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Il sogno di Carolina

Ha diciotto anni, è nata dentro il mondo digitale e sogna una vita senza social e senza cellulare, perché «sarebbe tutto più vero». Le sue parole raccontano una fame di autenticità che la scuola e gli adulti hanno il dovere di riconoscere.

Mentre la cronaca ci consegna l’immagine di un ragazzo che tenta di trasformare persino la violenza contro un’insegnante in uno spettacolo da offrire alla rete, una giovane studentessa ci ricorda che questa generazione non chiede soltanto connessioni più veloci, ma relazioni più vere.

Quest’anno, tornando a scuola, ho ritrovato quasi tutte le classi che avevo già accompagnato negli anni precedenti. Le prime, naturalmente, erano nuove; nuova per me era anche una quinta. Sono entrato in aula con quella curiosità che ancora mi accompagna ogni volta che incontro un gruppo di ragazze e ragazzi che non conosco. Mi è parsa subito una classe molto graziosa, disponibile, capace di accogliere. Ho avuto la sensazione che sarà bello lavorare insieme, conoscersi un poco alla volta, discutere, magari anche scontrarsi, purché ogni confronto ci aiuti a comprendere qualcosa in più di noi stessi e del mondo.

Per conoscere i ragazzi utilizzo spesso l’intervista. Mi piace fare domande e, soprattutto, provare ad ascoltare le risposte senza ricondurle immediatamente alle categorie degli adulti. In fondo, l’intervista è una forma di attenzione: significa dire a una persona che ciò che pensa, teme, desidera e sogna merita tempo. Tra le domande che pongo ce n’è una apparentemente semplice: «Hai un sogno?».

Una ragazza, che per convenzione chiamerò Carolina, mi ha risposto senza esitazioni: «Sì, sogno un mondo senza social e senza cellulare».

La sua risposta mi ha sorpreso. Le ho chiesto perché e lei ha aggiunto: «Sarebbe tutto più vero. Le relazioni umane sarebbero certamente più sane».

Carolina ha compiuto da poco diciotto anni. È una nativa digitale, appartiene cioè a una generazione che non ha mai conosciuto un mondo privo di smartphone, piattaforme social, notifiche e connessioni permanenti. Non parla, dunque, con la nostalgia di chi ricorda un passato diverso e forse finisce anche per idealizzarlo. Non rimpiange i telefoni a gettoni, le lettere affidate alla posta o le fotografie che bisognava attendere per vedere. Lei quel mondo non lo ha mai vissuto. Eppure ne intuisce una possibilità: la possibilità di una vita meno esposta, meno costruita, meno dipendente dallo sguardo degli altri.

Quando sono tornato a casa, i telegiornali raccontavano l’ennesima aggressione avvenuta in una scuola. A Roma un ragazzo di tredici anni ha spruzzato dello spray urticante contro un’insegnante e l’ha colpita con un coltello. Secondo quanto emerso, indossava un casco con una telecamera e avrebbe tentato di riprendere e trasmettere l’aggressione sui social, ma non ci è riuscito. La docente, fortunatamente, non è in pericolo di vita. A fermarlo sarebbe stato un compagno.

Naturalmente non sono i social ad aver impugnato quel coltello. Sarebbe troppo comodo attribuire a una piattaforma la responsabilità di una violenza che nasce sempre da una storia personale, da un contesto educativo, da fragilità e fallimenti che devono essere compresi. Tuttavia, un particolare non può lasciarci indifferenti: quel gesto non doveva soltanto essere compiuto, ma anche mostrato. La violenza cercava un pubblico, forse dei commenti, certamente l’attenzione. Persino l’aggressione a un’insegnante rischiava di diventare un contenuto, una scena da offrire agli occhi degli altri, un frammento di notorietà ottenuto attraverso il dolore.

È questo il cortocircuito che dovrebbe inquietarci. Non soltanto la violenza, già gravissima, ma la necessità di trasformarla in spettacolo. Non basta fare qualcosa: bisogna essere visti mentre la si fa. Non basta vivere: occorre dimostrare agli altri di esistere. Il confine tra realtà e rappresentazione diventa così sempre più sottile, fino al punto in cui l’altra persona non è più riconosciuta come un essere umano, con il suo corpo, la sua paura e la sua dignità, ma viene ridotta a elemento di una scena.

