Dopo “Giù le mani da San Paolo”: lasciamolo parlare fino in fondo
Il caso Vannacci pone una questione più grande di una citazione biblica: che cosa accade quando la politica trasforma un testo apostolico in un proprio principio economico?
Ho letto con interesse l’intervento di Paolo Scarabeo, “Giù le mani da San Paolo”, nato dalle parole con cui Roberto Vannacci ha definito l’Apostolo delle genti «camerata» e dal riferimento, presente nella proposta politica di Futuro Nazionale, al celebre ammonimento della Seconda lettera ai Tessalonicesi: «Chi non vuole lavorare, neppure mangi» (2Ts 3,10).
Condivido la preoccupazione che attraversa quell’intervento: la Scrittura non può diventare un deposito di citazioni da selezionare per conferire un’aura cristiana a ciò che abbiamo già deciso di pensare. Vorrei però provare a fare un passo ulteriore, partendo proprio dal punto che potrebbe apparire più scomodo: il testo quella frase la dice davvero.
Non abbiamo bisogno di attenuarne la forza. In 2Ts 3 la comunità è richiamata con decisione di fronte a persone che vivono «disordinatamente»: il testo precisa che non lavorano e si affaccendano in ciò che non compete loro. E la formulazione del v. 10 è altrettanto precisa: non «chi non lavora», ma «chi non vuole lavorare». C’è dunque una chiamata alla responsabilità personale che sarebbe scorretto cancellare soltanto perché oggi può risultare politicamente utilizzabile.
È proprio concedendo questo punto, però, che comincia la questione più interessante. L’autore non sta formulando una teoria generale sulla povertà, sulla disoccupazione o sui beneficiari di un sistema di welfare. Sta affrontando una situazione concreta di disordine all’interno di una comunità cristiana. Trasformare quell’esortazione, senza ulteriori passaggi, in un «principio economico di San Paolo» applicabile alle politiche sociali di uno Stato contemporaneo richiede dunque un’operazione ermeneutica che il versetto, da solo, non compie.
Si può legittimamente sostenere, sul piano politico, che determinati sostegni pubblici debbano essere legati alla disponibilità al lavoro. È una posizione politica e come tale può essere discussa. Attribuirne però direttamente la paternità a San Paolo significa chiedere a un testo apostolico di fornire una legittimazione religiosa a una scelta politica contemporanea.
Ed è precisamente a quel punto che bisogna continuare a leggere. Poco dopo il severo ammonimento del v. 10 troviamo: «Voi, fratelli, non stancatevi di fare il bene» (2Ts 3,13). E, nei confronti di chi non obbedisce: «Non trattatelo però come un nemico, ma ammonitelo come un fratello» (2Ts 3,15).
La sequenza è molto più ricca dello slogan: responsabilità personale, lavoro ordinato, perseveranza nel bene e fraternità persino verso chi deve essere ammonito. Non responsabilità contro solidarietà. Non solidarietà senza responsabilità. Entrambe, dentro una relazione che non permette di trasformare l’altro in nemico.
Alla strumentalizzazione politica di Paolo, tuttavia, non possiamo rispondere costruendo semplicemente una strumentalizzazione politica di segno contrario. Non servirebbe cercare altri versetti per dimostrare che Paolo sarebbe stato progressista, favorevole a questa o quella politica migratoria o sostenitore di un moderno sistema di welfare. Sarebbe la stessa operazione a segno invertito.
Paolo non conosceva le nostre categorie politiche. La teologia non dovrebbe stabilire quale partito avrebbe votato. Dovrebbe piuttosto impedire che siamo noi a farlo votare retroattivamente per il nostro. Per questo non vorrei semplicemente togliere San Paolo dalle mani di Vannacci: vorrei lasciarlo libero dalle nostre mani.
È soprattutto qui che, da missiologo, il caso mi sembra acquistare una profondità ulteriore. Paolo non è soltanto l’autore di alcune frasi: è un’esistenza plasmata dalla missione. La sua teologia nasce in larga misura mentre il Vangelo attraversa frontiere, incontra popoli, lingue e culture e costringe la Chiesa nascente a domandarsi che cosa sia essenziale perché un altro possa appartenere pienamente al popolo di Dio.
