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Dio ride… e il suo sorriso attraversa il fuoco

Nel film di Giovanni Veronesi, Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando danno volto a una storia intensa e profondamente umana, ambientata nel tempo oscuro dell’Inquisizione. Un’opera capace di accarezzare e ferire, interrogando la fede, la libertà e il potere

Fra Leopoldo parla di un Dio vicino agli uomini, capace di ridere con loro. Per questo sarà accusato di eresia e condannato, ma nessun tribunale potrà mettere a tacere ciò che il suo sorriso ha seminato.

Una e-mail inattesa, un invito e, pochi giorni dopo, il buio di una sala cinematografica. Non sapevo ancora che Dio ride, il nuovo film scritto e diretto da Giovanni Veronesi, mi avrebbe accompagnato ben oltre i titoli di coda. Ero stato invitato all’anteprima di un film; ne sono uscito con alcune domande dentro, una commozione che non ho alcuna intenzione di nascondere e la sensazione rara di avere incontrato una storia capace di parlare alla fede senza imprigionarla in una formula religiosa.

Potrei soffermarmi sull’interpretazione magistrale di Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando, ma sono talmente grandi che ogni aggettivo rischierebbe di apparire superfluo. Favino consegna a fra Leopoldo da Casamacchia un’umanità disarmante, fatta di innocenza e ostinazione, allegria e dolore, mentre Orlando dà corpo e profondità a un uomo chiamato a difendere un sistema di certezze che, lentamente, comincia a incrinarsi. Intorno a loro Giovanni Veronesi costruisce un film intenso, duro a tratti, vero e pungente, nel quale la leggerezza non attenua il dramma, ma lo rende ancora più penetrante. Un film, per usare le parole che pronuncia lo stesso protagonista, «delicato come un fiocco di neve, forte come una valanga».

La storia ci conduce nei tempi bui dell’Inquisizione, quando la peste assediava le città, la paura governava le coscienze e la religione rischiava di trasformarsi in uno strumento di controllo. Fra Leopoldo è un cappuccino semplice, uno di quegli uomini che non hanno bisogno di molte parole per rendere credibile ciò che annunciano. Quando il suo convento viene assediato e incendiato, fugge portando con sé sulle spalle il priore morente. Fra i due c’è un affetto sincero, profondo, costruito nella quotidianità e nella comune fragilità. Il priore ha riconosciuto in quel frate apparentemente ingenuo un dono singolare: la capacità di far ridere, di restituire agli uomini almeno per un momento il respiro che la sofferenza ha tolto loro. Prima di morire gli strappa una promessa: non dovrà smettere di farlo.

Fra Leopoldo mantiene quella promessa. Attraversa villaggi e campagne, incontra poveri, malati, emarginati, quelli che siamo soliti chiamare, non sempre comprendendo il peso di questa espressione, “poveri cristi”. Non parla loro dall’alto, non li ammaestra, non li giudica. Si siede accanto alle loro ferite e racconta un Dio che non incute paura, ma si lascia incontrare; un Dio che non disprezza il riso degli uomini, perché sa ridere con loro.

«Se ami Dio, ci puoi ridere insieme». In questa frase, apparentemente semplice, è racchiuso il cuore del film. Si può ridere con qualcuno soltanto quando non se ne ha paura, quando la distanza è caduta e la relazione ha preso il posto della soggezione. Il Dio raccontato da fra Leopoldo non è il sovrano irraggiungibile custodito nei palazzi e utilizzato per difendere il potere, ma il Dio che si lascia sfiorare dalla vita degli uomini. «Quando Gesù ti sfiora con il suo tocco, ti resta incollato», dice il frate. Non si tratta della fede esibita, dell’appartenenza proclamata o della dottrina brandita come un’arma. È qualcosa che aderisce alla pelle, entra nella carne, cambia il modo di guardare gli altri e non ti abbandona più.

