Abbiamo insegnato tutto, tranne a sentire
Giovani, emozioni e responsabilità degli adulti: dal nuovo numero di Scialla una riflessione sull'urgenza di tornare ad ascoltare.
Sappiamo chiedere ai giovani risultati, competenze e responsabilità, ma troppo spesso dimentichiamo di ascoltarli. Il nuovo numero di Scialla, dedicato ai giovani e alle emozioni, invita a ripensare il nostro modo di educare, partendo da ciò che gli adulti hanno smesso di fare: esserci davvero.
Ci siamo abituati a parlare dei giovani soprattutto quando qualcosa non funziona. Quando un ragazzo commette un gesto violento, quando un adolescente si chiude nel silenzio, quando la scuola registra l’ennesimo episodio di disagio. Allora arrivano le analisi, le diagnosi, le statistiche. Cerchiamo spiegazioni, individuiamo responsabilità, invochiamo interventi. Molto più raramente ci chiediamo quanto tempo dedichiamo davvero ad ascoltarli.
È da questa domanda che nasce «Abbiamo insegnato tutto, tranne a sentire», l’editoriale pubblicato nel numero 7 di Scialla, la rivista culturale che dedica questa nuova uscita ai giovani e alle emozioni. Una riflessione che abbiamo voluto portare anche sulle pagine di QuintaPagina, perché riguarda una questione che attraversa la scuola, le famiglie e l’intera società.
Abbiamo costruito un sistema educativo attento alle competenze, ai risultati, alla preparazione. Chiediamo ai ragazzi di studiare, imparare le lingue, utilizzare le tecnologie, affrontare verifiche, raggiungere obiettivi. Tutto necessario. Ma chi insegna loro ad attraversare una delusione? A riconoscere la rabbia prima che diventi violenza? A vivere una sconfitta senza sentirsi falliti? A comprendere che il proprio valore non dipende da un voto, da una fotografia o dall’approvazione degli altri?
E soprattutto, siamo davvero in grado di insegnarlo noi adulti?
Perché mentre chiediamo ai giovani equilibrio e rispetto, offriamo quotidianamente lo spettacolo di una società nella quale l’aggressività è diventata linguaggio pubblico, l’insulto uno strumento di confronto e l’umiliazione dell’avversario una forma di successo. Pretendiamo dai ragazzi comportamenti che troppo spesso abbiamo smesso di praticare.
C’è poi un altro errore che continuiamo a commettere: raccontare un’intera generazione attraverso i suoi fallimenti. Un adolescente che compie un gesto violento diventa una notizia. Migliaia di ragazzi che ogni giorno studiano, si impegnano, aiutano qualcuno, fanno volontariato, coltivano passioni e costruiscono relazioni rimangono invisibili. Anche noi che facciamo informazione dovremmo interrogarci su questa rappresentazione.
Il settimo numero di Scialla nasce proprio dal desiderio di cambiare prospettiva. Non vuole spiegare i giovani ai giovani, né aggiungere un’altra voce adulta al coro di chi pretende di sapere tutto di loro. Vuole creare uno spazio nel quale le emozioni possano essere raccontate, comprese, riconosciute. Perché dietro la rabbia può esserci una richiesta di aiuto, dietro il silenzio una paura, dietro un comportamento difficile una storia che nessuno ha avuto il tempo di ascoltare.
Educare, del resto, non significa soltanto preparare qualcuno ad affrontare il mondo. Significa anche esserci quando quel mondo diventa troppo difficile da sostenere. E forse il problema è proprio questo: abbiamo riempito le giornate dei ragazzi di attività, impegni e opportunità, ma abbiamo progressivamente sottratto loro qualcosa di essenziale, la disponibilità di adulti capaci di fermarsi.
Con questo nuovo numero, Scialla prova a restituire centralità a ciò che troppo spesso consideriamo secondario: la vita emotiva delle persone. Lo fa attraverso contributi, riflessioni e testimonianze che invitano a guardare le nuove generazioni senza pregiudizi, riconoscendone fragilità e risorse.
È anche un invito a leggere, a discutere, a portare queste pagine nelle scuole, nelle famiglie, nei luoghi in cui si costruiscono le relazioni. Perché la questione educativa non riguarda soltanto i giovani. Riguarda prima di tutto noi adulti e il mondo che stiamo consegnando loro.
Forse dovremmo ricominciare da una domanda semplicissima, che pronunciamo continuamente senza aspettare davvero una risposta: «Come stai?».
E questa volta trovare il tempo di ascoltare.
Testo tratto e rielaborato dall’editoriale «Abbiamo insegnato tutto, tranne a sentire» di Paolo Scarabeo, pubblicato su Scialla, n. 7, ottobre 2026, dedicato al tema «Giovani ed emozioni».