I nomi sui citofoni e il filo spinato
Quando la politica smette di parlare di diritti e comincia a classificare le persone attraverso l'origine e l'appartenenza, non descrive la realtà: la divide. È questo il pericolo culturale che emerge dalle parole pronunciate alla Camera.
Ci sono parole che non nascono per descrivere la realtà. Nascono per modificarla. O, più precisamente, per dividerla.
Per questo ciò che è accaduto nell’Aula della Camera durante il dibattito sul Piano Casa non può essere liquidato come una semplice provocazione parlamentare. Quando un deputato della Repubblica sceglie di spiegare un problema sociale evocando i nomi scritti sui citofoni – «non più Giuseppe e Maria, ma Omar e Abdul» – come ha fatto il rappresentante di Futuro Nazionale, non sta semplicemente ricorrendo a un’immagine efficace. Sta compiendo un’operazione politica ben precisa: sostituire le persone con i simboli, trasformare cittadini in categorie, suggerire che un nome possa raccontare più della storia, del lavoro, dei diritti e dei doveri di chi lo porta.
È una scelta che non nasce nel vuoto. Si colloca dentro una precisa cultura politica, quella che negli ultimi anni Roberto Vannacci ha contribuito a rendere esplicita e che una parte del Parlamento oggi assume come linguaggio e come orizzonte ideale. Una cultura che interpreta le differenze non come una ricchezza da governare, ma come un criterio per stabilire appartenenze, priorità e gerarchie; che non considera l’uguaglianza il punto di partenza della convivenza democratica, bensì un ostacolo alla rivendicazione dei cosiddetti “diritti dei nostri”.
È la stessa impostazione che emerge dalle proposte sulla scuola, dove l’inclusione viene spesso descritta come un cedimento, mentre riaffiora l’idea di percorsi separati e differenziati, quasi che la diversità fosse un problema da isolare invece che una realtà da educare. Dietro queste posizioni non vi è soltanto una diversa concezione dell’organizzazione scolastica; vi è un’idea elitaria della società, nella quale il valore delle persone non è riconosciuto come uguale in partenza, ma viene misurato attraverso appartenenze, caratteristiche, condizioni o presunte normalità.
Quando questo modo di pensare entra nel linguaggio delle istituzioni, il problema non riguarda più soltanto una dichiarazione infelice. Riguarda il modello di società che si tenta di legittimare. Perché ogni volta che la politica smette di parlare di diritti e comincia a parlare soprattutto di origini, identità, appartenenze e cognomi, introduce lentamente una diversa idea di cittadinanza. Non più una comunità di eguali, ma una comunità divisa tra chi appartiene pienamente e chi deve continuamente dimostrare di meritarne l’appartenenza.
La storia europea conosce bene questo processo. Non perché il presente coincida con il passato, ma perché i meccanismi attraverso i quali le democrazie si indeboliscono sono sorprendentemente simili. All’inizio cambiano le parole. Gli individui cessano di essere persone e diventano categorie. Le categorie si trasformano in classificazioni. Le classificazioni producono gerarchie. E le gerarchie finiscono inevitabilmente per incidere sui diritti.
Il Novecento ci ha insegnato che il buio non arriva mai dichiarandosi tale. Si presenta come buon senso, come ordine, come tutela della maggioranza, come difesa dell’identità nazionale. È sempre accompagnato dalla rassicurante promessa di proteggere qualcuno, ma per riuscirci individua prima qualcun altro da distinguere, da limitare, da escludere.
Per questo non è sufficiente indignarsi davanti a parole che sembrano soltanto offensive. Occorre riconoscere il progetto culturale di cui esse fanno parte. Quando un rappresentante delle istituzioni invita implicitamente a leggere una città attraverso i cognomi sui citofoni, non sta parlando di urbanistica né di politiche abitative: sta suggerendo che il nome di una persona possa diventare un criterio di giudizio pubblico. È un’idea incompatibile con l’articolo 3 della Costituzione, che riconosce pari dignità sociale a tutti i cittadini senza distinzione di condizioni personali e sociali.
La democrazia vive esattamente del principio opposto. Essa non chiede ai cittadini di avere lo stesso nome, la stessa origine, la stessa religione o la stessa storia. Chiede alle istituzioni di garantire a tutti la medesima dignità e le medesime opportunità.
È per questo che certe parole devono essere contrastate con fermezza. Non per censurarle, ma perché il linguaggio costruisce l’immaginario collettivo e prepara le scelte politiche. Ogni discriminazione è stata preceduta da una narrazione che l’ha resa accettabile.
Dalle nebbie della storia, allora, riaffiora un’immagine che l’Europa aveva promesso di non vedere mai più. All’inizio è soltanto una linea immaginaria tracciata tra “noi” e “loro”. Poi quella linea diventa un recinto. Infine qualcuno tende davvero il filo spinato.
Il compito della democrazia consiste nell’impedirlo quando è ancora soltanto una parola.