Attualità

Non chiamatela emergenza

Dopo il primo viaggio dentro il caporalato, torniamo nei campi. Questa volta nella Piana di Sibari, dove quattro braccianti sono morti bruciati vivi e migliaia di uomini continuano a vivere ai margini della legalità. Perché quando lo sfruttamento dura da anni non è più un’emergenza: è un sistema. E quel sistema interroga tutti noi.

Quattro uomini bruciati vivi. Potremmo cominciare e finire qui, perché ci sono fatti davanti ai quali le parole rischiano persino di diventare un modo per prendere le distanze. Raccontiamo, analizziamo, cerchiamo cause, responsabilità, contesti e intanto allontaniamo da noi l’immagine insopportabile di quattro esseri umani chiusi dentro un minivan in fiamme.

È accaduto il primo giugno ad Amendolara, nel Cosentino, sulla Statale 106. Erano braccianti agricoli, lavoravano nei campi. Quattro sono morti, un altro è riuscito a salvarsi sfondando un finestrino. Le immagini della videosorveglianza hanno documentato una scena terribile: mentre il mezzo prendeva fuoco, dall’esterno qualcuno impediva a chi era dentro di uscire. Due uomini sono stati fermati con l’accusa di omicidio plurimo aggravato. Sarà naturalmente la magistratura ad accertare definitivamente responsabilità, movente e contesto. Ma alcune circostanze emerse meritano già oggi di essere guardate negli occhi.

Il sopravvissuto ha raccontato che da tempo chiedevano di essere pagati. Ricevevano cibo e un posto dove stare, ma non il salario. Un altro lavoratore ha riferito che chiedevano un contratto e che non venivano pagati da aprile. Dagli atti è emerso anche il conflitto sulle condizioni abitative: dieci persone in una stanza.

Fermiamoci su questo, perché non stiamo parlando di qualche secolo fa, né raccontando una piantagione dell’Ottocento o leggendo un romanzo sulla schiavitù. Stiamo parlando dell’Italia del 2026. Ed è proprio per questo che forse dobbiamo avere il coraggio di smettere di chiamarla emergenza.

Un’emergenza arriva improvvisamente, rompe un equilibrio, impone una risposta eccezionale e poi, auspicabilmente, finisce. Il caporalato no. Il caporalato resta. Cambia faccia, strumenti, nazionalità, regione. Si sposta insieme alle stagioni e alle raccolte e ha imparato a nascondersi anche dentro contratti apparentemente regolari, cooperative, appalti, subappalti, trasporti e alloggi. Ma resta. E soprattutto continua a trovare uomini abbastanza disperati da poter essere ricattati e altri uomini abbastanza spregiudicati da poterli ricattare.

Il Consiglio nazionale delle ricerche, dopo la strage di Amendolara, ha ricordato un dato che dovrebbe essere sufficiente a impedirci qualsiasi alibi: nella sola agricoltura calabrese si stima che tra 11 mila e 12 mila lavoratori siano impiegati in condizioni di irregolarità. Nella provincia di Cosenza il fenomeno interessa in particolare Corigliano, Rossano, Sibari, Cassano Jonico, Tarsia e Trebisacce. Una parte importante di questa manodopera arriva dall’India, dal Marocco e dal Mali.

Undicimila, dodicimila persone. Non quattro. La morte dei quattro braccianti di Amendolara è l’orrore che siamo riusciti a vedere; gli altri sono la normalità che continuiamo a non vedere.

Ed è forse questo il punto più doloroso del nostro viaggio. Nel primo passo di questa inchiesta abbiamo parlato degli uomini invisibili. Abbiamo provato a raccontare un’Italia nella quale migliaia di persone entrano nei campi prima dell’alba, raccolgono quello che finirà sulle nostre tavole e scompaiono dalla nostra vista prima ancora che ci chiediamo chi siano. Adesso dobbiamo andare oltre, perché quell’invisibilità non è semplicemente una conseguenza dello sfruttamento. In qualche modo ne è una condizione necessaria.

