono più vite spezzate. Perfino una pandemia, che avrebbe dovuto insegnarci quanto fragile sia la condizione umana, continua a essere ridotta a un regolamento di conti infinito.
La realtà sparisce. Rimane soltanto la propaganda. E ognuno se la canta come meglio gli conviene.
E il dramma è che questo meccanismo non riguarda soltanto la politica. Coinvolge una parte dell’informazione.
Molti giornali non cercano più di aiutare il lettore a capire. Cercano di confermare ciò che il loro pubblico pensa già. Le televisioni organizzano dibattiti come fossero incontri di pugilato: due tifoserie, un arbitro distratto, molto rumore e pochissima verità.
Persino il giornalista, che dovrebbe custodire la complessità, finisce spesso per diventare il portavoce di una curva. Non importa se il tema è serio. Non importa se riguarda la vita delle persone. L’importante è vincere la puntata. L’importante è mettere in difficoltà qualcuno. L’importante è ottenere il titolo del giorno.
Così il Paese si divide continuamente in fazioni incapaci persino di riconoscere un’evidenza comune. Se un provvedimento è buono, non lo è più se arriva dall’altra parte. Se un problema esiste, improvvisamente smette di esistere quando mette in imbarazzo il proprio schieramento. Se una tragedia colpisce, prima ancora di piangere le vittime si contano i vantaggi elettorali.
È una deriva che umilia la politica e tradisce il giornalismo. Perché la politica dovrebbe cercare il bene comune, non il consenso permanente. E il giornalismo dovrebbe inseguire la verità, non la convenienza. Abbiamo bisogno di uscire da questa logica infantile del “noi contro loro”. Abbiamo bisogno di tornare a discutere dei problemi prima che delle bandiere.
Perché il caporalato resta una vergogna anche se a denunciarlo è un avversario politico. L’immigrazione resta una questione complessa qualunque sia il governo. La sicurezza riguarda tutti. Il lavoro riguarda tutti. La povertà riguarda tutti.
La dignità umana non è di destra, non è di sinistra e non dovrebbe mai essere sequestrata da nessun partito.
Forse il segno più evidente della crisi della nostra democrazia non è la violenza del linguaggio. È qualcosa di ancora più profondo: abbiamo sostituito la ricerca della verità con la ricerca dell’utilità politica. Ed è da qui che nasce l’impoverimento del dibattito pubblico. Quando ogni fatto viene piegato a dimostrare che “i nostri avevano ragione”, la realtà smette di insegnare qualcosa. Diventa soltanto un’arma.
Una democrazia, però, non può vivere di armi retoriche. Può vivere soltanto di cittadini capaci di guardare i fatti prima delle bandiere. Ed è forse questa, oggi, la più grande forma di resistenza culturale. In un tempo che ci chiede continuamente di scegliere una tifoseria, il gesto più rivoluzionario è continuare a scegliere la verità.