Fra Leopoldo non ride di Dio. Ride con Dio e racconta Dio facendo ridere. La differenza è enorme, ma l’Inquisizione non può comprenderla, perché ogni potere fondato sulla paura teme chi restituisce agli uomini la libertà. Il suo modo di predicare raduna folle, consola gli ultimi e apre una breccia in una religione divenuta distante. Proprio per questo viene considerato pericoloso. È accusato di essere blasfemo, eretico, persino indemoniato. Gli viene chiesto di abiurare, di rinnegare non soltanto le proprie parole, ma l’immagine di Dio che quelle parole hanno fatto rinascere nel cuore della gente.

Il processo a fra Leopoldo diventa così qualcosa di molto più grande del giudizio su un uomo. È il confronto tra due idee opposte della fede: da una parte quella amministrata dal potere, custodita attraverso il timore e protetta dall’obbedienza; dall’altra quella che cammina scalza in mezzo alla gente, si ferma accanto agli esclusi e non teme la gioia. Sul banco degli imputati non c’è soltanto un frate eccentrico, ma la libertà di raccontare un Dio che non somiglia ai suoi rappresentanti.

Veronesi ambienta la vicenda nel Seicento, ma parla con forza al nostro presente. Cambiano gli abiti, i tribunali e le formule delle condanne, ma sopravvive la tentazione di giudicare, di costruire confini, di dichiarare pericoloso chi incrina le nostre sicurezze. Ancora oggi si può usare Dio per dividere, escludere e giustificare il potere. Ancora oggi la fede può essere ridotta a un sistema di regole incapace di incontrare la vita. Fra Leopoldo, invece, ricorda che il cristianesimo comincia fuori dai palazzi e lontano dai luoghi in cui si decide la sorte del mondo: «Dio nasce davanti a un capraro palestinese». Nasce nella periferia, nella povertà, sotto lo sguardo di persone senza titoli e senza autorità. Nasce là dove nessuno penserebbe di cercarlo. Soprattutto oggi.

Fra Leopoldo non abiura. Non potrebbe farlo, perché rinnegherebbe il volto di Dio che ha incontrato nei poveri, nei malati, negli affamati e in tutti coloro ai quali ha restituito un sorriso. Viene condannato al rogo e la sentenza si compie la mattina del 4 ottobre, nel giorno dedicato a san Francesco. È una scelta narrativa dal valore potentissimo: mentre si celebra l’uomo che chiamava fratello il sole e sorella la morte, un altro frate viene consegnato alle fiamme per avere osato raccontare la tenerezza di Dio.

Eppure, proprio quando il fuoco sembra avere pronunciato l’ultima parola, si leva il riso di un neonato. È un suono piccolo, indifeso, eppure più forte della sentenza, del rogo e dell’Inquisizione. Attraverso quel bambino il sorriso di Dio torna ancora una volta sulla terra. Il potere può bruciare un corpo, ma non ciò che quel corpo ha acceso negli altri; può soffocare una voce, ma non raggiungere tutte le coscienze nelle quali essa ha lasciato un’eco.

Mi sono commosso, non lo nascondo. Dio ride mi ha accarezzato e mi ha colpito, mi ha fatto sorridere e, subito dopo, mi ha costretto a interrogarmi. È uno di quei film che non chiedono semplicemente di essere guardati, ma di essere accolti. Quando la sala torna a illuminarsi, qualcosa rimane: forse una domanda sul Dio nel quale diciamo di credere, forse il dubbio che talvolta lo abbiamo reso troppo simile a noi, alle nostre paure e alla nostra sete di giudizio.

La fede, dice fra Leopoldo, «è forte come una valanga, delicata come un fiocco di neve». Non saprei trovare parole migliori per raccontare questo film. E forse nemmeno per raccontare Dio: abbastanza forte da attraversare la storia, abbastanza delicato da affidare il proprio sorriso al riso di un bambino.