Editoriali

Quando l’altro smette di essere una persona

Il vero degrado non è una manifestazione. È una società che ha smesso di riconoscere nell'altro un volto. Il dissenso è un diritto. Il disprezzo non lo sarà mai.

Ci sono notizie che raccontano un fatto. E poi ci sono notizie che, senza volerlo, raccontano molto di più.
Il Molise Pride è una di queste.
Non tanto per la manifestazione in sé, quanto per ciò che ha fatto emergere. È bastato leggere decine di commenti comparsi sui social per accorgersi che la vera notizia non era l’annuncio dell’evento, ma il linguaggio con cui tante persone hanno scelto di reagire. “Schifo”. “Pervertiti”. “Degrado”. “Vomito”. “Malati”. “Pagliacci”. Parole pesanti, violente, che non esprimono un’opinione ma cancellano una persona.
Sia chiaro. In una democrazia ciascuno ha il diritto di condividere o contestare il Pride. È il sale della libertà. Si può ritenere quella manifestazione necessaria oppure inutile. Si può essere d’accordo o profondamente contrari. È legittimo. Ciò che non è legittimo è trasformare il dissenso in disprezzo.
Perché il problema non è più il Pride. Domani sarà un migrante, dopodomani un credente, un politico, una donna, un giornalista, un avversario. Cambia il bersaglio, non cambia il meccanismo. Prima si smette di discutere le idee. Poi si comincia a negare la dignità di chi le porta. È qui che una società inizia a perdere se stessa. Nessuno è definito esclusivamente dal proprio orientamento sessuale, dalla propria fede, dalle proprie convinzioni politiche o dalla propria provenienza. Prima di tutto viene la persona. E una civiltà degna di questo nome si misura esattamente da questo: dalla capacità di riconoscere dignità anche a chi è diverso da noi.
Da credente, questa convinzione trova nel Vangelo la sua radice più profonda. Gesù non ha mai iniziato un incontro chiedendo a qualcuno chi fosse, come vivesse o quali errori avesse commesso. Ha iniziato restituendo dignità. Sempre. È una lezione che supera ogni appartenenza religiosa, perché parla dell’essere umano prima ancora che della fede.
Il vero ritardo del nostro tempo non è tecnologico. È culturale. Abbiamo imparato a connetterci con il mondo intero, ma stiamo disimparando a guardarci negli occhi. Siamo velocissimi nel commentare e lentissimi nel comprendere. Confondiamo la libertà con l’aggressività, il coraggio con l’insulto, la franchezza con la violenza verbale.
Eppure una società non diventa migliore quando tutti la pensano allo stesso modo. Diventa migliore quando nessuno viene umiliato per ciò che è.
Il Molise Pride finirà. Come finiscono tutte le manifestazioni. Resteranno, invece, le parole. Quelle lette da un ragazzo che sta cercando di capire chi è. Quelle che feriscono una famiglia. Quelle che costruiscono un clima nel quale l’altro non è più un cittadino, ma un nemico. Ed è questo che dovrebbe preoccuparci. Non una bandiera. Non un corteo. Non una persona. L’odio.
Perché ogni volta che smettiamo di vedere un volto e iniziamo a vedere un bersaglio, perdiamo qualcosa dell’altro. Ma, soprattutto, perdiamo qualcosa di noi. E c’è un dettaglio che rende tutto questo ancora più inquietante. A scrivere gran parte di quei commenti non sono stati adolescenti in cerca di visibilità o ragazzi incapaci di gestire le proprie emozioni. Sono stati uomini e donne adulti. Persone che hanno figli, nipoti, responsabilità educative. Gli stessi adulti che, troppo spesso, si interrogano su dove stiano andando i giovani, indignandosi per il bullismo, la violenza verbale e l’incapacità di rispettare chi è diverso.
Ma i giovani imparano ciò che vedono. Respirano il linguaggio degli adulti. Se l’insulto diventa normale, se l’umiliazione diventa spettacolo, se il disprezzo viene scambiato per libertà di opinione, non possiamo poi stupirci se quel linguaggio viene replicato nelle scuole, nelle piazze, sui social. Per troppo tempo abbiamo nascosto tutto sotto il tappeto del “disagio giovanile”. La verità è molto più scomoda. Il disagio, oggi, è innanzitutto quello di un mondo adulto che ha smesso di educare con l’esempio.
Ed è forse questo il fallimento più grande della nostra società. Non quello di una generazione che cresce e cerca il proprio posto nel mondo, ma quello di una generazione che avrebbe dovuto insegnarle il rispetto e che, troppo spesso, le ha consegnato il linguaggio dell’odio.