Quanto costa l’anima del calcio
Dal caso Mangia a una Serie A sempre più lontana dalla propria gente: pochi italiani, televisioni a pagamento, diritti, sponsor e bilanci. Abbiamo trasformato lo sport più popolare del Paese in un prodotto. E forse, mentre aumentava il suo prezzo, ne abbiamo smarrito il valore.
Quando un gioco smette di parlare la lingua di chi lo ha amato, qualcosa si spezza: resta lo spettacolo, cresce il business, ma si affievolisce quel senso di appartenenza che per generazioni ha fatto del calcio molto più di una partita.
C’era un ragazzo a terra. Cristian Celesia, calciatore del Campobasso, era stato colpito alla testa e, secondo la ricostruzione della società, aveva perso conoscenza. Devis Mangia voleva che la partita fosse fermata. Lo ha fatto nel modo che il Giudice sportivo ha ritenuto gravemente irriguardoso: proteste, contatto fisico con il quarto uomo, espressioni ingiuriose e blasfeme. Risultato: sei giornate di squalifica. Il Campobasso ha annunciato che chiederà il riesame della vicenda.
Le regole esistono e vanno rispettate, naturalmente. Un allenatore non può strattonare un ufficiale di gara e la concitazione non può diventare una licenza per qualsiasi comportamento. Ma non è questo che mi interessa discutere. Mi interessa quel ragazzo a terra.
Perché forse, in una scena piccola di una partita di Serie C, c’è una fotografia involontaria del calcio che abbiamo costruito: intorno accade di tutto, ci sono regole, protocolli, telecamere, giudici, comunicati, interessi, tensioni, e rischiamo di accorgerci sempre meno dell’unica cosa che dovrebbe venire prima di tutte le altre: l’uomo.
Non è nostalgia del calcio romantico. Non ho alcuna intenzione di raccontare che una volta fosse tutto bello, pulito e gratuito. I soldi giravano anche allora, i presidenti erano potenti anche allora, gli arbitri venivano contestati e i calciatori comprati e venduti. Sarebbe una lettura ingenua.
È cambiata però la proporzione.
Il denaro, che avrebbe dovuto servire al calcio, sembra essere diventato la ragione per cui il calcio esiste. Diritti televisivi, sponsor, plusvalenze, procuratori, fondi d’investimento, piattaforme, algoritmi, merchandising, tournée internazionali, calendari costruiti per moltiplicare gli eventi. La partita è ancora lì, naturalmente, ma qualche volta sembra quasi l’intervallo tra un contratto commerciale e l’altro.
E nel frattempo il calcio italiano sta perdendo perfino gli italiani. Alla prima giornata della Serie A 2026/27 soltanto tre calciatori utilizzati su dieci erano italiani. Tra i titolari la percentuale è stata appena del 32 per cento. Settantuno italiani su duecentoventi giocatori schierati dal primo minuto.
Fermiamoci un momento su questo numero.
Il campionato italiano si chiama ancora Serie A italiana, le squadre portano sulle maglie i nomi delle nostre città, riempiono le piazze quando vincono, diventano simboli di appartenenza territoriale e poi possono scendere in campo con formazioni nelle quali trovare un calciatore italiano diventa quasi un esercizio statistico.
Non è una battaglia contro gli stranieri. Sarebbe sciocco, oltre che culturalmente povero. Il calcio è diventato universale proprio perché ha mescolato lingue, culture, talenti e storie. Abbiamo amato campioni arrivati da ogni parte del mondo e continueremo a farlo.
La domanda è un’altra: dove crescono i nostri? A cosa servono migliaia di società dilettantistiche, scuole calcio, settori giovanili e famiglie che percorrono centinaia di chilometri ogni settimana se il vertice della piramide offre sempre meno spazio ai ragazzi cresciuti qui? E soprattutto quale futuro può avere la Nazionale se il principale campionato del Paese considera il talento italiano una possibilità tra tante, spesso nemmeno la più conveniente?
Poi ci sorprendiamo quando l’Italia fatica. Organizziamo convegni sui vivai, invochiamo riforme, discutiamo della necessità di valorizzare i giovani. Lo facciamo da anni. Poi arriva il sabato e compriamo altrove un calciatore già pronto perché aspettare un diciottenne italiano comporta un rischio che il calcio industriale non vuole più permettersi.
