Un guasto alla TAC e il castello di carte della sanità molisana
Un guasto elettrico rivela ciò che anni di dibattito hanno tentato di nascondere: la sanità molisana sopravvive grazie ai presìdi che qualcuno vorrebbe cancellare. E a pagare il prezzo delle scelte sbagliate rischiano di essere ancora una volta i cittadini.
È bastato un guasto elettrico per dimostrare che la sanità molisana viaggia sul filo dell’emergenza permanente.
Lo scorso 18 giugno la TAC dell’ospedale Veneziale di Isernia è andata fuori uso a causa di un’avaria elettrica. Un episodio che in qualsiasi sistema sanitario dovrebbe rappresentare una criticità gestibile. In Molise è diventato invece la dimostrazione plastica di quanto sia pericoloso continuare a parlare di riconversioni, tagli e ridimensionamenti senza fare i conti con la realtà.

I pazienti che necessitavano di esami TAC senza mezzo di contrasto sono stati trasferiti all’ospedale Caracciolo di Agnone, dove la nuova apparecchiatura ha consentito di assorbire l’emergenza e garantire il servizio.
Una circostanza che pone una domanda semplice ma devastante per chi continua a sostenere il depotenziamento del presidio altomolisano: cosa sarebbe accaduto se il Caracciolo fosse già stato svuotato delle sue funzioni?
La risposta non richiede particolari esercizi di fantasia. Pazienti costretti a percorrere decine e decine di chilometri, tempi di attesa più lunghi, disagi enormi e un sistema sanitario provinciale incapace di reggere anche il più banale degli imprevisti.
Le parole del sindaco di Agnone e presidente della Provincia di Isernia, Daniele Saia, arrivano come un pugno nello stomaco: «Un’intera provincia sarebbe stata in ginocchio».
È difficile dargli torto.
Per anni i cittadini delle aree interne hanno ascoltato teorie, piani, numeri, tabelle, algoritmi e direttive. Hanno sentito ripetere che alcuni ospedali erano troppi, che occorreva razionalizzare, che i servizi potevano essere accorpati altrove senza conseguenze.
Poi arriva la realtà.
Una TAC si ferma e l’ospedale che qualcuno considera sacrificabile diventa improvvisamente indispensabile.
È la cronaca a demolire la propaganda.

Forse è anche per questo che la manifestazione del 19 giugno ad Agnone ha assunto un significato particolare. Non è stata la solita protesta di campanile. Non c’erano soltanto gli altomolisani. C’erano cittadini arrivati da tutto il Molise, dall’Alto Vastese e dall’Abruzzo. C’erano amministratori locali, associazioni, commercianti e sindaci.
C’era soprattutto la consapevolezza che qui non si sta discutendo del destino di un edificio, ma della sopravvivenza sanitaria di un territorio.
Le immagini della serata raccontano molto più di qualsiasi comunicato ufficiale. Raccontano una popolazione stanca di assistere passivamente allo smantellamento progressivo dei servizi essenziali. Raccontano commercianti che abbassano le saracinesche per partecipare alla mobilitazione. Raccontano amministratori che hanno deciso di uscire dal recinto delle dichiarazioni di circostanza per intraprendere anche la strada giudiziaria.
Perché mentre la gente scende in piazza, la politica regionale continua a offrire uno spettacolo sempre più distante dai problemi reali.
A Campobasso si consumano giochi di equilibrio, rimpasti mascherati, deleghe che cambiano formalmente titolare ma restano saldamente nelle stesse mani, maggioranze che si dividono pubblicamente e partiti che siedono al governo della Regione ma fanno recapitare alle redazioni comunicati stampa che sembrano scritti dalla più agguerrita forza di opposizione. Una rappresentazione surreale che certifica tutta la confusione di una stagione politica nella quale tutti denunciano, pochi decidono e nessuno sembra voler assumersi fino in fondo la responsabilità delle scelte compiute.
Fuori dai palazzi, però, la questione è molto meno complicata.
I cittadini chiedono ospedali funzionanti.
Chiedono medici.
Chiedono servizi.
Chiedono di non essere condannati a vivere in territori dove il diritto alla salute dipende dalla fortuna che una macchina non si guasti.

Lunedì, davanti al TAR Molise, si aprirà un altro capitolo di questa vicenda. Da una parte i sindaci e le comunità che contestano un Piano Operativo Sanitario considerato l’ennesimo colpo alla sanità pubblica regionale. Dall’altra i Commissari straordinari che continuano a difenderne l’impostazione.
Ma una cosa il guasto del Veneziale l’ha già chiarita.
L’ospedale di Agnone non è il problema.
È una parte della soluzione.
E chi continua a considerarlo un peso dovrebbe spiegare ai cittadini dove sarebbero finiti i pazienti di Isernia se quel presidio non fosse stato operativo.
Le risposte, questa volta, non possono essere affidate agli slogan.
Le ha già fornite la realtà.