Gli uomini invisibili
Il caporalato non è soltanto un reato: è la negazione dell'uomo. Dal Sud al Nord, migliaia di lavoratori raccolgono ciò che arriva sulle nostre tavole pagando sulla propria pelle il prezzo più alto. Un'inchiesta dentro l'altra Italia, quella che preferiamo non vedere.
Ci sono uomini che entrano nei campi quando il giorno non è ancora cominciato. Li caricano sui furgoni prima dell’alba. A volte percorrono chilometri stipati uno accanto all’altro. Poi scendono e cominciano a raccogliere. Pomodori, angurie, meloni, frutta, verdura. Il sole sale, la temperatura cresce, la schiena si piega, le mani continuano.
Quando noi li incontriamo, quasi sempre, è troppo tardi. Quando qualcuno muore. Quando un’inchiesta giudiziaria scoperchia un sistema. Quando una fotografia mostra una baracca. Quando un bracciante racconta di avere lavorato dodici ore per pochi euro.
Poi l’Italia torna rapidamente a occuparsi d’altro.
Eppure quegli uomini non scompaiono. Continuano a raccogliere ciò che mangiamo. È da qui che vogliamo partire. Perché il caporalato non è soltanto una questione sindacale. Non è semplicemente lavoro nero. Non è nemmeno, per quanto grave, soltanto una violazione delle norme sulla sicurezza o sul salario.
Il caporalato è prima di tutto una questione antropologica. Dice quale valore attribuiamo all’essere umano quando quell’essere umano è povero, straniero, ricattabile, senza documenti, senza casa, senza alternative.
Ed è forse proprio questa la domanda che dovremmo avere il coraggio di formulare: quanto vale un uomo quando abbiamo bisogno del suo lavoro ma non della sua presenza?
Le fotografie che arrivano da Nardò, nel Salento, sembrano appartenere a una geografia lontana dalla nostra quotidianità. E invece raccontano l’Italia.
A Boncuri, alle porte di Nardò, ottanta container ospitano circa 320 lavoratori provenienti da diversi Paesi africani; chi arriva quando i posti sono terminati si sistema all’esterno. Un recente reportage di Repubblica ha raccontato le giornate dei braccianti impegnati nei campi di angurie e persino il ricorso ad antidolorifici e alcol per sopportare la fatica.
Ma sarebbe rassicurante, e profondamente sbagliato, immaginare che questa storia abbia soltanto un Sud. Il caporalato ha cambiato geografia. È nelle campagne pugliesi, calabresi e lucane, ma è anche tra i filari, le serre, i frutteti e gli allevamenti del Nord produttivo.
Il VII Rapporto Agromafie e caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto-Flai Cgil stima in circa 200 mila i lavoratori e le lavoratrici che vivono situazioni di irregolarità e forte disagio occupazionale nell’agricoltura italiana; oltre 50 mila sono donne. Il rapporto segnala migliaia di casi potenziali anche in Piemonte e Trentino e descrive espressamente lo sfruttamento come un fenomeno strutturale che attraversa Nord, Centro e Sud.

Il luogo comune del caporalato come patologia esclusivamente meridionale, dunque, non regge più.
A Mantova, una delle province agricole più ricche d’Italia, le analisi sulla legalità hanno rilevato negli ultimi anni una concentrazione particolarmente significativa di inchieste per sfruttamento del lavoro agricolo. In Lombardia, Mantova e Brescia sono diventate territori simbolo di questa nuova geografia.
E soltanto poche settimane fa, nel Mantovano, i controlli dei Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro hanno portato alla sospensione di due aziende agricole tra Viadana e Roverbella: dodici dei diciannove lavoratori complessivamente trovati erano impiegati in nero e la paga dichiarata dai braccianti era di circa sei euro l’ora, quasi la metà di quanto previsto dal contratto provinciale. Sono state inoltre contestate violazioni sulla sicurezza e sulla sorveglianza sanitaria.
