Attualità Sanità molisana, lo scontro sulla riorganizzazione della continuità assistenziale arriva davanti al TAR

Guardie mediche, quando anche i sindacati dei medici si schierano contro i Comuni

a scelta di SNAMI e FIMMG di contrastare il ricorso degli amministratori locali solleva interrogativi sul ruolo della rappresentanza sindacale e sulla tutela del diritto alla salute. Il sindaco di Cerro al Volturno, Remo Di Ianni, denuncia una decisione «grave e scandalosa».

C’è un aspetto della vicenda delle guardie mediche molisane che merita una riflessione ben oltre il contenzioso amministrativo. È la scelta di due organizzazioni sindacali dei medici, SNAMI e FIMMG, di intervenire nel giudizio davanti al TAR Molise chiedendo che il ricorso presentato dai Comuni contro il DCA 45 venga dichiarato inammissibile o, in subordine, respinto. Una posizione che lascia perplessi, soprattutto perché a promuovere quel ricorso sono amministratori locali che cercano di difendere la presenza dei servizi sanitari nei propri territori.

La questione è nota. La riorganizzazione della continuità assistenziale prevede il passaggio da 44 a 16 sedi di guardia medica. Ventotto presidi in meno in una regione che già convive con una popolazione anziana, collegamenti difficili, carenza di personale sanitario e un progressivo impoverimento dei servizi pubblici. Una scelta che non può essere valutata soltanto attraverso parametri organizzativi o esigenze di contenimento della spesa. Perché dietro ogni presidio sanitario ci sono persone, comunità e territori nei quali la distanza da un medico può diventare un problema serio.

È su questo terreno che si colloca la battaglia dei sindaci. E proprio per questo sorprende la posizione assunta dai rappresentanti delle due sigle sindacali. Naturalmente, SNAMI e FIMMG hanno pieno diritto di intervenire in giudizio e sostenere le proprie ragioni. Ma la legittimità di una scelta non la sottrae alla valutazione pubblica, soprattutto quando riguarda un servizio essenziale come la sanità.

Il sindaco di Cerro al Volturno, Remo Di Ianni, dopo la discussione davanti al TAR, ha definito quella posizione «grave e scandalosa», sottolineando come i Comuni abbiano tentato inutilmente di ottenere un confronto prima di rivolgersi alla giustizia amministrativa. La sua denuncia pone una questione che non può essere liquidata come una semplice contrapposizione tra istituzioni e organizzazioni sindacali: quale idea di sanità territoriale si intende difendere?

Nessuno ignora le difficoltà nelle quali operano i medici, né la necessità di ripensare un sistema che presenta evidenti criticità. Ma riorganizzare non può diventare sinonimo di arretrare. E soprattutto non si può pretendere che siano sempre i cittadini delle aree interne a pagare il prezzo delle inefficienze, delle carenze di personale e delle scelte compiute altrove.

La sanità molisana ha già conosciuto abbastanza ridimensionamenti accompagnati dalla promessa di servizi più efficienti. Eppure, per molti cittadini, l’esperienza quotidiana continua a essere quella di un’assistenza sempre più difficile da raggiungere. Prima di eliminare un presidio sarebbe necessario dimostrare che il servizio alternativo sarà realmente accessibile, tempestivo e adeguato alle esigenze della popolazione. Non basta disegnare una nuova distribuzione delle sedi su una carta geografica.

Di Ianni introduce anche una distinzione importante: la posizione assunta dai rappresentanti sindacali non può essere automaticamente attribuita a tutti i medici iscritti a SNAMI e FIMMG. È un chiarimento necessario, perché sarebbe ingiusto coinvolgere indistintamente professionisti che ogni giorno garantiscono assistenza, spesso in condizioni difficili. Resta però la responsabilità politica e sindacale di chi ha scelto di contrastare l’iniziativa dei Comuni.

Sarebbe utile, a questo punto, conoscere nel merito le ragioni delle due organizzazioni e capire quale modello di assistenza territoriale ritengano concretamente sostenibile per il Molise. Perché la rappresentanza dei professionisti e la tutela dei pazienti non dovrebbero essere interessi contrapposti. Al contrario, una buona organizzazione sanitaria dovrebbe tenere insieme le condizioni di lavoro dei medici e il diritto dei cittadini a ricevere cure.

Il TAR farà le proprie valutazioni sulla legittimità degli atti impugnati. Ma la questione politica rimarrà aperta qualunque sia l’esito del giudizio. Il Molise deve decidere se considera ancora la presenza dei servizi pubblici nei piccoli centri un elemento essenziale della propria tenuta sociale oppure una voce di costo progressivamente sacrificabile.

Su questo punto la posizione dei sindaci merita sostegno. Non perché ogni presidio debba essere conservato indipendentemente dalla sua effettiva funzionalità, ma perché nessuna riorganizzazione può prescindere dalle condizioni reali dei territori e dal coinvolgimento delle comunità interessate.

Una sanità che si allontana dai cittadini più fragili rischia di tradire proprio la sua funzione pubblica. E quando sono i sindaci a dover ricorrere a un tribunale per chiedere che questa preoccupazione venga ascoltata, significa che qualcosa nel rapporto tra istituzioni sanitarie e territori non sta funzionando.

La battaglia sulle guardie mediche, dunque, riguarda molto più delle ventotto sedi destinate alla chiusura. Riguarda il principio secondo cui vivere in un piccolo paese non dovrebbe comportare una riduzione delle garanzie fondamentali. È una questione di uguaglianza, di dignità e di cittadinanza.

Ed è difficile comprendere come una simile battaglia possa trovare dall’altra parte, anziché al proprio fianco, proprio chi rappresenta una professione che ha nella cura delle persone la sua ragione d’essere.