Editoriali

Quando una famiglia resta sola

La tragedia di Pietralata non chiede pietà né sentenze. Chiede di interrogarci su quanto sappiamo davvero stare accanto a chi vive ogni giorno la disabilità, la fatica e la paura del futuro

Un Paese che discute per giorni di conduttori, finti attentati e polemiche di giornata, ma non sa vedere la solitudine che cresce dietro le porte delle nostre case. Facciamo rumore su tutto, mentre l’umano resta indietro. E l’uomo, troppo spesso, resta solo.

Ci sono notizie davanti alle quali il mestiere di scrivere diventa improvvisamente più difficile. Non perché manchino le parole, ma perché ce ne sono troppe, e quasi tutte rischiano di essere sbagliate.
A Pietralata una madre e un padre hanno deciso di morire insieme alla loro bambina di cinque anni e al cane di famiglia. Questo è il fatto, nella sua terribile nudità. Tutto il resto appartiene a una storia che conosciamo soltanto in parte e sulla quale sarebbe indecente costruire processi, assoluzioni o ricostruzioni psicologiche a distanza.
C’è però una domanda dalla quale non possiamo sottrarci: quanto può diventare sola una famiglia?
Non parlo soltanto della solitudine materiale. Esiste una solitudine molto più difficile da vedere. È quella di chi ogni mattina ricomincia sapendo che la propria giornata sarà scandita da bisogni, terapie, assistenza, appuntamenti, burocrazia, rinunce. È la solitudine di chi ama immensamente una persona fragile e proprio per questo porta dentro una domanda che gli altri raramente ascoltano fino in fondo: che cosa sarà di lei quando io non potrò più esserci?
Non sappiamo se questa domanda abbia attraversato la vicenda di Pietralata e non dobbiamo attribuirla a quella famiglia senza elementi. Ma sappiamo che attraversa la vita di molte famiglie. Ed è già abbastanza per interrogarci.
Perché sulla disabilità abbiamo imparato un vocabolario nuovo. Parliamo di inclusione, autonomia, progetti individuali, accessibilità, diritti. Sono conquiste importanti. Ma una parola diventa vera soltanto quando entra nella vita concreta delle persone. Quando significa ore di assistenza realmente disponibili. Servizi che funzionano. Scuole preparate. Percorsi sanitari che non costringano le famiglie a diventare esperte di moduli, certificazioni e competenze amministrative. Sostegni economici adeguati. Persone capaci di bussare a una porta non soltanto quando c’è un’emergenza.
E significa anche concedere ai genitori il diritto di essere stanchi.
Questo forse continuiamo a comprenderlo troppo poco. Abbiamo costruito intorno ai genitori dei bambini con disabilità una retorica involontariamente crudele: devono essere forti, straordinari, combattenti. Li chiamiamo guerrieri come se fosse un complimento. Ma nessuno dovrebbe essere obbligato a combattere ogni giorno per ottenere ciò che dovrebbe essere normale.
Un padre può avere paura. Una madre può sentirsi esausta. Possono amare il proprio figlio oltre ogni misura e contemporaneamente non farcela più. Le due cose non si escludono. Riconoscerlo non diminuisce quell’amore: restituisce umanità a persone alle quali troppo spesso chiediamo una forza sovrumana mentre noi, intorno, continuiamo tranquillamente la nostra vita.
Poi accade qualcosa di irreparabile e scopriamo tutti la fragilità. Per qualche giorno.
Arrivano i titoli, le fotografie familiari, i particolari. Arrivano i commenti. Qualcuno cerca immediatamente un colpevole, qualcun altro una spiegazione semplice. Poi la cronaca si sposta altrove e restano le altre famiglie. Quelle che domani mattina accompagneranno un figlio a una terapia. Quelle che stanno aspettando da mesi una risposta. Quelle che hanno un genitore ormai anziano e un figlio adulto da assistere. Quelle che conoscono perfettamente l’espressione «dopo di noi», perché per loro non è il nome di una legge o di un progetto: è un pensiero che arriva la sera, quando la casa diventa silenziosa. È lì che dovrebbe cominciare una comunità.
Una società si misura anche da questo: dalla possibilità concreta che offre a una persona fragile di vivere senza dipendere dall’eroismo quotidiano di qualcuno. E dalla possibilità concessa a chi se ne prende cura di continuare ad avere una propria vita, un lavoro, relazioni, qualche ora libera, perfino il diritto di ammalarsi o di invecchiare senza che tutto precipiti.
Non servono monumenti alla fragilità. Servono servizi, risorse, competenze e prossimità. Serve una politica capace di considerare l’assistenza non una voce residuale di bilancio, ma una delle forme attraverso le quali una democrazia dichiara quale valore attribuisce alla persona. E servono comunità meno distratte, perché nessun sistema pubblico, per quanto efficiente, potrà sostituire completamente la presenza umana.
La vicenda di Pietralata rimane terribile. La scelta compiuta resta irriducibile a qualsiasi giustificazione e la vita di una bambina non può essere trasformata nell’appendice della disperazione degli adulti. Proprio per questo occorre tenere insieme due cose difficili: riconoscere l’inviolabilità di quella vita e avere il coraggio di guardare dentro l’abisso nel quale possono precipitare degli esseri umani.
Senza santificarli. Senza condannarli attraverso un titolo di giornale. Senza pretendere di sapere ciò che non sappiamo. Ma dopo aver spento le telecamere, una responsabilità rimane a noi.
Chiederci quante porte, nelle nostre città, nascondano oggi una fatica che nessuno vede. Quanti genitori stiano resistendo semplicemente perché non hanno alternativa. Quante volte abbiamo pronunciato la parola «inclusione» senza domandarci chi, quella inclusione, debba renderla possibile alle sette del mattino, durante una notte insonne o davanti all’ennesimo ufficio.
Pietralata non ha bisogno della nostra commozione.
Ha bisogno che domani, da qualche altra parte, una famiglia non debba sentirsi l’unico argine tra la persona che ama e il vuoto.