Ripensando alla notizia, mi sono tornate in mente le parole ascoltate poche ore prima. Da una parte un ragazzo che avrebbe voluto consegnare alla rete persino la violenza; dall’altra Carolina, che sogna un mondo senza social perché desidera che tutto torni a essere più vero. Sarebbe ingiusto utilizzare queste due immagini per dividere i giovani in buoni e cattivi. Sarebbe altrettanto ingiusto trasformare Carolina in un’eccezione rassicurante o in un simbolo costruito dagli adulti. Le sue parole, però, rivelano qualcosa che spesso non sappiamo vedere: molti ragazzi sono stanchi di vivere continuamente sotto gli occhi degli altri.

Sono stanchi di dover apparire felici quando non lo sono, di misurare la propria popolarità attraverso un numero, di inseguire modelli irraggiungibili, di confrontare il proprio corpo e la propria vita con immagini selezionate, modificate e pubblicate proprio per suscitare invidia o approvazione. Sono stanchi di conversazioni interrotte dalle notifiche, di silenzi riempiti automaticamente da uno schermo, di amicizie che sembrano intensissime online e diventano fragili quando richiedono presenza, pazienza, responsabilità. Non sempre riescono a dirlo e, qualche volta, non sanno neppure immaginare un’alternativa. Eppure sentono che manca qualcosa.

Manca la verità di uno sguardo che non può essere ritoccato. Manca il tempo necessario per ascoltare una risposta senza pensare a quella da scrivere. Manca la libertà di sbagliare senza che ogni errore venga fotografato, registrato, condiviso e conservato. Manca la possibilità di essere fragili senza diventare oggetto di giudizio. Manca, soprattutto, la presenza, quella vera, che non si misura in visualizzazioni e non ha bisogno di essere esibita per acquistare valore.

La risposta non può essere una guerra generazionale contro la tecnologia. Gli adulti che accusano i ragazzi di essere dipendenti dallo smartphone sono spesso gli stessi che controllano compulsivamente i messaggi durante una cena, fotografano ogni momento prima ancora di viverlo e consegnano un dispositivo ai bambini pur di non affrontarne il pianto o la noia. Abbiamo costruito noi il mondo digitale nel quale chiediamo ai giovani di muoversi senza perdersi. Abbiamo trasformato l’attenzione in una merce, l’intimità in un prodotto e la visibilità in una misura del valore personale. Ora non possiamo limitarci a rimproverarli perché abitano, con tutte le loro fragilità, la casa che abbiamo preparato per loro.

Possiamo, però, aiutarli a riconoscere ciò che nessuna tecnologia potrà sostituire. La scuola, in questo, ha una responsabilità enorme. Non deve demonizzare gli strumenti digitali, ma insegnare a usarli senza esserne usati. Deve educare alla lentezza, all’ascolto, al confronto, alla parola pronunciata davanti a un volto. Deve restituire valore al silenzio, alla lettura, alla conversazione, persino alla noia, che non è sempre un vuoto da riempire, ma può diventare lo spazio nel quale nascono un pensiero, una domanda, un desiderio.

Le parole di Carolina lasciano ben sperare perché non vengono da un adulto impaurito dal futuro, ma da una giovane donna che avverte il bisogno di realtà. Forse il suo sogno, così come lo ha formulato, rimarrà un’utopia. I social e i cellulari non scompariranno e non è neppure necessario che accada. Ciò che può cambiare è il posto che scegliamo di assegnare loro nella nostra vita: strumenti, non padroni; possibilità, non prigioni; mezzi per comunicare, non sostituti della relazione.

Quel «sarebbe tutto più vero» dovrebbe diventare una domanda rivolta a noi adulti, alla scuola, alle famiglie e alla politica. Che cosa stiamo facendo perché i ragazzi possano vivere relazioni più vere e più sane? Quali spazi offriamo loro per incontrarsi senza doversi esibire, per parlare senza essere registrati, per sbagliare senza essere messi alla gogna, per sentirsi riconosciuti senza dover conquistare il consenso di una platea invisibile?

Carolina non sta chiedendo di tornare indietro. Sta chiedendo di poter andare avanti senza perdere ciò che ci rende umani. Sta dicendo, con la semplicità di una risposta data tra i banchi, che essere sempre connessi non significa necessariamente essere meno soli. E che, in un tempo nel quale tutto può diventare immagine, diretta, spettacolo e contenuto, il desiderio più rivoluzionario potrebbe essere proprio questo: tornare a vivere qualcosa che non abbia bisogno di essere mostrato per essere vero.