Editoriali GIORNATA MONDIALE PER LA PREVENZIONE DEL SUICIDIO

Non chiamatelo male di vivere

Il suicidio è la terza causa di morte tra i giovani dai 15 ai 29 anni (per le ragazze, addirittura la seconda). Dietro un numero che dovrebbe inquietarci ci sono solitudini, fragilità e domande che troppo spesso incontrano silenzio. Prevenire significa anche tornare ad accorgerci gli uni degli altri.

Oltre 720 mila persone muoiono ogni anno per suicidio nel mondo. Oggi non basta ricordarle. Dovremmo chiederci quante volte, nella fretta delle nostre giornate, abbiamo smesso di vedere chi ci sta accanto.

Ci siamo abituati a chiedere «come stai?» senza aspettare davvero la risposta. È forse da qui che bisognerebbe cominciare, oggi, 10 settembre, Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Non dai grandi discorsi sulla fragilità, non dalle formule che durano lo spazio di una ricorrenza, ma dalla distanza che abbiamo lasciato crescere tra una domanda e l’ascolto della sua risposta.
I numeri sono terribili proprio perché dietro ciascuno di essi c’è una persona. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che ogni anno oltre 720 mila persone muoiano per suicidio. Nel 2021, ultimo anno per il quale sono disponibili stime globali comparabili, il suicidio è stato la terza causa di morte tra i 15 e i 29 anni. Per le giovani donne addirittura la seconda. E per ogni morte ci sono molti altri tentativi, vite attraversate da un dolore che spesso rimane invisibile fino a quando diventa insopportabile.
La parola che dovremmo avere il coraggio di pronunciare è proprio questa: invisibile.
Perché viviamo nell’epoca in cui tutto deve essere visibile. Fotografato, raccontato, condiviso. Mostriamo quello che mangiamo, dove siamo, con chi siamo, ciò che compriamo, perfino ciò che proviamo. E tuttavia una parte enorme della vita continua a svolgersi lontano dagli schermi. Si può sorridere in una fotografia e stare male. Si può avere una famiglia, amici, un lavoro, migliaia di contatti e sentirsi terribilmente soli. Si può essere giovani, avere davanti apparentemente tutte le possibilità del mondo e non riuscire più a immaginare il giorno dopo.
Questo dovrebbe interrogarci soprattutto quando parliamo dei ragazzi.
Abbiamo costruito intorno a loro una società che pretende moltissimo e ascolta pochissimo. Devono essere belli, capaci, veloci, competitivi, desiderabili, performanti. Devono scegliere presto che cosa diventeranno e possibilmente dimostrare ancora prima di essere diventati qualcuno. Persino la fragilità, sui social, rischia di trasformarsi in una rappresentazione. Ma esiste una sofferenza che non vuole essere fotografata, che non trova le parole giuste, che qualche volta non sa neppure dare un nome a se stessa.
E allora occorre stare molto attenti a non cercare spiegazioni facili. Non esiste una causa unica del suicidio. L’OMS parla di un fenomeno complesso nel quale possono intrecciarsi fattori psicologici, sociali, culturali, biologici e ambientali: perdita, solitudine, discriminazione, difficoltà relazionali o economiche, violenza, abuso, malattia.
Per questo non serve trovare un colpevole. Serve costruire una comunità.
Una scuola nella quale un ragazzo possa dire «non ce la faccio» senza sentirsi debole. Una famiglia nella quale il successo non diventi la misura dell’amore. Un luogo di lavoro nel quale una persona non sia soltanto la funzione che svolge. Servizi di salute mentale accessibili, presenti, capaci di intervenire prima dell’emergenza. Adulti che abbiano tempo. Amici che sappiano restare. Istituzioni che investano nella prevenzione non soltanto quando una tragedia riporta il problema sulle prime pagine.
E servono parole.
Non quelle gridate. Non quelle che giudicano. Non quelle che liquidano la sofferenza con «passerà», «devi reagire», «pensa a chi sta peggio». Parole capaci invece di aprire una porta: raccontami. Sono qui. Ti accompagno. Cerchiamo insieme qualcuno che possa aiutarti.
Non è casuale che proprio “Start the Conversation”, cominciare la conversazione, sia l’invito scelto per questa Giornata mondiale. Parlare correttamente del suicidio significa rompere lo stigma e permettere a chi soffre di chiedere aiuto. Ma significa anche assumersi una responsabilità pubblica: l’OMS ricorda che cambiare la narrazione richiede politiche di prevenzione, servizi di qualità e la possibilità concreta di ricevere assistenza quando se ne ha bisogno.
C’è infine una responsabilità che riguarda noi che facciamo informazione. Una morte per suicidio non è materiale per un titolo morboso. Non abbiamo bisogno di conoscere particolari, modalità, ultimi messaggi trasformati in contenuto. Abbiamo bisogno di capire che dietro quella morte esisteva una vita. E che raccontarla con rispetto può aiutare altre vite, mentre raccontarla male può ferire ancora.
Oggi, allora, eviterei perfino l’espressione «male di vivere». È diventata troppo comoda. Quasi poetica. Il dolore vero ha molto poco di poetico quando impedisce di vedere un domani.
Forse la Giornata del 10 settembre dovrebbe lasciarci soprattutto una piccola inquietudine: quante persone incontriamo ogni giorno senza incontrarle davvero?
Non possiamo salvarci tutti reciprocamente. Non dobbiamo neppure attribuirci un potere che non abbiamo. Ma possiamo diventare una società nella quale chiedere aiuto non sia una vergogna e nella quale qualcuno, quando trova finalmente la forza di dire «sto male», trovi dall’altra parte una persona disposta ad ascoltare.
Qualche volta una vita ricomincia proprio così.
Da qualcuno che resta.