Strade di sangue, il futuro che stiamo perdendo
Quaranta morti in tre giorni, sei giovani vittime nelle Marche, tre ragazzi di diciassette anni morti nel Milanese. Non bastano più il cordoglio e l'indignazione del momento: serve una grande alleanza educativa e istituzionale per fermare una strage che continua a colpire soprattutto i più giovani.
Quaranta morti in tre giorni.
Non è il bilancio di una guerra né di una calamità naturale. È il numero delle vittime registrate sulle strade italiane tra il 29 e il 31 maggio scorso, il fine settimana più tragico dell’anno secondo le rilevazioni dell’Associazione Sostenitori e Amici della Polizia Stradale (ASAPS). Tra loro molti giovani e minorenni.
Un dato impressionante che dovrebbe bastare da solo a richiamare l’attenzione del Paese su quella che ormai ha i contorni di una vera emergenza nazionale. Eppure, anche dopo quel drammatico fine settimana, la scia di sangue non si è fermata.
Nelle Marche, nell’ultimo fine settimana, sei giovani hanno perso la vita in incidenti stradali. A Milano, tre ragazzi di appena diciassette anni sono morti dopo che l’auto sulla quale viaggiavano insieme ad altri sei coetanei è precipitata in un canale. Il conducente, secondo i primi accertamenti, guidava con un tasso alcolemico molto superiore ai limiti consentiti. Erano in nove all’interno della stessa vettura.
Nelle stesse ore una giovane ciclista è stata travolta e uccisa. In Sicilia un ragazzo di quindici anni, conosciuto e amato per la sua passione per la danza, è morto in un incidente con il motorino. E l’elenco potrebbe continuare. Perché da settimane le cronache raccontano di adolescenti, studenti, giovani lavoratori, ragazzi che avevano davanti una vita intera e che invece si sono fermati a un incrocio, in una curva, lungo una strada provinciale, all’uscita di una serata tra amici.
Dietro ogni nome c’è una famiglia devastata. C’è una madre che non sentirà più aprirsi la porta di casa. C’è un padre che dovrà imparare a convivere con un’assenza impossibile da accettare. Ci sono amici che porteranno per sempre il peso di un ricordo interrotto troppo presto.
Ma limitarsi al dolore non basta più.
Ogni volta che accade una tragedia ci rifugiamo nella ricerca del colpevole. La velocità. L’alcol. La distrazione. Il cellulare. Le droghe. Le condizioni della strada. Le responsabilità individuali esistono e vanno accertate con rigore. Tuttavia sarebbe un errore pensare che il problema finisca lì.
Quando un fenomeno si ripete con questa frequenza, quando coinvolge con impressionante regolarità ragazzi sempre più giovani, siamo di fronte a una questione educativa, culturale e sociale che riguarda tutti.
Riguarda le istituzioni, chiamate a investire in prevenzione e controlli molto più di quanto si faccia oggi. Riguarda la scuola, che non può limitarsi a dedicare qualche ora occasionale all’educazione stradale, ma deve contribuire a costruire una cultura della responsabilità e della consapevolezza. Riguarda le famiglie, spesso lasciate sole di fronte a modelli sociali che esaltano la trasgressione e minimizzano il rischio.
E riguarda anche il mondo degli adulti nel suo complesso.
Perché è difficile chiedere prudenza ai ragazzi se la società continua a considerare normale che il consumo eccessivo di alcol sia parte integrante del divertimento. È difficile parlare di sicurezza quando il messaggio che passa è che tutto sia consentito, purché si abbia la fortuna di non essere fermati.
Serve un cambio di paradigma.
Occorre rendere strutturali i programmi di prevenzione nelle scuole secondarie, coinvolgendo forze dell’ordine, medici del pronto soccorso, psicologi, familiari delle vittime. Non per spaventare, ma per raccontare la realtà. Quella che troppo spesso resta nascosta dietro i numeri.
Occorre investire in campagne permanenti contro l’abuso di alcol tra i minori e i neopatentati, utilizzando i linguaggi che i giovani comprendono e frequentano ogni giorno.
Occorre accelerare l’introduzione e la diffusione delle tecnologie che impediscono materialmente di guidare in stato di ebbrezza. I sistemi di rilevazione del tasso alcolemico collegati all’accensione del veicolo non devono essere considerati una limitazione della libertà, ma uno strumento di tutela della vita. Così come devono essere incentivati tutti i dispositivi che aiutano a prevenire comportamenti pericolosi alla guida.
Nessuna misura, da sola, eliminerà il problema. Ma continuare a contare i morti senza costruire una strategia condivisa significa accettare che tutto questo faccia parte della normalità.
E invece non c’è nulla di normale nel vedere ragazzi di quindici, diciassette o vent’anni morire sulle strade del nostro Paese.
La sicurezza stradale non è una questione tecnica riservata agli specialisti. È una grande questione educativa e civile. Riguarda il valore che attribuiamo alla vita umana, soprattutto a quella dei più giovani.
Ogni volta che un ragazzo muore sulla strada perdiamo molto più di una statistica. Perdiamo una possibilità, un talento, un futuro. Perdiamo un pezzo della nostra comunità.
Per questo non bastano più il cordoglio, i minuti di silenzio e le promesse pronunciate nell’emozione del momento. Serve un’assunzione di responsabilità collettiva.
Perché una società che si abitua a piangere i propri giovani senza riuscire a proteggerli è una società che sta rinunciando a una parte essenziale del proprio futuro.