A Mantova il Mezzogiorno torna al centro: il Tesoro di Sant’Eufemia sfida l’oblio
MANTOVA – Non capita spesso che, in una quieta serata primaverile del Nord, il cuore della discussione pubblica venga occupato dalla storia rimossa del Mezzogiorno. E invece è esattamente quello che è accaduto a Mantova, dove l’incontro dedicato al Tesoro di Sant’Eufemia ha chiuso il ciclo primaverile dedicato al Settentrione promosso da Quaderni Meridionali, – Rivista storica collegata a quintapagina.eu – trasformando una conferenza in un piccolo esercizio di contro-narrazione nazionale.
Prima di entrare nel merito della vicenda degli ori di Sant’Eufemia, il pubblico è stato guidato da un intervento denso e appassionato del professor Mario Garofalo, direttore di Quaderni Meridionali. Garofalo ha tracciato il quadro generale entro cui leggere tutto ciò che sarebbe stato esposto: la necessità di rimettere il Mezzogiorno al centro della narrazione storica italiana, sottraendolo alla doppia condanna del folclore e del silenzio. Ha ricordato come la storia del Sud, troppo spesso evocata solo per giustificare ritardi, emergenze o stereotipi, sia in realtà una delle grandi matrici della vicenda italiana ed europea. In questo scenario, ha spiegato, la storia del Tesoro di Sant’Eufemia è molto più di un episodio archeologico: è una lente che ci costringe a fare i conti con ciò che abbiamo scelto di dimenticare.
Solo dopo questa premessa – quasi un invito a cambiare sguardo – la parola è passata alle relatrici. La professoressa Pina Mareschi, con un’introduzione rigorosa ma mai accademica, ha ricostruito le coordinate storiche e culturali di quella che fu Terina, città della Magna Grecia affacciata sul Tirreno. Lì, nel 1865, in un uliveto calabrese, affiorò per caso quello che gli studiosi considerano il più importante ritrovamento di oreficeria magnogreca: non una semplice scoperta locale, ma un frammento decisivo di Mediterraneo antico.
A fare da filo rosso della serata è stato poi il lavoro di ricerca di Rossana Villella, che da anni segue le tracce di questi straordinari gioielli, oggi conservati in larga parte al British Museum. La sua ricostruzione ha mostrato come il Tesoro di Sant’Eufemia non sia solo una collezione di monili finemente lavorati, ma un racconto stratificato: da un lato la raffinatezza artistica e la grandezza culturale dell’antica Terina, dall’altro le contraddizioni dell’Italia appena unita.
La vicenda, infatti, si svolge in piena epoca postunitaria, quando il nuovo Stato non aveva ancora dotato il Paese di strumenti adeguati per proteggere i propri beni culturali. Vuoti normativi, disattenzione istituzionale, una periferia lontana dai centri decisionali: è in questo contesto che un patrimonio unico finisce per disperdersi, attraversando confini e collezioni, fino ad approdare nei musei stranieri. Nella storia del Tesoro di Sant’Eufemia si riflette una domanda che pesa ancora oggi: quante volte il Mezzogiorno è stato raccontato solo quando usciva dai confini nazionali, diventando interessante proprio nel momento in cui smetteva di appartenere alle comunità che l’avevano generato?
Il lungo silenzio che ha avvolto per decenni questa vicenda è parte integrante del problema. Perché di questi gioielli, della loro origine e del loro viaggio si è parlato poco, spesso in modo frammentario, talvolta con sguardo estraneo al contesto che li aveva prodotti. Il lavoro di Villella, sostenuto e diffuso da Quaderni Meridionali, prova a ricucire questa trama lacerata, restituendo ai luoghi, alle persone e alle memorie del Sud ciò che era stato spostato altrove, non solo fisicamente ma soprattutto simbolicamente.
Nel corso della serata mantovana è apparso evidente come il Tesoro di Sant’Eufemia non appartenga soltanto agli specialisti o ai collezionisti di storia locale. È un’eredità che riguarda la Calabria, l’Italia intera e persino l’intero spazio mediterraneo, perché parla di scambi, di influenze, di un Sud che fu crocevia e non margine, motore di cultura e non semplice periferia arretrata. Rimettere al centro questa storia significa rimettere al centro l’idea stessa di Mezzogiorno come protagonista della vicenda europea, non come eterna eccezione.
Qui sta il senso profondo del lavoro di Quaderni Meridionali, come hanno ricordato in chiusura gli organizzatori: raccontare il Tesoro di Sant’Eufemia vuol dire dare voce a quelle pagine rimosse o distorte della storia meridionale, alle storie rimaste ai bordi del dibattito pubblico, ingabbiate in letture parziali. Significa misurarsi con un nodo delicato: chi ha il diritto di raccontare il Sud e da quale punto di vista?
Non è un caso che l’appuntamento di Mantova abbia avuto un pubblico numeroso e attento. In un Paese spesso prigioniero di narrazioni polarizzate – Nord contro Sud, modernità contro arretratezza – la ricostruzione puntuale di episodi come quello di Sant’Eufemia mostra che le fratture non nascono solo dai divari economici, ma anche da una storia raccontata a metà. L’assenza del Mezzogiorno dalla memoria condivisa è un’omissione che si paga sul piano civile, culturale e persino politico.
Il ringraziamento finale alle relatrici, al pubblico e a chi continua a sostenere questo lavoro di ricerca e divulgazione non è stato un atto di rito. È apparso, piuttosto, come il riconoscimento di una responsabilità collettiva: la storia del Mezzogiorno va raccontata fino in fondo, non solo per giustizia verso il passato, ma per ridisegnare il perimetro della nostra memoria nazionale.
In questo senso, il Tesoro di Sant’Eufemia non è soltanto un capitolo affascinante di archeologia: è una vicenda che merita di occupare un posto centrale nella nostra memoria collettiva. Perché ogni volta che un frammento di Sud sottratto all’oblio torna al centro del discorso pubblico, l’Italia intera si scopre un po’ più fedele a se stessa.