Non c’è dunque un confine oltre il quale comincia l’Italia civile e finisce quella dello sfruttamento. C’è una stessa Italia.
Naturalmente il colore della pelle conta. Non dovrebbe, ma conta. Conta perché il caporalato prospera dove esiste vulnerabilità. E la vulnerabilità del migrante è spesso più facile da utilizzare: un permesso di soggiorno, una casa che non c’è, una lingua poco conosciuta, una famiglia lontana, un debito contratto per arrivare in Europa.
Il Ministero del Lavoro definisce il caporalato un sistema illegale di intermediazione e reclutamento che sfrutta soprattutto persone in condizioni di bisogno e vulnerabilità, tra cui migranti, donne e minori. La legge punisce non soltanto chi recluta illegalmente manodopera, ma anche il datore di lavoro che la utilizza approfittando dello stato di bisogno.
Eppure sarebbe un errore raccontare questa vicenda come una guerra tra italiani cattivi e stranieri sfruttati. Il meccanismo è più profondo. Esiste quando una persona non è più considerata titolare di diritti ma forza lavoro disponibile. Quando il suo corpo diventa uno strumento. Quando ciò che interessa non è l’uomo, ma quanto riesce a raccogliere in un’ora.
Ed è qui che il caporalato incontra il cuore della nostra riflessione sul Nuovo Umanesimo.
Perché ogni processo di disumanizzazione comincia nello stesso modo: smettendo di vedere una persona e iniziando a vedere una funzione. Un numero. Un costo. Una pratica amministrativa. Una quota di produzione.
Dovremmo ancora ricordarlo tutti. Si chiamava Satnam Singh. Aveva trentun anni. Lavorava nelle campagne di Latina. Nel giugno del 2024 rimase gravemente ferito da un macchinario che gli amputò un braccio. Invece di ricevere immediatamente soccorso, fu trasportato e lasciato vicino alla propria abitazione. Morì poco dopo.
La sua vicenda ha sconvolto il Paese perché ha mostrato nella maniera più brutale ciò che accade quando il profitto prende definitivamente il posto della persona. La storia di Satnam Singh contiene forse l’immagine più terribile dell’intero fenomeno. Non semplicemente un uomo sfruttato. Un uomo diventato, nella percezione di chi ne utilizzava il lavoro, meno importante della produzione che garantiva.
È questo il punto.
Prima ancora del caporale, prima ancora del contratto, prima ancora della paga da fame, esiste un passaggio culturale terribile: convincersi che alcune vite valgano meno. E nessun territorio può sentirsi estraneo.
Nelle Marche un’indagine dei Carabinieri ha portato a processo cinque persone accusate di aver organizzato il reclutamento di decine di lavoratori di origine pakistana, impiegati fino a dodici ore al giorno per cinque o sei euro l’ora e costretti a pagare perfino un posto letto in alloggi fatiscenti. L’attività interessava aziende agricole delle province di Ancona, Macerata e Pesaro Urbino.
È importante dirlo perché il caporalato prospera anche grazie alla distanza. Finché pensiamo che avvenga “altrove”, possiamo indignarci senza sentirci coinvolti. Ma quando scopriamo che può esserci dietro casa nostra, il problema cambia.
C’è poi una contraddizione che questa inchiesta dovrà affrontare senza semplificazioni. L’agricoltura italiana è una delle grandi ricchezze del Paese. E proprio per questo è necessario proteggerla da chi la infanga trasformando il lavoro in sfruttamento.
Sarebbe profondamente ingiusto verso migliaia di imprenditori onesti confondere chi rispetta contratti e lavoratori con chi costruisce il proprio profitto sull’illegalità. Difendere l’agricoltura significa anche liberarla definitivamente dal caporalato. L’Italia non è priva di strumenti.
La legge 199 del 2016 ha rappresentato una svolta importante nella lotta allo sfruttamento lavorativo, introducendo la responsabilità anche del datore di lavoro e rafforzando gli strumenti investigativi. Eppure il fenomeno continua a essere vastissimo. Questo significa che la legge è indispensabile, ma da sola non basta.