Per sfruttare un uomo bisogna prima renderlo invisibile. Bisogna fare in modo che nessuno sappia dove dorme, come raggiunge il campo, quante ore lavora, quanto viene pagato e chi trattiene una parte del suo salario. Bisogna che nessuno si accorga che un contratto dice una cosa mentre la giornata trascorsa sotto il sole ne racconta un’altra. Il caporalato prospera precisamente nello spazio che separa ciò che sappiamo da ciò che preferiamo non sapere.

La Piana di Sibari lo racconta con una chiarezza impressionante. Nel giugno scorso oltre quaranta Carabinieri hanno effettuato un vasto controllo lungo la Statale 106, intercettando 35 minivan utilizzati per trasportare lavoratori stranieri verso i campi della Basilicata e della Puglia e identificando 135 cittadini stranieri. È un’immagine quasi plastica del fenomeno: uomini che seguono le stagioni, attraversano territori, salgono e scendono da mezzi che costituiscono spesso il primo anello della loro dipendenza dal sistema.

Il caporale, infatti, non vende soltanto lavoro. Vende la possibilità di arrivare al lavoro. Se non hai un’automobile, se vivi lontano dai campi e se non esiste un trasporto pubblico adeguato, chi possiede il furgone possiede anche una parte della tua libertà. Non è un dettaglio logistico: è potere.

Lo hanno capito a Cassano all’Ionio, dove da anni esiste un servizio di trasporto pubblico pensato proprio per sottrarre i braccianti alla dipendenza dai caporali. Oggi trasporta circa 80 lavoratori ogni giorno dalla città alle campagne della Piana di Sibari e l’amministrazione ha annunciato il potenziamento del servizio con un secondo mezzo. Può sembrare una piccola cosa, un pulmino, e invece dentro quel pulmino c’è una lezione politica enorme: combattere il caporalato non significa soltanto arrestare i caporali. Significa rendere il caporale inutile.

Se garantisci il trasporto, gli togli un pezzo di potere. Se garantisci una casa dignitosa, ne togli un altro. Se garantisci informazione sui diritti in una lingua comprensibile, ne togli un altro ancora. Se permetti al lavoratore di denunciare senza precipitare il giorno dopo nella fame, spezzi il ricatto. Se controlli seriamente le aziende, impedisci che l’illegalità diventi economicamente conveniente.

È questa la battaglia che troppo spesso abbiamo evitato. Abbiamo inseguito il caporale senza smontare fino in fondo il sistema che rende possibile la sua esistenza. E il sistema continua a rigenerarlo.

I sindacati calabresi hanno denunciato proprio in queste settimane la carenza di ispettori e hanno chiesto, insieme a maggiori controlli, un piano per i trasporti e abitazioni a canone sostenibile. Hanno descritto anche la geografia stagionale di questi lavoratori: d’estate nel Metapontino, in autunno nella Piana di Sibari, poi verso Foggia. Sono uomini in movimento da una raccolta all’altra, da una provincia all’altra, da un padrone all’altro. Seguono la frutta, gli ortaggi, l’uva. E qui emerge una delle contraddizioni più feroci di questa storia: la merce viaggia nella filiera con documenti, etichette, certificazioni, fatture e controlli; l’uomo che l’ha raccolta qualche volta viaggia molto peggio della merce.

Abbiamo costruito sistemi sofisticatissimi per conoscere la provenienza di ciò che compriamo. Vogliamo sapere dove è nato un pomodoro, dove è stato confezionato, quale azienda lo ha prodotto. Ed è giusto. Ma raramente chiediamo chi lo abbia raccolto, quanto sia stato pagato, quante ore sia rimasto sotto il sole, dove abbia dormito la notte precedente, chi lo abbia portato nel campo, quanto abbia pagato per quel passaggio, se avesse un contratto e soprattutto se fosse davvero libero di dire di no.

È questa l’altra tracciabilità che manca: la tracciabilità della dignità.

Perché un prodotto può essere perfettamente italiano e contenere una storia profondamente disumana. Può essere bello, sano, controllato, confezionato con cura e avere dietro un uomo pagato pochi euro l’ora. Il problema non è il pomodoro. Il problema nasce quando accettiamo che l’etica della filiera finisca esattamente nel punto in cui comincia la convenienza economica.