La missione paolina non consiste semplicemente nell’allargare geograficamente il cristianesimo. Essa mette in movimento la stessa autocoscienza della comunità credente. L’incontro con i gentili obbliga a distinguere il cuore del Vangelo dalle forme culturali nelle quali esso era stato inizialmente accolto. È una dinamica propriamente missionaria: l’altro non è soltanto il destinatario al quale portare qualcosa; il suo ingresso nella comunità costringe anche chi annuncia a comprendere più profondamente ciò che annuncia.
La controversia sull’ingresso dei gentili è, da questo punto di vista, decisiva. Per appartenere a Cristo il pagano deve prima diventare culturalmente e religiosamente giudeo? La risposta che emerge dalla missione di Paolo è radicale: l’universalità del Vangelo non può essere subordinata all’assimilazione dell’altro a un’identità etnico-culturale previa. Non significa che le identità scompaiano; significa che nessuna di esse può trasformarsi nella porta d’accesso esclusiva alla fraternità cristiana.
Quando in Gal 3,28 leggiamo che in Cristo «non c’è Giudeo né Greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio e femmina», non troviamo una teoria contemporanea delle frontiere o dell’immigrazione. Utilizzare quel versetto come un programma politico sarebbe ancora una volta una forzatura. Il contesto riguarda l’appartenenza a Cristo: le differenze reali non conferiscono a qualcuno un titolo superiore rispetto agli altri nella nuova condizione dei credenti.
Ma proprio per questo non si può invocare l’«identità cristiana» dimenticando che il cristianesimo nasce missionario e che la missione possiede una tensione intrinsecamente universale. L’identità cristiana non è una fortezza costruita per proteggersi dall’altro: è un’identità ricevuta, continuamente chiamata a uscire da sé, a incontrare e ad annunciare. Paolo diventa Apostolo delle genti precisamente perché il Vangelo che ha ricevuto non può essere posseduto come patrimonio esclusivo di un gruppo.
Questo non produce automaticamente una politica dell’immigrazione, un modello economico o una legislazione sulle frontiere. La missiologia non può sostituirsi alla politica. Può però porle una domanda decisiva ogni volta che essa utilizza il cristianesimo come marcatore identitario: l’identità cristiana che si sta invocando conserva davvero la sua apertura missionaria e universale, oppure il cristianesimo è stato ridotto a elemento di appartenenza culturale contrapposto a chi viene percepito come esterno?
Il caso Vannacci, allora, pone una domanda che non riguarda soltanto Vannacci. Riguarda anche noi cristiani. Quanto facilmente riconosciamo come «cristiano» un discorso politico semplicemente perché utilizza parole provenienti dalla nostra tradizione? Croce, famiglia, patria, radici cristiane, Vangelo, San Paolo: sono parole importanti, ma una parola cristiana inserita in un discorso politico non rende automaticamente cristiano quel discorso.
E questo vale per ogni parte politica. La fede può certamente ispirare l’impegno pubblico di un credente. Ma c’è una differenza profonda tra lasciarsi giudicare dal Vangelo e utilizzare il Vangelo per certificare religiosamente ciò che abbiamo già deciso di pensare. Il primo atteggiamento espone le nostre convinzioni alla possibilità della conversione; il secondo cerca semplicemente una benedizione.
Su questo punto il mio discorso incontra quello di Scarabeo, ma vorrebbe anche precisarlo: non basta denunciare la citazione decontestualizzata; occorre mostrare perché il contesto complessivo resista all’arruolamento. Il problema non è che 2Ts 3,10 sia falso o scomodo, bensì che è vero dentro un tessuto comunitario nel quale responsabilità, bene e fraternità restano inseparabili. E l’Apostolo che richiama chi non vuole lavorare è lo stesso la cui missione contribuisce ad aprire la comunità oltre i suoi confini originari.
È questa, forse, la questione più interessante aperta dal «camerata San Paolo». Perciò, dopo aver letto “Giù le mani da San Paolo”, aggiungerei un secondo invito: non limitiamoci a togliere le mani dall’Apostolo. Lasciamolo parlare. Anche quando ci dà ragione. Soprattutto quando ci dà torto.
E se Roberto Vannacci ha scelto di aprire la Seconda lettera ai Tessalonicesi al versetto 10, non gli chiederei di chiuderla. Gli chiederei esattamente il contrario: continui a leggere.
Ivan Zulli è Teologo e missiologo. Dottorato in Missiologia – Pontificia Università Urbaniana
Docente di Religione cattolica – Liceo Scientifico “G. Galilei”, Lanciano (Chieti)