Attualità Quando il denaro pubblico incontra la fabbrica della viralità

“Svergognata” è la docuserie. Ma a vergognarsi dovrebbe essere il Ministero

Il progetto su Rita De Crescenzo entra nel sistema degli incentivi pubblici per il cinema. Nessun finanziamento risulta ancora erogato, ma la domanda resta: è questa la cultura che lo Stato deve sostenere?

Associazioni, teatri, festival, giovani autori e presìdi culturali combattono ogni giorno per poche migliaia di euro. Se il mercato vuole trasformare i follower in spettacolo, lo faccia. Ma quando entrano in gioco i soldi dei cittadini, popolarità e interesse pubblico non possono diventare la stessa cosa.

C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un Paese nel quale persino l’assurdo riesce a diventare normale. E questa volta il titolo sembra essersi scritto da solo: “Svergognata” sarà pure il nome della docuserie. Ma svergognato rischia di essere il Ministero della Cultura.

La vicenda merita però precisione, proprio perché l’indignazione non ha bisogno di essere gonfiata per risultare enorme. Svergognata, documentario biografico in tre episodi dedicato a Rita De Crescenzo, risulta registrato nel sistema telematico della Direzione generale Cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura – come rivela Fanpage. Il progetto ha un costo dichiarato di oltre un milione di euro e risulta approvato almeno un passaggio della procedura, quello relativo alla nazionalità provvisoria. Questo non significa, allo stato delle informazioni disponibili, che sia stato già versato un solo euro di denaro pubblico. Significa però che l’opera è entrata nel sistema previsto dalla Legge Cinema e può accedere ai relativi meccanismi di sostegno. Ed è già abbastanza per porre una questione politica e culturale.

Perché il punto non è Rita De Crescenzo. O, almeno, non è soltanto lei.

Rita De Crescenzo è libera di essere Rita De Crescenzo. Di pubblicare i suoi video, costruire il proprio personaggio (grottesco dal nostro punto di vista), raccogliere milioni di visualizzazioni, trasformare la notorietà social in spettacolo e lo spettacolo in denaro. È il mercato. È il pubblico. È questa nostra epoca, nel bene e nel male.

Ma lo Stato è un’altra cosa.

Il Ministero della Cultura non è un algoritmo di TikTok. Non dovrebbe inseguire ciò che fa rumore, ciò che diventa virale, ciò che accumula clic. Ha una responsabilità diversa e infinitamente più alta: decidere dove e come indirizzare risorse pubbliche destinate alla cultura.

Per il 2026 il Fondo per il cinema e l’audiovisivo dispone complessivamente di oltre 606 milioni di euro, dei quali 441 milioni destinati ai tax credit e 41,7 milioni ai contributi selettivi. Tra le finalità finanziate figurano persino documentari di particolare qualità artistica e opere dedicate a personaggi e avvenimenti dell’identità culturale italiana.

Ed è qui che la questione diventa gigantesca.

Perché mentre centinaia di associazioni culturali sopravvivono organizzando iniziative con poche migliaia di euro; mentre piccoli teatri chiudono; mentre biblioteche, compagnie, festival di provincia, giovani registi, musicisti, scrittori e operatori culturali bussano alle porte delle istituzioni cercando risorse; mentre interi territori combattono ogni giorno contro la desertificazione culturale, noi dobbiamo anche soltanto contemplare la possibilità che il sistema pubblico di sostegno all’audiovisivo possa contribuire economicamente a un prodotto costruito attorno a un fenomeno social come Rita De Crescenzo.

Non è moralismo. E sarebbe troppo comodo liquidare ogni obiezione con la solita accusa di snobismo culturale.

Qui nessuno pretende che un Ministero stabilisca che cosa sia “alta cultura” e che cosa non lo sia. Nessuno vuole commissioni incaricate di distribuire patenti di nobiltà intellettuale. Ma amministrare denaro pubblico significa scegliere. E scegliere significa assumersi una responsabilità.

Se un produttore privato ritiene che Rita De Crescenzo sia un personaggio capace di attirare pubblico, investa. Se una piattaforma ritiene che una serie sulla sua vita possa produrre abbonamenti e ascolti, la compri. È perfettamente legittimo.

Ma perché dovrebbe intervenire il contribuente?

È questa la domanda alla quale il Ministero dovrebbe rispondere.

E non con il burocratese delle procedure, dei requisiti, delle domande ammissibili e delle caselle correttamente compilate. Perché proprio qui sta il problema: una procedura può essere formalmente impeccabile e culturalmente disastrosa.

Forse abbiamo smarrito persino il significato della parola “cultura”. Abbiamo confuso la popolarità con il valore, la visibilità con la qualità, il numero dei follower con la rilevanza culturale. Abbiamo trasformato l’algoritmo nel nuovo metro universale del successo e adesso rischiamo di permettergli di entrare persino nelle stanze nelle quali si decide come utilizzare il denaro destinato alla crescita culturale del Paese.

La cultura non deve essere necessariamente difficile, accademica, elitaria. Può essere popolare, ironica, provocatoria, persino trash. Ma quando entra in gioco il sostegno dello Stato una domanda deve pur esistere: qual è l’interesse pubblico?

Raccontare un fenomeno sociale può certamente avere valore documentario. Anche un personaggio controverso può diventare oggetto di un’opera intelligente, critica, persino necessaria. E dunque non è il soggetto, da solo, a condannare un progetto.

Ma proprio per questo pretendiamo di sapere quale sia il progetto culturale, quali siano i criteri utilizzati e soprattutto quali eventuali benefici pubblici siano stati richiesti o riconosciuti.

Perché quei soldi non appartengono al Ministero.

Sono nostri.

Sono anche dell’insegnante che compra libri per i propri studenti. Del volontario che apre una biblioteca in un paese di mille abitanti. Del ragazzo che prova a mettere in piedi una compagnia teatrale. Del giovane regista che racconta le periferie senza avere milioni di follower. Dell’associazione che organizza un festival chiedendo cento euro a un commerciante e duecento a un altro perché dalle istituzioni non arriva nulla.

Ecco perché questa vicenda non fa ridere.

La docuserie può chiamarsi tranquillamente Svergognata.

Ma prima che anche un solo euro pubblico finisca eventualmente in quell’operazione, il Ministero della Cultura dovrebbe spiegare con assoluta trasparenza perché, attraverso quale strumento e sulla base di quale interesse pubblico.

Altrimenti il titolo, purtroppo, rischia di avere semplicemente sbagliato destinatario.