Perché bisogna vincere subito. Bisogna qualificarsi. Bisogna entrare in Champions. Bisogna aumentare i ricavi. Bisogna proteggere il valore della rosa. Bisogna soddisfare sponsor, proprietà e investitori.
In questo elenco interminabile di cose che bisogna fare, ogni tanto sarebbe utile ricordarsi che bisogna anche giocare a calcio.
C’è poi un altro paradosso, forse ancora più evidente. Il calcio continua a definirsi lo sport popolare per eccellenza, ma per seguirlo bisogna pagare.
Il bambino che una volta aspettava la domenica pomeriggio, la radiolina accesa e poi le immagini della giornata calcistica, appartiene ormai a un’altra epoca. Oggi il tifoso è soprattutto un cliente. Se vuole vedere il campionato deve sottoscrivere abbonamenti, orientarsi tra piattaforme, pacchetti, offerte, dispositivi, partite distribuite lungo quasi tutta la settimana.
Abbiamo preso il più popolare degli sport e lo abbiamo progressivamente chiuso dietro una password.
Naturalmente i diritti televisivi finanziano il sistema. Nessuno può fingere che il calcio professionistico contemporaneo possa vivere come cinquant’anni fa. Ma una cosa è riconoscere la necessità economica, un’altra è accettare che ogni trasformazione debba essere inevitabile soltanto perché produce fatturato.
Un gioco popolare rimane popolare se conserva un rapporto con il suo popolo. E invece perfino lo stadio, in molti casi, racconta la stessa distanza. Impianti vecchi, servizi insufficienti, prezzi non sempre popolari, partite collocate negli orari più utili alla televisione e non necessariamente a chi deve prendere un treno, portare un bambino o tornare a casa. Il tifoso serve. Ma possibilmente deve adattarsi.
È questa la grande trasformazione che abbiamo accettato quasi senza accorgercene: da tifosi siamo diventati consumatori. E un consumatore vale finché paga.
Forse è per questo che il caso di Campobasso mi ha fatto pensare a qualcosa che va molto oltre Campobasso, Mangia e le sei giornate di squalifica. Per qualche istante, su quel campo, tutto il gigantesco apparato del calcio contemporaneo avrebbe dovuto diventare irrilevante. Il risultato, il cronometro, la protesta, il regolamento, persino la partita.
C’era un ragazzo a terra. Prima viene lui. Dovrebbe essere una banalità. E invece rischia di essere un principio rivoluzionario per un calcio nel quale troppo spesso viene prima quasi tutto il resto.
Prima il risultato, prima il contratto, prima lo sponsor, prima il diritto televisivo, prima il bilancio, prima il mercato, prima la classifica, prima l’audience. L’uomo dopo.
Ed è qui, probabilmente, che il calcio deve decidere che cosa vuole essere da grande. Se soltanto una formidabile industria mondiale dell’intrattenimento oppure ancora qualcosa capace di appartenere a una comunità, crescere ragazzi, creare identità, educare alla vittoria e alla sconfitta, far incontrare generazioni diverse intorno a un pallone.
Non si tratta di scegliere tra il calcio di ieri e quello di oggi. Il passato non torna e, probabilmente, non sarebbe nemmeno giusto farlo tornare.
Si tratta di decidere se tutto ciò che non produce immediatamente denaro debba per forza non avere più valore.
Un ragazzo del vivaio ha valore anche se bisogna aspettarlo. Un tifoso ha valore anche se non può permettersi tre abbonamenti. Una maglia ha valore anche prima dello sponsor che porta sul petto. Una squadra italiana ha un senso anche perché dovrebbe offrire ai ragazzi italiani la possibilità di immaginare un giorno di indossarla. E un calciatore steso sull’erba viene prima della partita. Il calcio non morirà per mancanza di denaro. Di denaro ne muove moltissimo. Il rischio è un altro: che continuando a vendere tutto – le partite, gli orari, le maglie, gli stadi, le immagini, le emozioni – un giorno scopra di avere venduto anche qualcosa che non potrà più ricomprare: la propria anima.