Naturalmente sarebbe ingiusto trasformare tutto questo in un processo agli agricoltori. Ci sono migliaia di imprenditori che rispettano i lavoratori, applicano i contratti, pagano salari regolari e subiscono essi stessi la concorrenza sleale di chi abbatte illegalmente il costo del lavoro. Sono proprio loro, anzi, che dovrebbero essere i primi alleati di questa battaglia. Chi sfrutta un lavoratore non danneggia soltanto quel lavoratore: danneggia anche l’imprenditore onesto, il mercato, l’agricoltura italiana e, alla fine, tutti noi.

La lotta al caporalato non è dunque una guerra tra lavoratori e imprese. È lo scontro tra due idee di economia. Da una parte un’economia nella quale il profitto incontra un limite invalicabile, la dignità della persona; dall’altra un’economia nella quale tutto può diventare costo da comprimere, anche l’uomo. Soprattutto l’uomo più debole.

Ed eccoci di nuovo alla parola dalla quale siamo partiti: Umanesimo.

Qualcuno potrebbe chiedersi che cosa c’entri una parola così grande con un furgone sulla Statale 106. C’entra tutto. Perché l’Umanesimo non si misura quando parliamo dell’uomo in astratto, ma quando davanti a noi c’è un uomo concreto che costa. Costa pagarlo secondo contratto, garantirgli sicurezza e riposo, organizzare un trasporto regolare, offrirgli un alloggio dignitoso, riconoscergli diritti. È in quel momento che scopriamo se crediamo davvero che l’uomo venga prima del profitto. Altrimenti l’Umanesimo resta una bella parola buona per i convegni, mentre nei campi continuiamo a fare altro.

Per questo Amendolara non può diventare l’ennesima tragedia italiana destinata a durare lo spazio di qualche titolo. Quattro uomini sono morti, ma sarebbe troppo comodo pensare che tutto cominci e finisca con chi è accusato di aver appiccato quel fuoco. C’è un contesto che dobbiamo continuare a interrogare. Ci sono migliaia di lavoratori irregolari, trasporti da controllare, case che case non sono, salari che non arrivano, contratti che qualche volta esistono soltanto sulla carta. Ci sono lavoratori che hanno paura, imprese sane da difendere e altre da individuare e colpire. Ci sono controlli che devono diventare ordinari e non straordinari. E c’è una società intera che deve decidere quanto vuole sapere.

Perché il problema, alla fine, potrebbe essere proprio questo: noi sappiamo. Non tutto, certamente, ma abbastanza. Sappiamo che il caporalato esiste, sappiamo dove esiste e sappiamo soprattutto chi cerca: il povero, il migrante, l’uomo isolato, quello che non conosce la lingua o la legge, quello che ha bisogno di lavorare oggi e non tra sei mesi, quello che non può permettersi di perdere neppure cinque euro, quello che, se protesta, rischia di perdere contemporaneamente lavoro, trasporto e casa.

È la vulnerabilità trasformata in modello economico. Ed è questo che rende il caporalato qualcosa di molto più grave di un reato contro il lavoro. È un reato contro l’idea stessa di uomo.

Ad Amendolara quattro uomini sono morti tra le fiamme. Non sappiamo ancora tutto di quella vicenda e sarebbe irresponsabile anticipare conclusioni che spettano alla magistratura. Ma sappiamo abbastanza per non voltarci dall’altra parte. Uno dei sopravvissuti ha pronunciato parole semplicissime: volevano essere pagati, volevano un contratto. Al centro del conflitto c’erano anche le condizioni nelle quali vivevano.

Essere pagati, avere un contratto, non vivere in dieci dentro una stanza non sono rivendicazioni rivoluzionarie. Sono il minimo. Sono la soglia sotto la quale una democrazia dovrebbe vergognarsi di scendere.

Per questo non chiamatela emergenza. Non più. Un’emergenza è qualcosa che non avevamo previsto, e questo lo conosciamo. Un’emergenza è qualcosa che ci sorprende, e questo lo denunciamo da anni. Un’emergenza è qualcosa che accade all’improvviso, mentre questo accade ogni mattina, prima dell’alba, quando migliaia di uomini salgono su un furgone e partono verso i campi.

La domanda, allora, non è più se sappiamo.

La domanda è molto più scomoda.

Quanto ancora siamo disposti a tollerare ciò che sappiamo?