Servono controlli. Servono trasporti pubblici che sottraggano i lavoratori ai furgoni dei caporali. Servono abitazioni dignitose. Servono procedure migratorie che non trasformino il permesso di soggiorno in uno strumento di ricatto. Servono filiere trasparenti. Serve protezione reale per chi denuncia. Serve meno populismo e più politica. Meno razzismo e più umanesimo.
E serve soprattutto colpire la domanda di lavoro sfruttato, non soltanto l’intermediario che procura le braccia. Perché il caporale esiste finché qualcuno ha bisogno del caporale.
Ma questa storia riguarda anche noi. Non nel senso semplicistico secondo il quale ogni consumatore sarebbe responsabile dello sfruttamento. Il consumatore, da solo, non può conoscere l’intera filiera di ciò che acquista. Ma una domanda dobbiamo comunque farcela. Quando pretendiamo un prodotto perfetto, disponibile sempre e possibilmente al prezzo più basso, qualcuno lungo quella filiera quel prezzo deve sostenerlo.
Talvolta lo sostiene l’agricoltore. Talvolta il distributore. Talvolta il lavoratore. E quando è il lavoratore a sostenerlo, il prezzo scompare dallo scontrino e riappare sulla sua vita.
Cinque euro l’ora. Dodici ore nei campi. Una stanza condivisa. Un materasso. Un furgone. Un caporale. La paura di denunciare. Sono costi che nessuna etichetta racconta.
Ecco perché questa inchiesta non vuole fermarsi ai caporali. Vogliamo parlare di lavoro, migrazioni, imprese, filiere, grande distribuzione, controlli, sindacati, consumatori, istituzioni.
Ma soprattutto vogliamo parlare dell’uomo.
Perché Umanesimo significa riconoscere che la persona viene prima della funzione che svolge, prima della produttività che garantisce, prima della sua cittadinanza, prima del suo conto corrente, prima perfino della sua utilità sociale.
Il caporalato compie esattamente l’operazione opposta. Prende una persona e la riduce alle sue braccia. Cancella il nome e conserva la forza fisica. Cancella i diritti e conserva la necessità di lavorare. Cancella la storia e conserva la disponibilità. È un processo di sottrazione dell’umanità. E non abbiamo bisogno di catene perché esista una forma moderna di schiavitù. Basta che la libertà sia soltanto teorica. Basta poter dire a un uomo: puoi andartene. Sapendo perfettamente che non ha un posto dove andare.
Le immagini dei campi di Nardò, delle campagne mantovane, dell’Agro Pontino o delle Marche non raccontano dunque una periferia della società italiana. Ne raccontano il centro.
Perché la civiltà di un Paese non si misura soltanto nelle sue Costituzioni, nelle sue leggi o nei suoi discorsi pubblici. Si misura nel modo in cui tratta la persona più debole quando nessuno la guarda. L’uomo che sale sul furgone alle quattro del mattino. La donna che raccoglie frutta sotto il sole. Il migrante che teme di perdere lavoro e documenti. Il bracciante che non denuncia perché denunciare potrebbe significare non mangiare domani.
È lì che si misura l’Umanesimo. Non nei convegni. Non nelle dichiarazioni. Nei campi. Ed è da quei campi che vogliamo cominciare il nostro viaggio.
Per incontrare uomini e donne prima ancora che lavoratori. Per capire chi li recluta, chi li assume, chi controlla, chi guadagna, chi tace. Per seguire il percorso di un prodotto dalla terra allo scaffale e domandarci quanta dignità sia rimasta lungo la strada.
Perché se vogliamo davvero parlare di Nuovo Umanesimo, non possiamo farlo voltandoci dall’altra parte davanti agli ultimi schiavi del nostro tempo. La prima rivoluzione umanistica, oggi, potrebbe cominciare da una cosa elementare. Restituire un volto a chi abbiamo trasformato in braccia.